Ci sei passato mille volte. Quella fila di massi grigi a un centinaio di metri dalla riva, l'acqua piatta di qua e le onde che si spaccano di là. Ci peschi sopra, ci trovi i saraghi, forse ci hai anche rimediato una storta scivolando su un tetrapode bagnato. Per un pescatore italiano è il paesaggio più normale del mondo.

Solo che quei massi non sono paesaggio. Sono un'opera di ingegneria progettata su un'onda che magari arriva una volta ogni cinquant'anni, con una vita utile a scadenza e un conto da milioni di euro. E quello che combinano al mare è più strano — e molto più discusso — di quanto racconti il cartello del Comune. Tanto per cominciare: le Linee Guida nazionali contro l'erosione, quelle ufficiali, dicono che la spiaggia che salvi qui spesso la perde il tuo vicino.

Non è un mucchio di sassi buttati in mare

Illustrazione papercut della sezione di un frangiflutti: nucleo di ghiaia, strato filtro e mantellata di massi sulla scarpata

La prima sorpresa è che un frangiflutti è un panino a strati, non un mucchio. L'Atlante delle opere di sistemazione costiera dell'APAT — l'agenzia ambientale nazionale, poi diventata ISPRA — descrive la sezione tipo: bonifica del fondale, un nucleo interno di tout-venant (il materiale minuto di cava), una membrana di geotessuto che fa da filtro, e sopra due strati di massi, naturali o artificiali. I sassi grossi che vedi sono solo il guscio: si chiama mantellata, e serve a incassare i colpi. Il cuore dell'opera è la ghiaia che non vedi.

Anche le misure sono standard, non improvvisate. Sempre secondo l'APAT, una barriera emergente italiana tipica è lunga 80-150 metri, sta a 50-200 metri dalla battigia, ha varchi di 20-40 metri tra un tronco e l'altro, una cresta larga 3-5 metri ed emerge dal mare di appena 0,50-1,50 metri. Le soffolte — quelle sommerse, che non vedi — stanno di norma mezzo metro sotto il livello medio del mare, e in bassa marea qualcuna riaffiora. Se ci hai mai sbattuto l'elica, ora sai perché.

Tetrapodi, cubi, accropodi: è tutta questione di incastro

Illustrazione papercut di tetrapodi in calcestruzzo incastrati tra loro con un'onda che esplode in schiuma

Quando i massi di cava non bastano — perché servirebbero blocchi troppo grossi da cavare e trasportare — si passa al calcestruzzo. E qui nasce quella fauna di forme assurde che tutti abbiamo visto. L'APAT le raggruppa in tre famiglie: i massivi (Cubi, Antifer), i complessi senza bracci (Accropode, Stabit) e i complessi con bracci, dove stanno i celebri Tetrapod e i Dolos. La forma strampalata non è un vezzo da architetto: serve a incastrarsi coi vicini e a lasciare vuoti in cui l'onda si infila e perde energia invece di rimbalzare. L'Accropode, brevetto Sogreah, ha addirittura il vantaggio di potersi posare in un solo strato.

Il mito da smontare è che siano eterni. Non lo sono, e nemmeno per finta: l'Agenzia europea dell'ambiente indica per i frangiflutti una vita di progetto tipica di 30-50 anni (i pennelli in legno 10-25, quelli in gabbioni appena 1-5), e nota che i costi di manutenzione a lungo termine vengono «raramente considerati». La prova più concreta è di casa nostra e recentissima: nel piano di difesa costiera presentato a maggio 2026, il Comune di Genova ha messo a bilancio 200.000 euro solo per riposizionare la scogliera frangiflutti della Spiaggetta, «in buona parte scalzata dalle onde», più 2,5 milioni per ripristinare quella di Piazzale Kennedy. I massi si spostano, si scalzano e affondano. Il mare li sposta e basta.

