Il pesce se ne va quando sei ancora a quattro metri. Il fucile che hai in mano, di metri, ne fa tre.
Tutto quello che chiamiamo tecnica, nella pesca in apnea, nasce da questa sottrazione. E non è una sensazione da bar: tra maggio e ottobre del 2016 un gruppo di ricercatori italiani, francesi e spagnoli ha misurato 1.328 fughe di pesci in tre aree marine protette del Mediterraneo occidentale, dalle Bocche di Bonifacio alle Isole Medes. Nuotavano in superficie verso la preda a mezzo metro al secondo, su fondali di roccia tra uno e tre metri, e segnavano con un piombo il punto esatto in cui il pesce scattava via (ICES Journal of Marine Science, 2018).
Fuori dalle aree protette, dove la pesca subacquea è consentita, la distanza di fuga superava sempre i quattro metri. E aumentava quando il sub portava il fucile: stessa persona, stessa muta, stesse pinne. Con il fucile in mano, prima.

Il metro che ti manca
Dentro le aree protette, dove nessuno spara da decenni, la differenza spariva: sub armato o sub con il solo boccaglio, i pesci se ne infischiavano allo stesso modo. Fuori la distinguevano benissimo, e in modo proporzionale a quanto quella specie è storicamente presa di mira dai pescatori subacquei. Il sarago maggiore, il più bersagliato del gruppo, era anche il più diffidente in assoluto. Il tordo pavone, che nessuno degna di uno sguardo, si faceva avvicinare come un turista.
Poi c'è la taglia, e qui la faccenda diventa personale. La correlazione fra lunghezza del pesce e distanza di fuga è positiva quasi in ogni condizione misurata: più il pesce è grosso, prima ti molla. Ecco perché il sarago da un chilo lo vedi sempre e solo di spalle, mentre il saraghetto ti nuota fra le pinne come se fossi un arredo.
Adesso l'altra metà del conto, quella che riguarda il ferro. La gittata di un arbalete si calcola misurando dalla testata allo sganciasagola, moltiplicando per tre e aggiungendo la lunghezza dell'asta: un 75 sta sui 3,4 metri, un 100 arriva sui 4,4. Ma la gittata è il punto in cui l'asta finisce la corsa con la sagola tesa. Il tiro utile, quello in cui il pesce lo insagoli davvero invece di grattarlo, è molto più corto: i fucili corti lavorano bene fra uno e tre metri.
Quattro metri di fuga contro tre scarsi di tiro utile. Ogni tecnica che segue è un modo diverso di rubare quel metro che manca.

L'aspetto: se stai fermo diventi una curiosità
L'aspetto risolve il problema ribaltandolo: non ti avvicini tu, si avvicina lui.
Scendi con una capovolta lenta, senza schiaffeggiare l'acqua, pinneggiando poco: per i pesci fuori dal tuo raggio visivo devi essere un oggetto che cade, non una cosa che arriva. Ti infili in una conca, dietro un masso, in una qualsiasi rientranza che spezzi la tua sagoma, e allunghi il fucile fuori dal riparo prima di sistemarti. Perché una volta lì dentro l'unico movimento che ti resta è il grilletto.
Il principio è tutto in una frase che circola fra chi pesca da trent'anni: se ti muovi sei un predatore, se non ti muovi sei una curiosità. Il pesce che ti ha visto ha due categorie mentali disponibili, e ti mette nella seconda solo se gli dai il tempo di farlo. Da qui la regola dei tempi: sul fondo servono almeno una trentina di secondi buoni prima che qualcosa si convinca a venire a controllare, e in genere si aspetta circa metà del proprio tempo di apnea, non un secondo di più.
L'errore che fanno tutti, io per primo, è guardare. Arriva il pesce grosso, giri la testa per non perderlo, il battito parte, e quello ha già capito tutto. Si guarda con la coda dell'occhio, tenendo occhio e fucile allineati, e si respira con la testa ferma. Se la preda si pianta a distanza e non entra, prova a ritirarti lentamente dietro il riparo: la curiosità è un'arma, e la sfrutti sparendo.
L'aspetto funziona a due metri di fondale per una spigola e a venti per un dentice. Cambia tutto tranne il principio. E se vuoi accelerare l'incontro, il repertorio dei richiami serve esattamente a questo: dare al pesce un motivo per fare quei quattro metri al posto tuo.

