Alla prima uscita nessuno ti chiede quanto pesi. Ti chiedono quanti piombi metti, tu rispondi «boh, quelli che mi ha dato mio cugino», e via. La cintura è l'unico pezzo di attrezzatura che quasi tutti ereditano invece di calcolare, e il risultato si vede in acqua: c'è chi pinneggia come un dannato per restare a fondo e chi risale con l'affanno perché si porta addosso due chili che non gli servono. Il secondo caso è quello che fa paura, perché il chilo di troppo non si sente mai finché non conta.

La buona notizia è che la zavorra, in pesca subacquea, non è una questione di sensibilità o di anni di mare: è aritmetica. Sotto ci sono quattro cose che ti tirano su e una sola che ti tira giù, e se sai quanto valgono sai anche quanti piombi mettere e — cosa che quasi nessuno si chiede — dove metterli. Qui sotto trovi un calcolatore che fa il conto per la tua configurazione — muta, corporatura, fondale, attrezzatura — e ti mostra il subacqueo con i piombi già dove vanno. Sotto al calcolatore c'è il perché di ogni numero, che è quello che ti permette di correggerlo quando l'acqua ti dice il contrario.

Il calcolatore della zavorra

Compila la tua configurazione: il subacqueo qui sotto si carica i piombi dove vanno messi davvero, così la distribuzione la vedi prima ancora di leggerla. Resta un punto di partenza da portare in acqua, non un verdetto: i primi tre metri li decide la fisica, l'ultimo mezzo chilo lo decidi tu con la prova che trovi più sotto.

Quanti piombi, e dove

kg

    Il piombo non serve a scendere. Serve a smettere di salire

    Illustrazione papercut di tre subacquei alla stessa scena a tre profondità diverse: uno galleggia in superficie con una freccia arancio verso l'alto, uno è fermo a mezz'acqua con un punto arancio, uno scende verso il fondo scuro con una freccia arancio verso il basso

    Un'apnea ben zavorrata ha tre fasi, e sono tre fasi diverse. Nei primi metri sei ancora positivo: l'acqua ti spinge su e devi pinneggiare per vincere quella spinta. Poi arriva un punto in cui non sali e non scendi più: è l'assetto neutro, e lì la pinneggiata smette di servire. Da quel punto in giù sei negativo e scendi da solo, senza muovere una pinna — è la caduta libera, la parte gratis dell'immersione.

    Tutto il lavoro della zavorra sta nel decidere a che profondità cade quel punto di mezzo. Non è un dettaglio da manuale: è la differenza tra un'immersione che ti costa poco ossigeno e una che ti costa tutto. Se l'assetto neutro è troppo profondo pinneggi per metà discesa; se è troppo poco profondo scendi che è una meraviglia e poi paghi il conto in risalita, che è esattamente il momento in cui non hai più niente da spendere.

    La regola che le scuole di apnea ripetono da sempre è di stare neutri intorno ai dieci metri, o comunque a circa due terzi della profondità a cui peschi davvero. Chi batte i 15 metri sta neutro sui 10; chi lavora la tana a 6 metri sta neutro sui 4. Il senso è sempre lo stesso: essere positivi nella parte alta dell'acqua, quella in cui potresti aver bisogno di risalire senza forze.

    Chi ti tira su: quattro galleggianti, non uno

    Quando calcoli la zavorra tendi a pensare solo alla muta. La muta è la voce più grossa, ma sono quattro le cose che spingono, e in configurazioni diverse cambiano di peso.

    I polmoni. Sono il galleggiante più grande che hai, e ti porti dietro. A inspirazione piena un adulto medio ha in petto sei litri d'aria: sei chili di spinta verso l'alto, più di qualsiasi muta. È anche il motivo per cui la stessa persona, con la stessa attrezzatura, galleggia in modo completamente diverso a polmoni pieni e a polmoni svuotati — teniamolo a mente, perché è la chiave della parte sulla sicurezza.

    Il neoprene. Non è la gomma a galleggiare: sono le microbolle di gas intrappolate dentro. Più millimetri, più bolle, più spinta. Una 5 mm completa su una corporatura media vale intorno ai 5-6 kg di galleggiamento in superficie; una 9 mm invernale può superare gli 8. E attenzione al taglio: una due pezzi con la salopetta ha il torace a doppio strato, quindi galleggia sensibilmente più di un monopezzo dello stesso spessore.

    La tua composizione fisica. Il grasso è più leggero dell'acqua, il muscolo e l'osso sono più pesanti. Due persone da 80 kg, una asciutta e una morbida, possono differire di due chili buoni di galleggiamento a parità di tutto il resto. È il motivo per cui la regola del pontile («un chilo ogni dieci di peso») ogni tanto azzecca e ogni tanto è fuori di tanto: usa il peso, che è il dato sbagliato, al posto della densità, che è quello giusto.