Perché li costruiamo: l'erosione non arriva dal mare, arriva dai fiumi

Illustrazione papercut di un fiume sbarrato da una diga che trattiene la ghiaia, con la spiaggia magra alla foce

Qui casca il mito più grosso di tutti. Chiedi in giro perché la spiaggia si mangia e ti sentirai rispondere «è il mare», «è il clima». Le Linee Guida nazionali per la difesa della costa dall'erosione, redatte dal Tavolo Nazionale Erosione Costiera nel 2018, dicono un'altra cosa: l'erosione italiana è strutturale, e la causa è a monte, sulla terraferma. I sedimenti che dovrebbero arrivare al mare restano intrappolati dietro dighe, briglie, invasi idroelettrici, opere di difesa idraulica; ci si mettono il rimboschimento e la sistemazione dei reticoli fluviali. Quello che arriva in spiaggia è «largamente insufficiente» — e non solo in volume: anche come calibro dei granuli.

L'APAT elenca le cause principali dell'arretramento della riva più o meno nello stesso ordine: briglie e invasi, prelievi incontrollati di inerti in alveo, cementificazione delle sponde, subsidenza da estrazione di gas e acqua, smantellamento delle dune costiere (che erano i serbatoi naturali di sabbia). E — dettaglio non da poco — mette in quell'elenco anche «le stesse opere di difesa costiera», che interrompono il trasporto solido lungo riva. Il cambiamento climatico non è assente dal quadro, ma nelle Linee Guida arriva come carico aggiuntivo su un deficit di sedimenti che ci siamo creati da soli in un secolo. Non è il mare che si prende la spiaggia: siamo noi che abbiamo smesso di consegnargliela.

Quanto è grande il problema? Secondo l'ISPRA, tra il 2006 e il 2020 oltre 1.890 km di spiagge italiane hanno avuto variazioni della linea di riva superiori a 5 metri: 965 km in avanzamento e 934 in erosione. Ed è vero che c'è una lieve inversione di tendenza — ma l'ISPRA stessa la attribuisce ai ripascimenti e alle opere di protezione come «probabile effetto», precisando che non è riscontrabile in tutte le regioni. Tradotto: nessuno può intestare quel miglioramento ai frangiflutti in quanto tali.

Salienti e tomboli: la sabbia che torna

Vista dall'alto in papercut di una barriera distaccata con la sabbia che si accumula dietro formando un saliente

Cosa succede dietro la barriera, quella parte funziona ed è affascinante. Tolta l'energia dell'onda, l'acqua non ha più la forza di portarsi via la sabbia, che comincia a depositarsi nell'ombra dell'opera. Si forma una pancia di sabbia a campana che l'Agenzia europea dell'ambiente chiama saliente; se l'accumulo cresce fino a saldarsi alla barriera stessa, diventa un tombolo — un istmo vero e proprio che collega la spiaggia ai massi.

Il progettista qui cammina su un filo, e i varchi tra un tronco e l'altro sono il punto delicato. L'APAT lo dice chiaro: se i varchi sono troppo larghi i tomboli faticano a formarsi, se sono troppo stretti nascono problemi di ricambio delle acque. Non esiste la misura giusta a tavolino, esiste il compromesso. Ed è anche il motivo per cui in quei varchi trovi correnti che non ti aspetteresti.

Il conto lo paga il vicino: l'erosione sottoflutto

Vista aerea papercut: da un lato della barriera la sabbia si accumula, subito oltre la costa è scavata a morso

E arriviamo al punto scomodo, quello che raramente finisce sul cartello del Comune. Quella sabbia che si accumula dietro la barriera non è nata lì: è sabbia che stava viaggiando lungo la costa, spinta dalla deriva litoranea, e che era diretta da qualche altra parte. La barriera la intercetta. Chi stava a valle di quel viaggio — il tratto sottoflutto, spesso il comune confinante — smette di riceverla.

Non è una teoria da ambientalisti: è la posizione ufficiale dello Stato. Le Linee Guida nazionali del 2018 scrivono che le opere rigide hanno «spostato il focus erosivo verso i litorali limitrofi, sottoflutto, creando un effetto domino e la necessità di realizzare ulteriori opere rigide a coprire spesso estesi settori di litorale». L'APAT mette l'aggravamento dell'erosione sottoflutto nero su bianco tra gli «inconvenienti» delle barriere distaccate, e precisa che «tali opere possono anche determinare un incremento dell'erosione nelle aree limitrofe o persino una diminuzione di superficie della spiaggia emersa». L'Agenzia europea dell'ambiente chiude il cerchio con la frase più semplice di tutte: le opere rigide non aggiungono sedimento al litorale, si limitano a distribuire diversamente quello disponibile.

