A venti metri di profondità, per ogni fotone rosso che arriva laggiù ce ne sono centottantasei blu. Il rapporto è stato misurato, non stimato: 0,856 appena sotto il pelo dell'acqua, 186,4 a meno venti (Meadows e colleghi, Proceedings of the Royal Society B, 2014).

Il che vuol dire una cosa sola per quel gommino rosso fuoco che hai pagato sei euro. Laggiù non è rosso. È una sagoma scura, grigio topo se ti va bene.

Dove finisce il rosso

Illustrazione papercut a sezione verticale del mare: una fascia rossa di carta si assottiglia e sparisce nei primi metri, mentre le fasce blu e turchesi continuano fino al fondo

L'acqua non spegne la luce tutta insieme. La sfoglia per lunghezze d'onda, e comincia dagli estremi. A un metro di profondità è già sparito più della metà dell'energia luminosa che entrava dalla superficie: ne resta il 45%. A dieci metri il 16%. A cento metri, l'uno per cento scarso.

Il conto interessante però è quello per colore. Il rosso viene mangiato quasi tutto nei primi dieci metri. L'arancio regge fino a una quarantina. Il giallo se ne va prima dei cento. Il blu-verde, quello attorno ai 470-490 nanometri, è l'unico che arriva davvero in fondo. Ed è per questo che il mare visto da sotto è blu: non perché sia blu, ma perché è l'unica cosa che è rimasta.

Quindi a venti metri il rosso non diventa «meno rosso». Smette di esistere come informazione. Senza fotoni rossi da rimandare indietro, un oggetto rosso ti restituisce il nero, e basta.

Il pesce lo vede meglio di te

Illustrazione papercut ravvicinata dell'occhio di un pesce di carta con un alone arancione di fluorescenza rossa attorno all'iride, sullo sfondo il blu profondo del mare

Qui la storia si ribalta, e questa parte non me l'aspettavo. La retina dei pesci monta fino a quattro classi di coni, e una di queste, chiamata LWS, è tarata proprio sulle lunghezze d'onda lunghe: i rossi e gli aranci, la fascia dei 495-570 nanometri e oltre.

Nel 2021 su Royal Society Open Science hanno misurato fin dove arrivano davvero, con la risposta optomotoria. Il trucco è semplice: metti il pesce in una vasca circondata da strisce che ruotano, e se le vede si gira a seguirle. Il pesce rosso ha risposto fino a 860-880 nanometri. Lo zebrafish a 840. Lo spinarello a 800. Per riferimento, il tuo occhio si ferma verso i 700, e già a 680 fatichi.

Il pesce vede un rosso profondo che tu non vedi proprio. Il problema non è mai stato il suo occhio: è la colonna d'acqua che ha sopra la testa. E dove la vista non arriva più, laggiù, il lavoro lo prende in carico quello che sente.

E poi c'è la parte che me lo ha fatto guardare con un altro rispetto. Certi pesci il rosso se lo fabbricano da soli. Il peperoncino (Tripterygion delaisi), quel pesciolino di dieci centimetri incollato alle rocce che hai visto mille volte senza degnarlo, ha gli occhi che emettono fluorescenza rossa. Non riflessa: prodotta. Assorbe blu e lo risputa rosso.

La fluorescenza è risultata più intensa negli esemplari raccolti a meno venti che in quelli a meno cinque, in sei specie su otto, fra Mar Rosso, Indo-Pacifico e Corsica. A cosa serve? A vederci. In vasca, con luce blu-verde ridotta allo 0,01% di quella di superficie, i peperoncini hanno cacciato copepodi con un successo del 7% più alto (BMC Ecology, 2017). Si è costruito un faro privato su una frequenza che laggiù non ha nessun altro.

Cosa leghi alla lenza stasera

Illustrazione papercut di tre esche artificiali di carta sospese a profondità diverse: quella alta è arancione, quella intermedia vira al bruno, quella profonda è una sagoma navy contro la luce che scende

La profondità decide se il colore delle tue esche è ancora una variabile oppure no. Sopra i cinque-otto metri conta, e conta parecchio: in un test su palangari da sgombro l'ordine delle allamature per colore dell'esca è stato rosso, poi nero, poi giallo-verde, a scendere fino al trasparente buono ultimo (Fisheries Science, 2001). Lassù la luce rossa c'è ancora, e il rosso fa il suo mestiere.

Sotto i quindici-venti metri smetti di ragionare a colori e comincia a ragionare a contrasto. Le opzioni vere restano due: chiaro che stacca sul fondo scuro, oppure scuro che stacca contro la luce che scende dall'alto. Il rosso, laggiù, è già la seconda. Non è inutile: è semplicemente un'altra cosa rispetto a quella che credevi di aver comprato, ed è ottima quando peschi sotto i cinquanta metri e ti serve una silhouette netta.

Se invece vuoi un colore che alla profondità sopravviva sul serio, l'unico candidato è il verde-blu fluorescente, che cade esattamente nella finestra rimasta aperta. Il glow non è marketing, è fisica.

Un'ultima cosa, per tenere i piedi per terra. Su black bass, a parità di limpidezza dell'acqua, il colore dell'artificiale non ha cambiato le catture per unità di sforzo. Ha cambiato la taglia: i colori vivaci hanno preso i pesci più grossi (Fisheries Research, 2015). Il colore sposta meno di quanto si racconti al bar, ma non sposta zero, e all'alba con la luce radente quel poco pesa.

La prossima volta che davanti allo scaffale delle esche scegli fra quattordici sfumature di rosso, ricordati che a venti metri sono tutte lo stesso colore. E che quel colore il pesce lo conosce meglio di te.