    L'attrezzatura. Pesa poco ma non zero. Un fucile in legno galleggia — può valere un chilo abbondante di spinta — mentre uno in alluminio o un oleopneumatico sono quasi neutri. Pinne lunghe in plastica, calzari, guanti e maschera messi insieme fanno un altro mezzo chilo scarso verso l'alto.

    La muta si schiaccia, ed è lì che il conto cambia

    Diagramma papercut con tre campioni di neoprene affiancati: il primo spesso e pieno di grandi bolle di carta crema, il secondo più sottile con bolle medie, il terzo sottilissimo con bolle minuscole, su fasce di mare che si scuriscono da sinistra a destra

    Qui casca l'asino di tutte le tabelle trovate in giro. Il galleggiamento della muta non è un numero fisso: è un numero che crolla scendendo. A dieci metri la pressione è doppia rispetto alla superficie, le microbolle del neoprene si dimezzano di volume e con loro si dimezza la spinta. A venti metri sei a un terzo. La muta che in superficie ti solleva sei chili, a trenta metri te ne solleva uno e mezzo.

    Da qui discendono due conseguenze che vale la pena avere chiare.

    La prima: più peschi profondo, meno piombo ti serve. Sembra al contrario del buon senso, invece è ovvio appena lo dici così — se il fondale fa il lavoro di schiacciarti la muta, non c'è bisogno che lo faccia la cintura. Chi passa dal bassofondo alle secche in genere si toglie un chilo ogni tre o quattro metri di profondità guadagnati.

    La seconda è meno simpatica: più è spessa la muta, più stretta è la fascia d'acqua in cui il tuo assetto è gestibile. Con una 9 mm passi dall'essere un tappo di sughero a essere una pietra nel giro di pochi metri. Con una 3 mm la transizione è molto più dolce, perché c'era poca aria da schiacciare fin dall'inizio. È il motivo per cui d'inverno molti si sentono «strani» in acqua anche con la zavorra che usavano d'estate: non è la zavorra che è cambiata, è la curva.

    Le regole del pontile, e dove si rompono

    Le regole a memoria che senti al parcheggio non sono sbagliate: sono approssimazioni tarate su un caso tipico. Vale la pena conoscerle, se non altro per sapere quando smettere di fidarsi.

    RegolaCosa diceQuando ti frega
    Un decimo del peso1 kg ogni 10 kg di peso corporeo, con la 5 mm in bassofondoIgnora corporatura e taglio della muta: su un fisico asciutto è troppo
    Un chilo per millimetro1 kg di piombo per ogni mm di neopreneNon tiene conto della taglia: la stessa muta su 1,60 m e su 1,90 m ha volumi diversi
    Più o meno un chiloDalla 5 mm: -1/-2 kg con la 3 mm, +1/+2 kg con la 7 mmFunziona come correzione, non come punto di partenza
    Neutro a due terziAssetto neutro a 2/3 del fondale di lavoroÈ la regola buona, ma va verificata in acqua, non a casa

    Il difetto comune è che partono tutte dal peso corporeo, che è il dato meno informativo del mucchio. Il calcolatore qui sopra parte invece dal volume: quanta acqua sposti tu, quanta ne sposta la tua muta a quella profondità, quanto ne sposta l'aria che hai in petto. È lo stesso conto, fatto sul numero giusto.

    Dove metterli conta quanto quanti sono

    Illustrazione papercut di un subacqueo di profilo disteso orizzontale nell acqua, con blocchetti di piombo arancioni disposti sulla schiena, sui fianchi e alle caviglie

    Due persone con gli stessi sei chili addosso possono muoversi in acqua in modo completamente diverso. Il totale decide se scendi; la distribuzione decide come. È il motivo per cui il calcolatore qui sopra, oltre al numero, ti disegna i piombi addosso al subacqueo: petto, fianchi, caviglie.

    Il problema di fondo è che il corpo non galleggia in modo uniforme. Il torace è pieno d'aria e tira su; le gambe, fasciate di neoprene e attaccate a due pinne lunghe, tirano su pure loro. Se ammucchi tutto il piombo in vita, ti ritrovi con il classico assetto a bilancia: culo giù, piedi in su, e pinneggi in diagonale sprecando ossigeno per andare avanti invece che dritto.

    La cintura

    Resta la base, e va portata bassa sui fianchi, non in vita: sull'osso del bacino non scivola e non ti comprime il diaframma quando respiri in superficie. Meglio in gomma che in tela, perché la gomma segue la muta quando si comprime in profondità e non si allenta a mezz'acqua. I piombi vanno tanti e piccoli piuttosto che pochi e grossi, distribuiti prima sui fianchi, poi sui lati della fibbia, e infine dietro — mai un blocco unico sopra la spina dorsale, che è il modo più rapido per finire dal fisioterapista. La cintura va indossata per ultima, sopra ogni altra cosa: la sagola del mulinello, la fondina del coltello, lo schienalino. Se serve sganciarla deve venire via senza portarsi dietro nient'altro.