L'effetto domino ha anche un numero. L'ISPRA conta le opere di difesa rigide sulle coste italiane: erano circa 6.600 nel 2000, sono diventate circa 10.500 nel 2020. Quasi quattromila opere in più in vent'anni — e in Abruzzo e Marche si arriva a una densità di 5 opere per chilometro. L'ISPRA non lo legge come un successo, ma come un sintomo: quella crescita, scrive, è indicativa «della fragilità degli ambienti costieri sottoposti a pressione antropica sempre crescente». Le difese sono diventate esse stesse una pressione.

Ha un prezzo, anche. Sempre nel piano genovese: una diga soffolta a Sturla 6 milioni, Boccadasse 3, Murcarolo 2,5, per un piano complessivo da 23,9 milioni in buona parte non finanziato. Nello stesso documento, il ripascimento stagionale di trenta spiagge comunali costa in tutto 282.000 euro — circa 9.400 euro a spiaggia. Due ordini di grandezza meno di una singola opera rigida. E il dirigente comunale avverte che le stime a mare sono ottimistiche: «i costi effettivi, dunque, saranno ben più alti».

Sott'acqua diventa una scogliera viva

Illustrazione papercut del fianco sommerso di un frangiflutti incrostato di mitili, spugne e alghe con saraghi tra i massi

Ora la parte che ci interessa da vicino. Sott'acqua un frangiflutti smette di essere cemento e diventa substrato: l'APAT lo definisce un «habitat ottimale» per la colonizzazione delle comunità sessili. Mitili, spugne, briozoi, tunicati, alghe si attaccano; dietro di loro arrivano i predatori. Ecco perché i massi radunano vita, e perché ci trovi i saraghi, le occhiate, le corvine e i polpi tra gli anfratti. La barriera soffolta di Ostia è stata perfino uno dei casi di studio del progetto europeo DELOS.

Ma attenzione alla domanda giusta, che non è «c'è pesce?» — c'è, lo vedi — bensì: quel pesce lo crea la barriera, o lo raduna soltanto da lì intorno? È il dibattito attrazione-contro-produzione, e l'ISPRA non lo addolcisce: le scogliere artificiali non sono macchine per fare pesce, interagiscono selettivamente solo con alcune specie già presenti secondo i tratti ecologici di ciascuna. Gli effetti positivi dimostrati riguardano soprattutto pesci di piccola taglia e specie territoriali con territori ristretti; i carnivori di alto livello — i predatori che speri — sono rari, perché la biomassa di prede sulla maggior parte delle barriere è limitata. Le specie più mobili passano e vanno: presenza occasionale o stagionale.

C'è di più, ed è una lezione di metodo: l'ISPRA attribuisce parte della fama delle barriere a una «selezione inconsapevole delle migliori» — solo quelle che funzionano attirano l'attenzione di pescatori e ricercatori, le altre vengono semplicemente dimenticate. E arriva a scrivere che diverse barriere artificiali lungo le coste italiane non garantiscono catture annue sufficienti nemmeno a una singola barca professionale, consigliando di destinarle alla pesca ricreativa, al turismo subacqueo o a zone di rispetto. Onestà vuole però che si citi anche il rovescio: in Algarve, analizzando 27 anni di sbarcati, Roa-Ureta e colleghi (2019) hanno stimato per il sarago fasciato un aumento del 35% della capacità portante regionale — 895 tonnellate in più — su un'opera da oltre 21.500 moduli in calcestruzzo distribuiti su 43 km². La produzione vera esiste. Ma serve una condizione: che quella popolazione sia limitata dall'habitat, non dal reclutamento. Su uno stock già sovrasfruttato, aggiungere massi non fa comparire il pesce — lo rende solo più facile da trovare. E questo, per chi pesca, è un'arma a doppio taglio.

Il cemento però non è roccia

Confronto papercut tra una parete di roccia naturale piena di fessure e una superficie di cemento liscia e spoglia

«Tanto in vent'anni si ricopre e diventa uguale a uno scoglio». Questa la senti sempre, ed è falsa. Uno studio su sei località di Creta ha confrontato le comunità delle scogliere in massi con quelle della roccia naturale vicina: su 49 taxa totali, la roccia naturale ne ospitava 45, i massi artificiali solo 30. Diciassette taxa vivevano esclusivamente sulla roccia naturale, contro tre esclusivi dei massi; gli cnidari erano del tutto assenti dall'artificiale e le spugne scendevano da 12 a 7 taxa. Le alghe strutturanti, quelle ramificate che fanno da casa e da dispensa ai pesci, coprivano il 29% della roccia naturale e appena il 12% dei massi.

