La corrente è l'unica cosa del mare che senti con le mani prima di leggerla da qualche parte. Lo capisci dal piombo che smette di piantarsi, dalla lenza che fa la pancia dalla parte sbagliata, dall'esca che torna indietro invece di restare dove l'hai messa. Non ti serve un bollettino: te lo dice la canna.

Ed è anche quella su cui il mare custodisce il buco più grande. Non perché la corrente non conti: perché la corrente che ti interessa davvero — quella dei trenta metri davanti allo scoglio — non l'ha misurata nessuno. E sul fatto che faccia mangiare i pesci, la ricerca mediterranea non ha nemmeno provato a rispondere. Non ha risposto male: non ha proprio fatto la domanda.

Che correnti ci sono davvero nei mari italiani

La corrente costiera occidentale adriatica scende lungo la penisola

Partiamo da quello che si sa bene, perché c'è ed è solido. Lungo tutta la penisola adriatica scende verso sud-est un fiume d'acqua che ha un nome: corrente costiera occidentale, per gli oceanografi Western Adriatic Current. Non è una teoria: l'hanno misurata buttando in mare i drifter, boe alla deriva che si fanno trasportare e raccontano via satellite dove sono finite. Duecentouno di loro, tra il 1990 e il 1999, hanno disegnato quella corrente centimetro per centimetro.

I numeri: il nucleo viaggia a una media di venticinque-trentacinque centimetri al secondo, cioè circa un chilometro all'ora, attorno al mezzo nodo. La fascia è larga fra i quarantacinque e i settanta chilometri. E soprattutto: è il punto in cui l'Adriatico settentrionale e centrale ha la corrente media più forte, la variabilità più alta e l'energia più grande di tutto il bacino. Il lato italiano, tra i due, è quello dove il mare si muove di più.

Prima di innamorarti del numero, però, leggi la riga che quasi nessuno riporta: quel nucleo non è a riva. Sta cinque-dieci chilometri al largo. Mezzo nodo è la velocità di un'acqua che passa a un'ora di barca da te, non di quella che ti tira via il piombo. E c'è un secondo dettaglio che cambia la lettura: i drifter usati seguono il primo metro d'acqua, quindi quel valore si porta dentro anche la deriva prodotta da vento e onde — non è corrente "pura".

La corrente ha anche il suo calendario: l'energia è massima in autunno, alta d'inverno, molto più fiacca d'estate. E ha i suoi padroni: con la bora si va ben oltre quei numeri, con lo scirocco il flusso si indebolisce e può perfino invertirsi.

Il numero che nessuno ha mai misurato

La griglia dei modelli è troppo larga per vedere lo scoglio

Qui arriva il punto che dovrebbe cambiare il modo in cui guardi qualunque app di correnti, la mia compresa.

La velocità della corrente alla scala dello scoglio — poche centinaia di metri da riva, dove peschi davvero — in acque italiane non è documentata da nessuna misura pubblicata. I numeri che circolano sono una di queste tre cose: medie di nucleo prese a cinque, dieci, venticinque chilometri dal largo; oppure output di modelli numerici mai calibrati contro una misura reale; oppure griglie che interpolano invece di misurare.

E le griglie sono il punto dolente. Il prodotto di riferimento per le correnti superficiali mediterranee lavora a un ottavo di grado: alle nostre latitudini fa una maglia di circa dodici chilometri. Una singola cella si mangia un'intera falcata di costa: il tuo scoglio, il porticciolo, la secca a duecento metri e la spiaggia dietro il promontorio stanno tutti dentro lo stesso quadratino, con lo stesso identico valore. Gli autori del prodotto lo scrivono chiaro: è roba da mesoscala, la grande circolazione. Non è fatto per dirti cosa succede sotto la tua canna, e non può farlo. C'è anche un dettaglio da sapere se qualcuno te lo cita come fonte "live": quella serie si ferma al giugno 2018. È una ricostruzione storica, non una previsione di oggi.

Tradotto: quando un'app ti dice che davanti a te ci sono 0,8 km/h di corrente, non è una misura del tuo spot. È la media di un rettangolo di dodici chilometri di lato che contiene anche il tuo spot. Può essere giusta, può essere clamorosamente sbagliata: nessuno lo ha verificato a quella scala. Ed è probabile che sotto costa la variabilità reale, da un punto all'altro, sia molto più grande del valore medio che la griglia ti mostra.

Il vento la comanda — ma non subito, e non come credi

Il vento comanda la corrente ma serve tempo, e il segno dipende dalla costa

Che il vento muova l'acqua lo sa chiunque. Meno noto è che lo fa su due orologi diversi, e confonderli è l'errore che rende inutili metà delle previsioni fai-da-te.

Il primo orologio è immediato: il vento che soffia adesso trascina subito la pellicola d'acqua superficiale. Il secondo è lento, e conta molto di più. Per cambiare davvero la struttura del mare — la stratificazione, e con essa la corrente vera e propria — serve un evento di vento che duri più di due o tre giorni. Le misure sono nette su questo: gli eventi sotto le ventiquattr'ore la stratificazione non la toccano nemmeno. Una sventolata di mezza giornata, per la corrente, è quasi rumore.

Quando invece il vento insiste oltre la soglia e ha la direzione giusta, succede il finimondo. L'acqua di superficie viene spinta al largo, dal profondo ne risale altra fredda a rimpiazzarla — l'upwelling, che nell'articolo sul vento abbiamo già visto in dettaglio — e la corrente principale viene tagliata del trenta-cinquanta per cento. Nei casi estremi il vento riesce addirittura a fermarla, e allora sotto costa si forma un fronte: una linea netta tra l'acqua calda della corrente e quella fredda appena risalita. Quei fronti esistono e sono misurati: sono l'unica struttura del genere documentata sotto costa nel Mediterraneo.

