Per chi pesca, un'area marina protetta è la prima cosa da controllare prima ancora del meteo: dentro i suoi confini le regole contano più di qualsiasi consuetudine locale, e le sanzioni sono tra le più dure che il mare italiano conosca. Ma "area protetta" non vuol dire "mare vietato". Vuol dire mare a regole diverse, che cambiano zona per zona e area per area.
In Italia le AMP sono 30, più 2 parchi sommersi: in tutto proteggono circa 231.000 ettari di mare e 711 chilometri di costa (dati del Ministero dell'Ambiente, 2026). Capire come funzionano ti evita una denuncia. E, come vedrai alla fine, ti spiega perché spesso è proprio accanto a una riserva che si pesca meglio.
Un sistema, non un divieto

Le aree marine protette nascono da due leggi che vale la pena avere in testa: la Legge 979/1982 ("Disposizioni per la difesa del mare"), che ha inventato le prime riserve marine, e la Legge quadro 394/1991 sulle aree protette. Ogni singola AMP viene istituita con un Decreto del Ministro dell'Ambiente (oggi MASE). La gestione è poi affidata a enti pubblici, istituti scientifici o associazioni ambientaliste, mentre chi controlla in acqua sono le Capitanerie di porto — la Guardia Costiera.
Quante sono davvero? Il numero ufficiale è 30 AMP più 2 parchi sommersi (Baia e Gaiola, nel golfo di Napoli). È normale trovare cifre diverse in giro: "27" e "29" sono fotografie vecchie (2010 e 2018), mentre "32" arriva da chi somma anche i parchi nazionali marini e il Santuario dei cetacei. L'ultima nata è l'AMP di Capo Spartivento, in Sardegna, nel 2023. Nomi che a un pescatore dicono qualcosa: Portofino, Torre Guaceto, Ustica, Tavolara, Isole Egadi, Capo Carbonara, Plemmirio, Miramare.
A, B, C: le tre fasce

Ecco la prima sorpresa: le famose zone A, B e C non sono scritte nella legge. La legge fissa i divieti generali e delega a un regolamento, diverso per ogni AMP, il compito di disegnare le zone "in funzione del grado di protezione necessario". Per questo il Ministero parla di "generalmente tre zone": qualche area ne ha una quarta (l'AMP di Capo Carbonara ha una Zona D "sperimentale"). Lo schema di base, però, è sempre lo stesso.
- Zona A — riserva integrale. Il cuore, in genere piccolo. È interdetta a tutte le attività che possano arrecare danno o disturbo: niente pesca, niente ancoraggio, niente navigazione, spesso nemmeno la balneazione. Si entra solo per ricerca scientifica e servizi autorizzati (a volte visite guidate). È il classico "no entry, no take".
- Zona B — riserva generale. La fascia intorno al cuore, dove l'ente gestore consente e regolamenta attività a basso impatto. Qui, in molte AMP, la pesca con la canna è ammessa — ma sempre con autorizzazione. Alcune aree ritagliano micro-zone "Bs" completamente chiuse al prelievo.
- Zona C — riserva parziale. La fascia cuscinetto tra il cuore e il mare aperto, il "filtro". È la meno restrittiva: uso sostenibile del mare, a modesto impatto ambientale, regolato dall'ente gestore.
Con la canna: dove puoi davvero pescare

Qui va sfatato il mito più comune: "in Zona A e in Zona B non si pesca". È vero solo per le AMP più severe. La regola pratica, valida quasi ovunque, è un'altra:
- Zona A: mai. Nessuna eccezione, in nessuna area.
- Zona B e Zona C: quasi sempre sì, con l'autorizzazione dell'ente gestore e nel rispetto di limiti che cambiano da un'AMP all'altra.
Il punto è proprio questo: ogni AMP ha il suo regolamento, e le differenze sono enormi. Qualche esempio concreto:
- Portofino: pesca sportiva vietata in Zona A, consentita e regolamentata in B e C previa autorizzazione. L'ente rilascia al massimo 120 autorizzazioni (80 nominali e 40 alle associazioni), il prelievo non può superare i 3 kg al giorno ed è vietato usare esche o sistemi che permettano di catturare la cernia, per farla ripopolare.
- Torre Guaceto (una delle più rigide): pesca sportiva solo in Zona C, dal 16 settembre al 14 maggio, dall'alba al tramonto; massimo 3 kg al giorno a persona; solo da terra, con 2 canne e non più di 2 ami da almeno 18 mm; appena 25 autorizzazioni al giorno, a 10 euro l'una, nominali e non cedibili. Gare vietate.
- Capo Rizzuto, Ustica, Penisola del Sinis: pesca vietata solo in Zona A, permessa in B e C con autorizzazione. Al Sinis la Zona B è addirittura riservata ai residenti di Cabras, con un tetto di 2 kg (3 kg in Zona C).
Al di là dei numeri, alcune regole tornano quasi sempre: serve un'autorizzazione (spesso nominale), ci sono tetti di prelievo, è vietato vendere il pescato, spesso sono vietate le gare, e non si toccano mai specie protette o sottomisura. Morale: prima di calare la lenza, scarica e leggi il regolamento di quella specifica AMP. È l'unico modo per non sbagliare.
La pesca in apnea è sempre un reato

