C'è un paradosso in fondo al mare. Una nave che affonda è una tragedia finché galleggia; appoggiata sulla sabbia, anni dopo, diventa la cosa più viva nel raggio di chilometri. Non è una frase da cartolina: è quello che i biologi misurano davvero quando si calano su un relitto e contano i pesci. Il problema è che tra ciò che si misura e ciò che si racconta al bar del porto c'è un oceano di mezzo — e in questo articolo proviamo a separarli, perché la differenza riguarda da vicino chi il mare lo pesca.

Un'oasi nel deserto di sabbia

Illustrazione papercut di un relitto scuro isolato al centro di una distesa piatta di sabbia chiara, con banchi di pesci che convergono verso di esso dal mare vuoto

Per capire perché un relitto brulica di vita bisogna guardare cosa ha intorno. Gran parte dei fondali costieri è sabbia o fango: distese piatte e aperte, senza un riparo per chilometri. In quel deserto, una nave affondata è l'unica struttura dura e complessa che esista: lamiere, stive, portelli, ombre. Un pesce ci trova riparo dai predatori, un appiglio contro la corrente, angoli dove deporre le uova. Dove non c'era né casa né mensa, all'improvviso ci sono entrambe.

Il caso di scuola è dall'altra parte del mondo: la Yongala, un piroscafo affondato nel 1911 al largo del Queensland, in Australia, adagiato su un fianco a una trentina di metri in una zona battuta da corrente forte. Cinque censimenti condotti dai ricercatori vi hanno contato almeno 122 specie di pesci di 27 famiglie diverse — una comunità che non somiglia a nessun fondale naturale vicino alla stessa profondità. Una singola nave, in mezzo al nulla sabbioso, che diventa il punto più affollato del circondario.

Il motore di tutto questo, oltre alla struttura, è l'acqua che si muove: la corrente porta ossigeno e cibo alla parete del relitto e tiene in sospensione il plancton di cui si nutre la base della catena. Non a caso i relitti più ricchi stanno quasi sempre dove la corrente lavora.

I relitti-icona del mondo

Illustrazione papercut della sagoma di un'enorme portaerei affondata con un piccolo sub accanto per dare la scala e banchi di pesci lungo il ponte

Alcuni relitti sono diventati mete leggendarie per i subacquei, e insieme habitat veri. Nel Mar Rosso, lo SS Thistlegorm — un mercantile britannico affondato dai bombardieri tedeschi il 6 ottobre 1941 nello Stretto di Gubal — giace intorno ai 30 metri, con il punto più basso a una trentina e il più alto a circa 16. Oggi le sue lamiere sono coperte di coralli e pattugliate da banchi di pesci pipistrello, barracuda e lutiani, con grosse murene, scorfani e pesci coccodrillo appostati sui ponti.

Sul versante opposto della scala c'è la USS Oriskany, una portaerei di quasi 270 metri affondata di proposito nel 2006 al largo di Pensacola, in Florida. Riposa dritta sul fondo: il ponte di volo sta intorno ai 44 metri, il tetto della torre a poco più di 20, la chiglia oltre i 60. È considerata il più grande reef artificiale del mondo, tanto che i sub l'hanno soprannominata «the Great Carrier Reef». Nel Mediterraneo orientale, il traghetto Zenobia capovolto al largo di Larnaca, a Cipro, gioca lo stesso ruolo di cattedrale d'acciaio.

Sono nomi che evocano meraviglia, e giustamente. Ma «famoso» non è sinonimo di «pieno di vita come si racconta»: quanta di quella ricchezza sia reale, e quanta sia effetto ottico, lo vediamo tra poco. Prima, però, torniamo a casa.

