L'apnea è l'unica parte della pesca subacquea in cui il tuo corpo ti mente. Non per cattiveria: per come è fatto. Ti dà un allarme che sembra l'ossigeno e non lo è, ti fa sentire tranquillo nel momento in cui sei più carico, e ti lascia solo esattamente quando arriva il conto.
E il conto non arriva dove credi. Non sul fondo, dove sei convinto di giocartela. Arriva negli ultimi metri, quando sei quasi a casa, e nei trenta secondi dopo che hai tirato fuori la testa — con la boa a portata di mano e l'aria buona nei polmoni. È lì che si spegne la luce. Questo articolo parla di quel meccanismo.
Il fondo è il posto più ricco che ci sia

C'è un esperimento che ha un pregio raro: invece di chiedere agli apneisti come si sentivano, gli ha infilato un ago in arteria ed è andato a guardare il sangue. Sei apneisti, una piscina profonda quaranta metri in Veneto, prelievi in tre momenti — prima del tuffo, giù sul fondo, e appena riemersi.
I numeri ribaltano l'intuizione. Prima del tuffo l'ossigeno nel sangue arterioso stava a novantatré millimetri di mercurio: il valore di chiunque stia respirando. Sul fondo, a quaranta metri, era salito a centonovantotto. Più del doppio. Non perché avessero preso aria: perché cinque atmosfere di pressione schiacciano l'aria che già hai nei polmoni e la spingono nel sangue con la forza. A quaranta metri sei l'uomo più ossigenato della giornata. Il fondo, dal punto di vista dell'ossigeno, è il posto più sicuro del tuffo — ed è il motivo per cui là sotto ti senti benissimo.
Poi risali. Alla riemersione lo stesso ossigeno era a settantotto: sotto il valore di partenza, dopo essere passato dal doppio. Quella non è una discesa dolce, è un crollo, e si concentra nel tratto in cui la pressione molla di colpo. Perché la pressione non cala in modo regolare: fra venti e dieci metri perdi una atmosfera, fra dieci metri e la superficie ne perdi un'altra intera. L'ultimo pezzo di risalita, quello che dura pochi secondi e che fai già pensando alla boa, è il pezzo in cui il mondo cambia di più. I polmoni si riespandono, l'ossigeno dentro si diluisce, e la pressione che te lo teneva schiacciato nel sangue non c'è più. Quello che intanto hai consumato, nel frattempo, non torna indietro.
C'è poi un secondo tempo, ed è il pezzo che quasi nessuno racconta. Portando un pulsossimetro sott'acqua, su tuffi veri intorno ai settanta metri, la saturazione minima non è stata registrata in acqua: è arrivata appena dopo l'emersione. Media cinquantacinque per cento, con qualcuno sceso a quarantaquattro. Il motivo è meccanico: il sangue povero che stava fermo nelle gambe e nelle braccia, tenuto fuori dal giro mentre eri giù, rientra in circolo quando ti rilassi in superficie, e per arrivare al cervello ci mette qualche secondo. Tu stai già respirando. Il tuo cervello no: sta ricevendo adesso il peggio di un tuffo che per te è finito.
Una precisazione che vale la pena tenere separata, perché portarsela dietro nel posto sbagliato è pericoloso: tutto questo vale per il tuffo, cioè per una risalita in cui la pressione cambia. In piscina, in orizzontale, il blackout non ha bisogno di nessuna risalita e non aspetta nessun ultimo metro: arriva a qualsiasi profondità, anche in un metro d'acqua. La frase "il pericolo è nella risalita" non va portata in vasca.
Cosa compra davvero l'iperventilazione