L'aspetto profondo e il conto dell'ossigeno
L'aspetto profondo è la stessa tecnica portata dove abitano i pesci che non salgono mai: dai quindici ai trenta metri e oltre, per dentici e ricciole. Qui il ferro cambia mestiere. Servono fucili dal 100 in su, con più elastici, perché a quella profondità la preda si presenta a quattro o cinque metri e non ha nessuna intenzione di avvicinarsi di più: la potenza vale metà della cattura.
L'altra metà è un conto di ossigeno che vale la pena capire, perché il corpo umano in acqua fa cose sorprendenti. Appena trattieni il fiato e la faccia tocca l'acqua parte il riflesso di immersione: la frequenza cardiaca cala, in media del 16% anche in persone non allenate, e negli apneisti allenati può scendere sotto i trenta battiti. La milza si contrae di circa un quinto del suo volume e rilascia in circolo globuli rossi di scorta, come una riserva che si apre da sola. Sono numeri misurati con l'ecografo su decine di volontari, non leggende da spiaggia.
Il problema è che tutto questo ti regala secondi, non sicurezza. La sincope arriva quasi sempre negli ultimi metri della risalita, quando la pressione ambiente crolla e con lei la pressione parziale dell'ossigeno negli alveoli: il cervello resta a secco proprio mentre stai per vincere. E l'iperventilazione, quel respirone forzato prima del tuffo, è l'errore che ammazza più gente di tutti: bastano sei o sette atti profondi per abbassare l'anidride carbonica nel sangue e spegnere l'allarme che ti dice di risalire. Non aggiungi ossigeno. Togli la sveglia.
Le regole sono noiose e sono tre. Recupero in superficie almeno doppio rispetto al tempo passato sotto, e triplo oltre i quindici metri. Mai da soli: uno scende, uno guarda, sempre. E la cintura si molla senza pensarci, perché la muta ti riporta su da sola. Se stai partendo adesso, la gestione dell'apnea e una zavorra tarata bene valgono più di qualsiasi fucile tu possa comprare.

La tana: la stanza senza uscite
In tana il metro mancante non lo rubi: lo elimini. Il pesce si è chiuso in una stanza e tu sei sulla porta.
Si lavora soprattutto fra i dieci e i tredici metri, su fondali misti dove roccia, sabbia e posidonia si alternano. Le pietre scenografiche, quelle che sembrano fatte apposta, quasi mai fanno tana: i rifugi veri sono spacchi insignificanti che di fuori non promettono niente. E una tana non si dichiara mai vuota alla prima occhiata, perché saraghi e cernie si mimetizzano meglio di quanto tu sappia guardare. Si ispeziona più volte, cambiando ogni volta il buco da cui ti affacci: cambia l'angolo, cambia la luce, e ti accorgi di quello che c'era già.
Tre dettagli che fanno la differenza fra tornare a casa con qualcosa e tornare a casa raccontandola. Il primo: si ispeziona a testa in giù, così il corpo resta fuori dalla visuale e la tana non si brucia al primo passaggio. Il secondo: la torcia il meno possibile, perché innervosisce le prede dentro l'anfratto; meglio dare tempo all'occhio di abituarsi alla penombra e illuminare la volta sfruttando il riverbero. Il terzo: la fiocina sull'asta e un solo giro di sagola sullo sganciasagola, altrimenti il pesce si porta il ferro in fondo allo spacco e ti intorbida tutto.
Una regola, però, non la trova scritta nessuno da nessuna parte. Un mio conoscente una volta ha tirato fuori ventidue saraghi da una singola tana, tutti fra i sette etti e il chilo e mezzo. Quella tana non si è più riempita. Due o tre pesci grossi e via, e la stanza resta un posto sicuro per gli altri: è la stessa logica con cui si cerca il polpo nelle sue tane, dove il segnale sono i gusci davanti all'ingresso e non il buco più vistoso.

La caduta: il punto cieco
Gli occhi di un pesce stanno sui fianchi. Vede quasi tutto l'orizzonte e vede male in due posti soltanto: dietro la coda e sopra la testa. La caduta è la tecnica che vive dentro quel secondo cono.
Individui il pesce dalla superficie, in acqua limpida e profonda, e gli scendi addosso da sopra. Sembra la cosa più istintiva del mondo, ed è quella che sbagliano quasi tutti, perché la tentazione è arrivare in fretta. Invece la discesa deve essere lenta, con assetto appena negativo e traiettoria leggermente obliqua: se cadi come un sasso, l'accelerazione la sentono i sensori laterali molto prima che i tuoi occhi mettano a fuoco la preda.
Assetto negativo significa che scendi da solo, senza pinneggiare, ma piano. È il compromesso che rende la caduta la tecnica più redditizia nelle acque cristalline dell'estate, quando l'aspetto sul fondo non serve a niente perché il pesce ti ha già visto da venti metri. Con la visibilità buona, l'unico posto dove non ti guarda è sopra.