Adesso la trappola, ed è grossa. Quel risultato — "i venti da ovest fanno upwelling" — viene da una costa che corre est-ovest con la terra a nord. Sulla tua costa il segno può essere rovesciato: su un litorale tirrenico esposto a ponente, il ponente non spinge l'acqua al largo, gliela spinge addosso, e invece di far risalire acqua fredda la fa sprofondare. Stesso vento, effetto opposto. Non esiste una regola vento→upwelling che valga per l'Italia: esiste solo dopo che hai guardato verso dove guarda la tua spiaggia. La geometria della tua costa viene prima del bollettino.

E il pesce? Nessuno l'ha mai chiesto alla corrente

Il più grande studio mediterraneo sull'orata non ha mai testato la corrente

Veniamo alla domanda per cui sei qui: la corrente fa mangiare i pesci?

La risposta è che non lo sappiamo, e il modo in cui non lo sappiamo è istruttivo.

Esiste il più grande studio di telemetria acustica mai fatto nel Mediterraneo sull'orata: duecentoventidue pesci marcati con trasmettitori, seguiti per cinque anni, quasi ottocentomila rilevamenti. Un lavoro enorme, recentissimo, che incrocia i movimenti dei pesci con una lista di variabili ambientali per capire cosa li governa. In quella lista, la velocità della corrente non c'è. La direzione neanche. Non è stata testata e bocciata: non è stata proprio messa dentro.

Questa è la differenza che chiedo di tenere a mente ogni volta che leggi "non ci sono prove". Non sto dicendo che è stato dimostrato che la corrente non conta. Sto dicendo una cosa diversa e più scomoda: nessuno l'ha mai chiesto. In letteratura non esiste uno studio mediterraneo che leghi velocità o direzione di corrente alle catture, all'attività alimentare o al comportamento di spigola, orata, sarago, occhiata, cefalo o dentice. La casella è vuota.

E con lei restano vuote tutte le spiegazioni che ci raccontiamo da sempre. La scia odorosa dell'esca che la corrente porta lontano a chiamare il pesce: plausibile, nessuna prova mediterranea. La corrente che ammucchia il plancton sui fronti e sotto le linee di schiuma, e col plancton tutto il resto: plausibile, nessuna prova mediterranea. Il predatore che si mette sottocorrente a un ostacolo ad aspettare che il cibo gli passi in bocca: bellissima immagine, nessuna prova. L'acqua che si muove e quindi ossigena: nessuna prova. Una sola cosa, di tutta la lista, è certa senza bisogno di biologia — che con troppa corrente l'esca non sta in pesca. Ma quello è un effetto su di te, non sul pesce.

L'unica cosa davvero quantificata (e come usarla)

Le correnti di risacca alle testate dei pennelli: il dato italiano più solido

C'è un'ironia amara in questa storia. Di tutto quello che si sa sulle correnti italiane, la cosa meglio misurata e meglio documentata non riguarda la pesca. Riguarda il fatto che ti ammazzano.

Le correnti di risacca — le rip current, quei fiumi che dalla battigia scappano verso il largo — sono la seconda causa di annegamento sulle spiagge italiane. Su ottocentocinquantotto annegamenti balneari in sei stagioni, dal 2016 al 2021, le rip ne spiegano duecentonovantaquattro: il trentaquattro per cento. Dietro solo ai malori improvvisi. E qui c'è il numero che dovrebbe far discutere: di quei 294, centootto non sono naturali. Sono generate da opere costiere — pennelli, frangiflutti, scogliere — cioè da cemento messo lì da noi. Fanno circa diciotto morti a stagione prodotti da strutture che abbiamo costruito.

Dove si formano lo sai già, perché sono i posti dove peschi: alle testate dei pennelli e nelle bocche tra un frangiflutti e l'altro. Sono esattamente le strutture che cerchiamo, perché lì il pesce c'è. Vale la pena saperlo: quel richiamo è anche il punto in cui l'acqua sa portarti via.

Una guardia, giusto perché il numero gira: da qualche parte leggerai che le rip liguri viaggiano a 0,3-0,8 metri al secondo. Non è una misura. È il risultato di una simulazione al computer, per due giornate del 2012, mai confrontata con una corrente vera. Chi te la propina come velocità misurata sta citando un modello e chiamandolo mare.

Quindi, in pratica, la gerarchia onesta è questa. La corrente esiste, ha numeri seri, ma quelli che trovi si riferiscono al largo, non a te. Le previsioni di corrente ti mostrano la media di dodici chilometri di mare: leggile come una tendenza di zona, mai come il tuo spot. Il vento la comanda, ma solo se insiste per giorni, e in che verso dipende da come guarda la tua costa. Che ci sia una velocità di corrente "giusta" per pescare — quelle finestre che trovi nelle app, la mia inclusa — è un'euristica non validata: un'idea sensata che nessuno ha mai messo alla prova nel Mediterraneo, e va detto invece di far finta che sia scienza.

E poi c'è la cosa che il mare, sulle correnti, ci ha davvero insegnato: alla testata di quel pennello dove peschi così bene, l'acqua ogni tanto se ne va al largo e si porta dietro qualcuno. Quello lo sappiamo. Con i numeri.