Qui c'è il mito centrale, e per una volta abbiamo il conto preciso. Diciotto persone, quindici secondi di iperventilazione, la faccia in acqua a quindici gradi per accendere il riflesso d'immersione. Poi apnea, con gli strumenti attaccati.
Partiamo da dove il mito ha ragione, perché ce l'ha e vale la pena dirlo. L'ossigeno negli alveoli sale davvero: da centoventuno millimetri a centotrentasette. È una differenza vera e solida. Chi liquida la faccenda con "l'iperventilazione non ti dà ossigeno" sta trasformando una cosa vera in una falsa, e le mezze verità in apnea si pagano.
Il punto è un altro: quell'ossigeno in più non ti serve. L'emoglobina — i camion che portano l'ossigeno al cervello — quando respiri normalmente è già carica al novantasette-novantotto per cento. È piena. Puoi soffiare quanto ti pare: sopra a un camion pieno non ci sale nient'altro. Quei sedici millimetri in più sono aria ferma negli alveoli, non scorta che arriva alla testa.
E adesso il prezzo. L'anidride carbonica, quella sì, crolla: da ventinove millimetri a diciassette, il quaranta per cento in meno. E l'anidride carbonica è l'unica cosa che il tuo corpo sa misurare per dirti di respirare. Risultato: l'apnea si allunga di ventidue secondi, da centoundici a centotrentatré. Ed è esattamente il risultato che uno cerca, quando iperventila.
Solo che quei ventidue secondi finiscono male. A fine apnea l'ossigeno negli alveoli era più basso dopo l'iperventilazione che dopo il respiro normale: ottantatré contro ottantanove. E la saturazione minima peggiore: novanta e sei contro novantatré e sei. Hai respirato di più, sei rimasto sotto di più, e sei uscito con meno ossigeno di quanto ne avresti avuto senza fare niente. Il tempo non l'hai comprato con l'ossigeno. L'hai comprato contro il tuo margine.
L'allarme che hai staccato

Le contrazioni del diaframma — quelle spinte involontarie che ti dicono "adesso basta" — nello stesso esperimento arrivavano a ottantanove secondi col respiro normale e a centododici dopo l'iperventilazione. Ventitré secondi di silenzio in più. Ventitré secondi in cui stai bene e non lo sei.
Su questo però va fatta una precisazione, perché la versione da bar dello sfatamento è imprecisa quanto il mito. Si sente ripetere che "le contrazioni sono solo anidride carbonica e con l'ossigeno non c'entrano niente". Non è così netta, e non serve che lo sia. Basta e avanza il punto pratico: le contrazioni non sono un misuratore di ossigeno. Sono un misuratore inaffidabile — e se hai iperventilato, sei anche stato tu a tararlo male.
C'è poi un dettaglio, nei dati, che meritava la prima pagina e invece se lo perdono quasi tutti. Se confronti la saturazione allo stesso secondo — non a fine apnea, ma nello stesso identico istante — l'iperventilazione non fa nessuna differenza: novantasei e quattro contro novantasei e zero. Vuol dire che l'iperventilazione non ti brucia l'ossigeno più in fretta. Non è un veleno. Fa una cosa sola, e le basta: ti tiene sotto più a lungo, ed è il tempo in più a portarti nel tratto ripido della curva, quello in cui la saturazione non scende più: precipita. Gli autori dello studio, su questo, restano onesti fino in fondo e mettono nero su bianco che non si sa ancora se il rischio venga dal ritardo dello stimolo o da come si consumano le scorte. Chi te lo spiega con più sicurezza di loro ci sta mettendo del suo.
I tuffi ripetuti: il debito che non vedi