L'angolo Italia: il Paguro e l'Haven

Illustrazione papercut del fumaiolo e della plancia di una grande petroliera affondata che emergono dall'acqua blu profonda, con ricciole argentee intorno e la testa di un grongo che sbuca da un tubo

Non serve andare ai tropici. Il relitto-simbolo italiano come habitat non è nemmeno una nave: è il Paguro, una piattaforma metanifera dell'AGIP crollata dopo un'esplosione nel 1965, a una decina di miglia al largo di Ravenna. Sta su fondale molle dell'alto Adriatico, tra i 10 metri della parte più alta dei tralicci e i 33 del punto più profondo. E lì, dove intorno c'è solo sabbia e fango, vivono pesci di scogliera altrimenti rari da quelle parti: la corvina (Sciaena umbra), il grongo (Conger conger), lo scorfano nero (Scorpaena porcus), l'occhiata (Oblada melanura), fino alla spigola. È anche un caso di tutela: dal 1995 il relitto è al centro di una Zona di Tutela Biologica di 66 ettari, dove pesca, ancoraggio e immersioni sono vietati o regolamentati salvo autorizzazione.

Il gigante, invece, sta in Liguria. La petroliera Haven — 334 metri — bruciò e affondò al largo di Arenzano nell'aprile del 1991, lasciandosi dietro uno dei peggiori disastri ambientali del Mediterraneo. Oggi il suo scafo colossale, adagiato tra i 33 e gli 80 metri a poco meno di due miglia dalla costa, è il più grande relitto visitabile del Mediterraneo, e le sue lamiere sono diventate territorio di caccia per le ricciole e altri predatori di passo. Dal petrolio all'oasi: la natura non dimentica il disastro, ma se lo riprende.

Chi arriva prima: come nasce la vita su un relitto

Illustrazione papercut a strati di una superficie di scafo d'acciaio colonizzata: prima una pellicola chiara di biofilm, poi balani, vermi tubicoli e spugne, infine qualche piccolo pesce

La vita non si posa tutta insieme: arriva in ordine. Appena una lamiera tocca il fondo, in pochi giorni la ricopre uno strato invisibile di microrganismi — batteri, alghe microscopiche, funghi: è il biofilm, un velo viscido che è il vero primo colono. Quel velo non è solo sporcizia: manda segnali chimici che le larve degli organismi incrostanti — balani, vermi tubicoli, spugne — leggono per decidere dove attaccarsi. Sopra quella foresta in miniatura arrivano poi i pesci, spesso in fretta.

Qui però servono due onestà che nella divulgazione spariscono sempre. La prima: la cronologia esatta, oltre il biofilm, è in buona parte ignota. I relitti li scopriamo e li studiamo quasi sempre decenni dopo l'affondamento, quando le prime fasi sono già passate — quindi «dopo quanti mesi o anni la comunità è matura» è più una supposizione che un dato.

La seconda è ancora più importante: la colonizzazione non è automatica né uguale ovunque. Due relitti d'acciaio quasi gemelli del Mediterraneo orientale — lo Zenobia a Cipro e l'Alice-B in Libano, stesso metallo, stessa epoca, profondità simile — hanno sviluppato comunità opposte, semplicemente perché l'acqua intorno era diversa: quella libanese, più carica di nutrienti, ha prodotto incrostazioni meno varie e dominate dalle alghe; quella cipriota, più povera, più coperture di corallo. Lo stesso relitto, in due mari, diventa due cose diverse. Buttare giù una nave non «programma» che vita ci crescerà sopra.

Attrae o produce? Il dibattito che riguarda il pescatore

Illustrazione papercut di un relitto fittissimo di pesci mentre la sabbia tutt'intorno è vuota, con una lenza e un amo che scendono dall'alto verso la struttura affollata

Ed eccoci al cuore della questione, quello che conta per chi cala una lenza. Un relitto è, prima di tutto, un aggregatore: raccoglie in poche decine di metri il pesce che era sparso su un fondale enorme. Meraviglioso da vedere, comodissimo da pescare — e qui sta la trappola. Gli stessi ricercatori della Yongala mettono in guardia nero su bianco: una struttura che concentra così tanto pesce può essere svuotata in fretta da poche battute di pesca intensa. Il pesce sembra tanto proprio perché è tutto lì.

Da questo nasce la domanda che divide i biologi da oltre trent'anni: il relitto produce pesce nuovo — più biomassa totale nel mare — oppure si limita ad attrarre e concentrare quello che c'era già? La differenza non è accademica. Se è solo attrazione, non stai arricchendo il mare: lo stai rendendo più facile da prelevare, e quindi più facile da esaurire.