Il progetto europeo DELOS, che ha coordinato gli studi su scala continentale con dentro anche i ricercatori italiani, usa un'espressione secca: le barriere a cresta bassa sono un surrogato ecologicamente povero delle scogliere naturali. Il meccanismo è banale — meno anfratti, meno fessure, meno microrifugi, superfici più lisce e regolari.

E il tempo non aggiusta niente. Nell'alto Adriatico, le specie native di ascidie erano praticamente assenti dalle opere costruite su litorali sabbiosi nonostante molte di quelle strutture stiano in acqua da oltre 60 anni; e persino le opere costruite accanto alla roccia naturale ospitavano solo il 10-50% dell'abbondanza di specie native delle scogliere vicine. Sessant'anni non hanno chiuso il divario.

Due precisazioni oneste, però, perché qui è facile esagerare in senso opposto. La prima: la differenza è quantitativa, non qualitativa — ci vivono gli stessi tipi di organismi, ma meno diversificati e meno abbondanti. Chi dice «è tutto uguale» e chi dice «è un deserto» sbagliano entrambi. La seconda: se guardi solo i pesci anziché le comunità incrostanti, i confronti appaiati tra habitat artificiali e scogliere naturali danno spesso densità, biomassa e ricchezza simili. Il deficit ecologico è soprattutto sotto, sulla parete: nel pesce che ci nuota davanti si vede molto meno.

Il trampolino delle specie aliene

Illustrazione papercut di strutture artificiali allineate come trampolini lungo la costa con un granchio alieno che le percorre

Poi c'è l'effetto collaterale che quasi nessuno si aspetta. Uno studio su 22 siti lungo circa 500 km di costa nord-adriatica — Cesenatico, Lido Adriano, Punta Marina, Marina di Ravenna, Casal Borsetti, Porto Garibaldi, Lido delle Nazioni, Numana, Sistiana, Miramare — ha trovato che le specie non indigene erano 2-3 volte più abbondanti sulle opere artificiali costruite lungo coste sabbiose rispetto alle scogliere naturali. Ribaltato: le specie native erano il doppio più abbondanti sulla roccia naturale, e scarse o quasi assenti sulle opere costruite sulla sabbia.

La conclusione degli autori è che le opere artificiali funzionano come corridoi su scala regionale per le specie aliene, senza però offrire un substrato adeguato a molte specie native. In pratica: costruendo massi lungo un litorale sabbioso creiamo una catena di trampolini di lancio in un ambiente dove prima la roccia non c'era — e chi ne approfitta di più non è il sarago di casa nostra. A Creta, il granchio alieno Percnon gibbesi era abbondante sui massi artificiali in tutte e sei le località campionate. È lo stesso meccanismo per cui, sul nostro fronte delle specie aliene, le strutture dure sono osservate speciali.

L'acqua ferma dietro i massi

Illustrazione papercut dell'acqua stagnante e torbida intrappolata tra spiaggia e barriera, col mare vivo appena oltre

«Dietro è calmo, quindi è più pulito.» Anche questa è capovolta. L'APAT spiega il meccanismo: dietro le barriere emergenti la ridotta agitazione del moto ondoso impedisce la dispersione di limi, argille e soprattutto di sostanze chimiche e organiche inquinanti, causando eutrofizzazione e proliferazione algale in battigia — fino a rendere il tratto inutilizzabile per la balneazione. Le Linee Guida nazionali parlano senza giri di parole di «un peggioramento qualitativo delle acque sottese».

E c'è un motivo per cui da noi è peggio che sull'Atlantico: nel Mediterraneo l'escursione di marea è ridotta, quindi il ricambio dell'acqua è affidato quasi solo al moto ondoso — cioè esattamente a quello che la barriera è pagata per togliere. Non a caso le stesse Linee Guida promuovono le barriere sommerse proprio su questo punto: «consentono una maggiore agitazione ondosa a riva, che agevola il ricambio idrico nelle zone protette». Il penalty sull'acqua non è uguale per tutti: è peggiore per le emergenti.