Fin qui abbiamo parlato di un'apnea. Ma tu non ne fai una. Ne fai quaranta, in tre ore, con pause corte, sempre sulla stessa secca. Ed è qui che la ricerca smette di parlare di apneisti da vasca e tocca esattamente quello che fai tu.
Nello stesso esperimento hanno messo in fila cinque apnee. Col respiro normale la saturazione minima resta stabile: la prima e la quinta si somigliano, il corpo tiene. Dopo l'iperventilazione, no. La minima scende tuffo dopo tuffo: novantaquattro alla prima, ottantasei e sette alla quinta. E alla quinta, quattro persone su diciotto sono finite a settantacinque per cento o sotto. Gli autori lo chiamano un aspetto mai descritto prima — il che, tradotto, vuol dire che è roba che gli apneisti non sapevano.
E non è un risultato isolato: un secondo gruppo, indipendente, ha rifatto la prova con nove persone e trenta secondi di iperventilazione. Stessa figura del debito che si accumula. Alla terza ripetizione la saturazione minima stava a settantatré per cento contro settantanove del respiro normale. Ma il dettaglio che dice tutto è un altro: nel gruppo che iperventilava, otto persone su nove sono state fermate per sicurezza.
È il punto che ribalta la logica del "tanto il primo tuffo è andato bene". Il debito non lo vedi arrivare perché non fa male: la prova è che, mentre si accumulava, quelle persone stavano semplicemente facendo il loro quinto tuffo come avevano fatto il primo.
Va detto da dove vengono questi numeri, perché cambia come si leggono: sono apnee statiche, all'asciutto, con la faccia in una bacinella, su gente poco allenata. Nessuno è svenuto — quello che si misura è il margine, non l'incidente. Ma la direzione in cui questi numeri sbagliano è quella tranquillizzante. In mare ci metti il nuoto, il freddo, il fucile, il pesce da inseguire e soprattutto una risalita vera, con i polmoni che si riespandono: roba che in bacinella non c'è. Il margine vero è peggiore di quello misurato, non migliore.
Il compagno è uno che ti guarda uscire

Da tutto questo esce una conseguenza pratica che è l'esatto contrario di come si organizza la maggior parte delle uscite.
Se il momento peggiore è dopo l'emersione, il compagno serve dopo l'emersione. Non mentre sei giù: dopo. La raccomandazione è di tenere gli occhi addosso a chi riemerge per non meno di trenta secondi, perché la perdita di coscienza può arrivare in ritardo, a testa fuori e a polmoni pieni. Trenta secondi in cui non guardi il pesce che ha preso, non riavvolgi il sagolino, non accendi il motore: guardi lui.
Il che ridefinisce chi è un compagno. Uno che sta in barca a duecento metri non è un compagno: è un testimone. Uno che è sott'acqua a pescare mentre tu risali non è un compagno: sta facendo il suo tuffo, e nei tre secondi che contano non c'è. Compagno è uno in superficie, sveglio, a distanza di braccio, che ti guarda uscire e continua a guardarti mentre tu pensi che sia finita.
Due onestà su questo numero. La prima: i trenta secondi sono una convenzione di sicurezza, non una soglia uscita da un esperimento — nessuno ha misurato che a ventinove muori e a trentuno ti salvi. Il meccanismo sotto però è misurato ed è quel ritardo con cui il sangue peggiore arriva al cervello: è una regola pratica costruita sopra una cosa vera. La seconda: la coppia protegge fino a un certo punto. Funziona in acqua bassa, con buona visibilità, e con uno che fa sul serio il mestiere di guardare. Più la giornata si complica — corrente, torbido, profondità, due pesci insieme — prima si rompe.
È anche il motivo per cui l'apnea in vasca da soli non è una versione più prudente dell'allenamento: è la versione peggiore. In piscina il bagnino guarda venti persone, e uno fermo sul fondo, a faccia in giù, in silenzio, sembra esattamente uno che si sta allenando bene.
Se di tutto questo devi portarti a casa una frase sola, che sia questa: il tuo corpo non ha un allarme per l'ossigeno. Ha un allarme per l'anidride carbonica, e tu puoi zittirlo respirando forte. Il giorno che lo zittisci davvero, il primo segnale che ricevi non è il fastidio. È il buio.
Non iperventilare. Recuperi lunghi, perché il debito si accumula anche nei tuffi in cui ti senti a posto. E uno che ti guarda uscire, e continua a guardarti per un po'. Non è tutto quello che serve per stare sicuri in apnea. È però la parte su cui i numeri, oggi, non lasciano spazio a discussioni.