La verità onesta è che la produzione vera è stata dimostrata in modo pulito una volta sola: in Algarve, nel sud del Portogallo, ventisette anni di dati su un grande complesso di reef artificiali hanno mostrato che la capacità di carico di una specie di sarago, lo sparaglione (Diplodus vulgaris), è cresciuta del 35% a scala regionale — un aumento che l'attrazione da sola non potrebbe spiegare. Ma è una specie, una regione, un modello. Non la regola. Per tutto il resto il dibattito è ancora apertissimo, e persino la sintesi scientifica più recente si rifiuta di chiuderlo, perché la risposta cambia da un posto all'altro e da una specie all'altra. Quando peschi su una struttura, insomma, stai quasi sempre pescando su un magazzino, non su una fabbrica.

I miti da lasciare sul fondo

Illustrazione papercut di un vecchio rottame arrugginito abbandonato sulla sabbia nuda quasi senza vita, con una rete fantasma strappata che lo ricopre alla deriva

Il mito numero uno è che affondare qualsiasi cosa equivalga a «fare una barriera artificiale». Non è così. Una sintesi di 39 studi in tutto il mondo dice sì che i reef artificiali possono reggere il confronto con quelli naturali per densità e biomassa di pesci — ma con una condizione netta: non sono una taglia unica per tutti. Funzionano se collocati nel posto giusto, dopo valutazioni serie del sito; non se scaricati a caso sperando che il mare faccia il resto. E c'è un dettaglio che riguarda proprio noi: nei reef del Mediterraneo quella stessa analisi trova una ricchezza di specie più bassa che altrove.

Il secondo mito è che un relitto, col tempo, «diventi» una scogliera naturale. Mai del tutto. Confrontando relitti e reef rocciosi veri, i ricercatori hanno visto che la struttura trofica — chi mangia chi, come scorre l'energia — resta profondamente diversa, e l'idea che i due si equivalgano è stata testata e bocciata. Vale anche per relitti di oltre un secolo: possono ospitare specie rare, ma non ricreano la varietà di una scogliera vera. Usare le navi affondate per «rimpiazzare» i fondali naturali che perdiamo, quindi, è una scorciatoia che non regge.

Terzo, i numeri. Le cifre roboanti sulla «biodiversità» dei relitti vanno prese con le pinze: spesso il conto ignora il deserto di sabbia tutt'intorno, e così la ricchezza sembra più alta di quanto sia. Infine i rischi veri, senza allarmismi: carburante e carico che restano intrappolati negli scafi, reti da pesca incagliate che continuano a catturare da sole per anni — il cosiddetto ghost fishing — e specie estranee che sul relitto trovano un trampolino per diffondersi. Un relitto è una risorsa, ma non è mai solo un regalo al mare.

Si può pescare (e immergersi) su un relitto?

Illustrazione papercut di un subacqueo che osserva un relitto con un oblò e un'anfora tenendo le mani indietro senza toccare, con i pesci che nuotano tranquilli intorno al metallo

Due cose vanno sapute prima di calare una lenza o di scendere in apnea su un relitto. La prima: molti relitti sono patrimonio, non prede. La legge italiana, richiamando la convenzione internazionale sul patrimonio culturale subacqueo, considera bene culturale ogni traccia umana rimasta sommersa da almeno cento anni — non cinquanta, come spesso si sente ripetere. Su quei relitti non si preleva e non si porta su nulla: esiste una Soprintendenza nazionale apposita, con sede a Taranto, che se ne occupa.

La seconda: alcuni relitti stanno dentro aree protette. Sul Paguro, per dire, pesca e ancoraggio sono vietati e ci si immerge solo con autorizzazione. Dove invece il relitto è libero, non c'è un divieto, ma resta il buon senso — che qui coincide con l'interesse del pescatore stesso. Le reti fantasma incagliate sono un pericolo concreto per chi si immerge e una mattanza silenziosa per il pesce; e un fondo che concentra tutta la vita del circondario, se lo svuoti in due uscite, non si ripopola nel giro di una stagione. Un relitto rende molto a chi lo tratta come una risorsa da far durare, e poco a chi lo tratta come un bancomat. Il mare, sotto quelle lamiere, ci ha messo decenni: vale la pena non avere fretta.