Se c'è una regola da non sbagliare mai, è questa. In tutte le aree marine protette italiane, e in tutte le zone (A, B e C, senza eccezioni), la pesca subacquea è totalmente vietata. E non è una multa amministrativa: è un reato penale.
Lo mette nero su bianco lo stesso Ministero dell'Ambiente (Newsletter 14/2022): praticare la pesca in apnea dentro il perimetro di una qualsiasi AMP è sempre una violazione di carattere penale, "a prescindere dalla zona nella quale essa venga praticata (A, B o C) e dal fatto che si sia o meno effettivamente catturato qualcosa". La Corte di Cassazione lo ha confermato più volte: nella sentenza 6726/2018 un subacqueo con il fucile ma senza un solo pesce all'attivo è stato condannato lo stesso. In molte AMP è vietato persino detenere o trasportare il fucile all'interno dell'area. E attenzione all'altro lato: chi acquista quel pescato — un ristorante, per dire — commette un illecito altrettanto grave.
Multe, permessi e come metterti in regola

Le sanzioni sono pesanti perché la base è penale. Chi viola i divieti dell'area marina protetta (art. 30 della Legge 394/1991) rischia l'arresto fino a sei mesi o un'ammenda, con pene raddoppiate in caso di recidiva. C'è poi una sanzione amministrativa da 200 a 1.000 euro per chi naviga a motore in un'AMP non segnalata. La pesca in apnea, l'abbiamo detto, è sempre reato.
Mettersi in regola, per fortuna, è semplice. Quattro passi:
- Individua l'area e la zona. Le cartografie ufficiali sono sul sito di ogni AMP e sul portale del MASE: controlla se il tuo spot cade in Zona A, B o C.
- Leggi il regolamento di quella AMP. Cambiano parecchio: stagioni, orari, attrezzi, tetti di peso, specie vietate.
- Chiedi l'autorizzazione all'ente gestore prima di pescare, dove è prevista.
- Ricorda che valgono comunque le regole nazionali: taglie minime, limite dei 5 kg al giorno, divieto di vendita. L'AMP aggiunge vincoli, non li toglie. Se vuoi il quadro generale, parti dal regolamento della pesca sportiva in mare.
Perché a te conviene: l'effetto riserva

Ora la parte che i pescatori esperti conoscono bene. Una zona chiusa alla pesca non è pesce sottratto a te: è pesce messo in banca, che paga gli interessi fuori dai confini. Funziona in due modi.
L'effetto riserva. Dove la protezione è vera (nessun prelievo) e viene fatta rispettare, la quantità di pesce esplode. Nel Mediterraneo si è misurato fino a 8 volte più pesce nelle riserve integrali rispetto al mare pescato, e per i grandi predatori anche 36 volte (studio su 30 località, PLOS One 2014); una meta-analisi su 24 AMP trova in media 2,3 volte più biomassa (Nature, 2017). Con un avvertimento onesto: funziona solo la protezione totale. Le zone "a protezione parziale" rendono quanto il mare libero. Conta l'applicazione, non il cartello.
Lo spillover. Quel pesce non resta dentro i confini. A Torre Guaceto le uova e le larve sconfinano fino a circa 100 km sottocorrente, ripopolando i tratti pescati; i saraghi adulti dentro la riserva erano 10-20 volte più densi che fuori (Di Franco, PLOS One 2012). Anche gli adulti escono oltre il confine — di solito un paio di chilometri, a volte molti di più. E non si tratta di teoria: una revisione mondiale del 2024 (PNAS) non trova un solo caso di calo del pescato causato da un'area protetta, ma almeno 46 casi di beneficio (più catture e/o pesci più grossi) in 25 Paesi. Ecco perché chi conosce il mare non maledice i confini della riserva: li costeggia.
Parchi di carta: il 30x30 e quello che manca

Chiudiamo con la verità scomoda. L'Italia si è impegnata con l'obiettivo "30x30" a proteggere il 30% del proprio mare entro il 2030, di cui il 10% in protezione integrale (Strategia nazionale per la biodiversità, sulla scia di un trattato ONU). Sulla carta siamo messi bene; nella realtà molto meno.
Secondo l'analisi di Greenpeace (2024), l'Italia dichiara l'11,6% di mare protetto, ma davvero protetto è solo lo 0,9%, e sotto protezione totale — pesca vietata del tutto — appena lo 0,04%: in pratica solo le Zone A e Bs delle AMP e le zone più chiuse dei parchi marini. Lo stesso ordine di grandezza lo conferma l'ISPRA. Il resto è spesso "parco di carta": mare conteggiato come protetto ma dove si pesca eccome. È il caso di gran parte della Rete Natura 2000 — 2.649 siti nati da direttive europee (Habitat e Uccelli) che tutelano habitat e specie ma, in mare, spesso non vietano nulla: si può pescare, si può fare lo strascico. Da non confondere con le AMP.
Il Mediterraneo ospita l'8% delle specie marine del mondo su appena l'1% della superficie, con un quinto di specie che vivono solo qui; eppure meno dello 0,06% è protetto davvero, mentre più della metà degli stock ittici è in sovrapesca. La protezione vera funziona — lo dicono i numeri di Torre Guaceto. Il problema non è averne troppa: è averne troppo poca, e per davvero.
Le aree marine protette non sono un muro contro chi pesca. Sono la parte di mare che lavora perché ce ne sia ancora, anche fuori dai confini. Conoscerle è il modo più semplice per stare dalla parte giusta della lenza.



