In apnea il pesce non lo rincorri. Lo convinci a venire a vedere cosa stai combinando.
La pesca subacquea ha un problema aritmetico: tu hai un solo polmone d'aria, il pesce ha tutto il mare. Inseguire un dentice a tre metri di profondità, mentre l'orologio interno ti ricorda che l'ossigeno cala, è un buon modo per perdere entrambe le cose: il pesce e la calma. Per questo gli apneisti, da generazioni, hanno ribaltato il problema. Invece di andare dal pesce, fanno venire il pesce da loro.
Si chiama richiamo. Non è un trucco da prestigiatore: è fisica e biologia applicate, con pochi secondi di apnea come unico margine di manovra.
Il suono fa il lavoro sporco

Sott'acqua il suono viaggia a circa 1.500 metri al secondo, più di quattro volte la velocità che ha nell'aria (circa 340 m/s). Tradotto: una vibrazione che in superficie si spegnerebbe in un sussurro, sul fondale arriva lontana e netta. È il richiamo che lavora a distanza, prima ancora che il pesce ti veda.
La tecnica classica è la grattata: la punta del coltello o un sasso che raschia la roccia, un suono secco e irregolare. Imita qualcosa che mangia, o che si dibatte ferito. I pesci non lo captano con le orecchie ma con la linea laterale, la fila di recettori lungo i fianchi che legge le variazioni di pressione come una pelle capace di ascoltare. Per un sarago curioso, quel raschio è una domanda a cui vuole rispondere di persona.
La curiosità che frega il dentice

Il dentice ha la fama del pesce diffidente, e se la merita. Un adulto supera tranquillamente i 10 kg e può vivere oltre vent'anni: un traguardo che non raggiungi fidandoti del primo sconosciuto. Ma anche il più sospettoso dei predatori ha un punto debole. Vuole sapere cosa succede in casa sua.
L'apneista all'aspetto sfrutta proprio questo: si acquatta sul fondo, immobile, e lascia che la curiosità faccia il resto. Funziona perché in mare l'immobilità è sospetta quanto il movimento. Specie territoriali come la corvina e lo stesso dentice arrivano a ispezionare l'intruso fermo, spesso da dietro le spalle. Il pesce migliore si presenta quando hai quasi smesso di sperarci, di solito a pochi secondi dalla risalita.
Mani che fingono una preda

A corto raggio entra in scena il richiamo visivo. L'acqua, però, è un filtro spietato per i colori: il rosso sparisce già intorno ai cinque metri di profondità, l'arancione poco sotto. Quello che resta è il contrasto e, soprattutto, il movimento.
Da qui il vecchio trucco delle dita. Le muovi piano sul fondo, lasciandole ondeggiare come i tentacoli di un polpo o le pinne di un pesce ferito. Per un predatore opportunista è un invito a cena scritto in una lingua che conosce benissimo. Stessa logica per la sabbia smossa: una nuvola di sedimento dice qui qualcuno scava, forse c'è da mangiare, e i saraghi accorrono a controllare il menù.
Il pesce che risponde al richiamo

C'è un dettaglio che ribalta tutta la faccenda. La corvina, tra le prede più ambite del richiamo all'aspetto, non si limita a sentire i suoni: li produce. Appartiene agli sciaenidi, pesci capaci di far vibrare la vescica natatoria come un tamburo. Ne esce un brontolio sordo, che usano per comunicare soprattutto in fase riproduttiva. Stai richiamando, insomma, un animale che del suono ha fatto una lingua. E quando arriva a indagare la tua grattata, in un certo senso, è venuto a risponderti.
Il pesce più bello non è quello che insegui fino a restare senza fiato. È quello che, alla fine, decide da solo di venirti incontro.