L'agguato: pescare fra le quinte
L'agguato è l'esatto contrario dell'aspetto: qui ti muovi tu, e devi diventare invisibile mentre lo fai.
Si cerca una costa frastagliata, con massi e scogli affioranti che facciano da quinte, e si avanza tenendosi sempre coperti, affacciandosi dietro un masso alla volta invece di attraversare gli spiazzi aperti. Il sole si tiene alle spalle: la tua ombra e il tuo controluce sono metà del problema. Si pinneggia poco e si usa la mano libera per tirarsi avanti sulla roccia. Ogni quindici o venti metri ci si ferma per un aspetto breve, guardando in tutte le direzioni e non solo davanti.
Il mare piatto è il tuo nemico, non il tuo alleato. Con la superficie a specchio ogni movimento si legge da lontano; con un mare leggermente increspato il rumore di fondo copre il tuo e ti avvicini molto di più. I fucili giusti stanno fra il 70 e il 90: corti, brandeggiabili, buoni per il tiro istintivo d'imbracciata, che poi è l'unico tiro che avrai.
Le salpe sono la scuola dell'agguato: si avvicinano solo se la capovolta parte a venti metri buoni dal branco e l'avvicinamento è lentissimo, e appena uno del gruppo si insospettisce svaniscono tutti insieme. L'orata è l'esame finale, la preda più difficile che ci sia in bassofondo. Il cefalo, invece, è quello che ti perdona gli errori e ti insegna il resto.
Caso a parte la spigola, che nel sottocosta è l'unica che ti viene incontro. In Adriatico sparisce dal sottofondo quando l'acqua scende sotto gli 11 gradi e torna sopra i 13, e da ottobre a dicembre si concentra davanti alle foci per la riproduzione. Le grosse le trovi da venti centimetri di fondale fino a trenta metri, ed è nella schiuma della scaduta di mare che caccia meglio, dove il torbido copre te e disorienta i cefali. Non sparare ai piccoli in una battuta dedicata alle grosse: quelli in avanscoperta sono il tuo miglior segnale.

La tecnica mista è quella vera
Nessuno pesca davvero una tecnica alla volta. Quello che si fa in acqua è una sequenza: capovolta silenziosa, mezzo minuto di immobilità in aspetto dietro il primo riparo, poi uno spostamento lentissimo lungo un corridoio di roccia, un secondo aspetto breve, e solo alla fine ti affacci dove pensi che il pesce stia.
Questa cucitura fra le tecniche è la parte che non si legge sui cataloghi, e funziona in posti che ti sembrerebbero ridicoli. Con il mare mosso, sulle rocce alte e magari affioranti, ci sono catture serie a venti centimetri di profondità: dove l'acqua ribolle nessuno ti vede arrivare e nessuno ti sente. Chi pesca bene non è quello che ha imparato l'aspetto: è quello che sa quale delle cinque tecniche gli serve nei prossimi dieci secondi, e cambia idea a metà tuffo.
Aggiungi il fattore che non compare in nessuna guida: il pesce impara. Lo studio del 2018 lo chiama sindrome di timidezza, e vuol dire che le zone battute ogni fine settimana producono pesci che partono da più lontano, anno dopo anno. Ruotare gli spot e lasciar riposare le tane non è ambientalismo da salotto. È il tuo interesse tecnico diretto, perché una tana troppo visitata è una tana che ti ha già visto.

Le regole prima della tecnica
Le norme italiane sulla pesca subacquea sportiva stanno quasi tutte nel regolamento del 1968 e sono meno di quante credi, ma vengono controllate sul serio.
- Si pesca solo in apnea: qualsiasi apparecchio ausiliario di respirazione è vietato, e il fucile può usarlo solo chi ha compiuto sedici anni.
- Si pesca dal sorgere del sole al tramonto. Di notte è vietato, senza eccezioni per la luna piena o per le tue abitudini.
- Vietato entro 500 metri dalle spiagge frequentate da bagnanti e entro 100 metri da reti da posta, impianti fissi e navi ancorate fuori dai porti.
- Obbligo di segnalare la posizione con un galleggiante a bandiera rossa e striscia diagonale bianca visibile a 300 metri, restando entro 50 metri dalla sua verticale.
- Il fucile si tiene armato solo durante l'immersione: mai carico in barca, mai carico sulla battigia.
- Massimo 5 chili di pescato al giorno, salvo il caso di un singolo pesce più pesante, e non più di una cernia al giorno di qualsiasi specie. Il pescato non si vende.
A queste si aggiungono le taglie minime, che valgono anche sott'acqua e non ammettono il classico "era già ferito", e i divieti specifici delle aree marine protette, dove la pesca in apnea è spesso vietata del tutto. Il resto degli obblighi per chi pesca in mare per diporto sta nel regolamento della pesca sportiva.
Alla fine è sempre la stessa aritmetica: lui parte a quattro metri, tu ne arrivi tre. Tutto il mestiere sta in quel metro, e non lo compri: lo impari stando fermo.