    Lo schienalino (o l'imbrago)

    Sopra i cinque o sei chili totali conviene spostarne una parte, indicativamente un terzo, su uno schienalino o su un'imbragatura da spalle. Fa due cose insieme: toglie carico alla zona lombare, che con sei chili appesi al bacino per quattro ore se ne accorge, e mette peso proprio sopra la parte più galleggiante del corpo, i polmoni. Il risultato è un assetto più piatto e stabile, meno voglia di rollare, meno correzioni da fare con le braccia.

    Le cavigliere

    Mezzo chilo per caviglia, non di più. Servono a una cosa sola: tenere giù le gambe. Sono utili soprattutto con mute spesse sulle gambe e pinne lunghe galleggianti, e nell'agguato e all'aspetto — quando lavori di richiami e passi minuti fermo sul fondo, l'ultima cosa che vuoi è che i piedi ti si sollevino. Se sei corto di fiato in risalita, però, sappi che è piombo che non puoi mollare: vanno usate con parsimonia.

    Il collare

    Il peso al collo è roba da apnea sportiva più che da pesca: aiuta l'assetto in orizzontale e la posizione durante la caduta libera, ma in superficie costringe i muscoli del collo a lavorare per tenere la testa fuori, ed è l'ultima cosa che vuoi quando sei stanco. Per la pesca, in generale, se ne può fare a meno.

    La regola pratica per correggere: se scendi di piedi ma la testa tende a salire, sposta peso verso l'alto, sullo schienalino. Se invece le gambe ti volano quando sei orizzontale sul fondo, il peso va verso il basso, alle caviglie. Non si aggiunge mai piombo per sistemare l'assetto: si sposta quello che hai già.

    La prova in acqua, che vale più del calcolo

    Nessun conteggio, per quanto fatto bene, sa quanti anni ha la tua muta e quanta aria hanno ormai perso le sue microbolle. Per questo il numero che esce dal calcolatore è un punto di partenza: si verifica in acqua, con un metodo che prende dieci minuti.

    • Parti sotto, non sopra. Metti mezzo chilo in meno di quello che ti dice il conto e aggiungi, invece di partire pesante e togliere. Sbagliare per difetto costa fatica; sbagliare per eccesso costa altro.
    • La prova in superficie. Fermo, verticale, respirando tranquillo nel boccaglio: il pelo dell'acqua deve stare più o meno a metà maschera. Se ti arriva sopra gli occhi sei già pesante.
    • La prova vera, alla profondità di assetto. Scendi al numero che ti ha dato il calcolatore, smetti di pinneggiare e stai fermo tre o quattro secondi. Se sali piano sei leggero di poco; se scendi piano sei pesante di poco; se resti lì, è quello.
    • Correggi di mezzo chilo alla volta. Un chilo intero è un salto grosso: in questa faccenda mezzo chilo si sente.
    • Rifai la prova quando cambia qualcosa. Muta nuova, stagione nuova, fondale diverso, fucile diverso. E rifalla anche sulla stessa muta dopo un paio d'anni: il neoprene invecchia, perde bolle e perde spinta — e il piombo che avevi tarato allora, adesso è troppo.

    Il chilo di troppo

    Vale la pena chiudere sulla ragione per cui tutto questo non è pignoleria. La sincope da apnea non arriva sul fondo: arriva quasi sempre negli ultimi metri di risalita o appena affiorati, quando la pressione cala di colpo e con essa l'ossigeno disponibile. In quel momento non decidi più niente. Decide la zavorra.

    Se sei zavorrato bene, un corpo privo di sensi negli ultimi metri continua a salire da solo e resta a galleggiare in superficie, dove un compagno può raggiungerlo. Se sei zavorrato pesante, il corpo si ferma e scende. È tutta qui la differenza, e si gioca su un chilo. Per questo il calcolatore, se la configurazione che hai scelto chiederebbe più piombo di quanto sia prudente, te lo toglie da solo e te lo dice: preferisce farti pinneggiare un po' di più.

    Tre cose che la matematica non copre e che valgono comunque:

    • Lo sgancio rapido va provato, non ammirato. Con il guanto, con una mano sola, senza guardare. Se non lo hai mai fatto, non sai se funziona.
    • La cintura sta sopra tutto il resto. Sagole, fondine, imbraghi: niente deve poterla trattenere quando la molli.
    • Mai da soli. Il compagno è l'unico pezzo di attrezzatura che non si compra, e in acqua conta più di ogni altro. Se stai partendo adesso, il quadro d'insieme è nella guida sulla pesca subacquea in apnea.

    Alla fine il piombo giusto è quello che ti fa dimenticare di averlo addosso: non lo senti scendere, non lo senti salire, e a fine giornata hai ancora la schiena a posto. Se stai ancora contando le pinneggiate per restare a fondo, o se risali con il fiato corto sugli ultimi cinque metri, la risposta non è nella tecnica. È in cintura.