Un'ultima cosa, che riguarda la tua pelle. Nei varchi tra una barriera e l'altra, durante le mareggiate, si formano correnti di ritorno: le Linee Guida documentano buche di scavo localizzate ai varchi e le segnalano espressamente come «un pericolo per la balneazione»; l'Agenzia europea dell'ambiente avverte che le correnti alle estremità delle barriere possono essere forti e pericolose. Quei varchi comodi da cui entri in acqua sono, fisicamente, la porta da cui il sistema scarica al largo acqua e sedimento. Trattali con rispetto — vale anche per la lettura del mare prima di uscire.

Il pescatore sui massi: cosa dice la legge

Illustrazione papercut della sagoma di un pescatore in piedi sui blocchi bagnati di un frangiflutti al tramonto

Chiudiamo con la domanda pratica: ci si può pescare o no? La risposta onesta è che non esiste un divieto nazionale unico, né un permesso nazionale. Comanda l'ordinanza della Capitaneria di Porto del tuo circondario, e cambia da tratto a tratto. Il mito «tanto dai frangiflutti si è sempre pescato, è libero» però si smonta con un documento solo.

L'ordinanza di sicurezza balneare n. 25/2025 della Capitaneria di Porto di Gaeta, all'articolo 3.2, recita: «È permanentemente vietato transitare, sostare, pescare, tuffarsi dalle scogliere frangiflutti, dai pennelli e dalle opere poste a difesa della costa presenti lungo il litorale parallelamente e perpendicolarmente alla linea di costa». Permanentemente: tutto l'anno, non solo in stagione balneare, e a prescindere dall'attrezzo. Vale per il litorale dei comuni di Minturno, Formia, Gaeta, Itri, Sperlonga e Fondi. Non è una raccomandazione: l'ordinanza richiama per i contravventori gli articoli 1161, 1164, 1174 e 1231 del Codice della Navigazione, il D.Lgs. 171/2005, il D.Lgs. 4/2012 e gli articoli 650 e 673 del Codice penale (per il quadro generale vedi le nostre multe e sanzioni).

Nello stesso testo ci sono le altre distanze che contano. Durante la stagione balneare — a Gaeta dal terzo sabato di maggio alla terza domenica di settembre — le zone fino a 200 metri dalle spiagge e dalle scogliere basse, e fino a 100 metri dalle coste alte, sono riservate alla balneazione: lì è vietato «esercitare qualsiasi tipo di pesca», compresa quella sportiva e ricreativa con qualsiasi attrezzo. Per la pesca subacquea, durante l'orario di balneazione, il divieto arriva a 500 metri davanti alle spiagge e a 100 metri davanti alle coste rocciose o a picco.

Due avvertenze, e sono importanti. La prima: questa ordinanza vale solo per il circondario di Gaeta, e abroga la precedente n. 41/2024 — vengono riscritte quasi ogni anno. La tua Capitaneria può dire tutt'altro. Cercala prima di uscire, non dopo. La seconda: le aree portuali hanno regole proprie e più severe, e gli antemurali dei porti sono spesso semplicemente dimenticati dalle ordinanze: in assenza di un divieto esplicito, la mossa saggia è chiedere alla Capitaneria locale invece di dare per scontato che si possa.

Resta il rischio fisico, che nessuna ordinanza cancella. I tetrapodi sono superfici inclinate, bagnate, coperte di alghe, con vuoti tra un braccio e l'altro in cui una gamba entra e non esce. Ci si scivola dentro, non ci si scivola sopra. E l'onda che sui massi ti sembra innocua è la stessa contro cui quei massi sono stati dimensionati.

La prossima volta che ci sali sopra, insomma, guardali con occhi diversi. Non sono uno scoglio: sono una protesi. Tengono ferma la spiaggia dove serve, radunano vita dove prima c'era sabbia piatta, e nel frattempo spostano un problema di qualche chilometro più in là, aprono un'autostrada alle specie aliene e ristagnano l'acqua che hanno il compito di calmare. Il mare non li ha chiesti. Li abbiamo messi noi, per rimediare a un altro guaio che avevamo combinato a monte — e ci costa più tenerli in piedi che riportare la sabbia dove mancava.