Ci sono quattro pesci, nei nostri mari, che venti anni fa non c'erano. Non sono arrivati per caso e non se ne andranno: hanno risalito il Canale di Suez, hanno trovato un Mediterraneo più caldo di quello che i loro antenati non avrebbero sopportato, e si sono messi comodi.

ISPRA e il CNR li hanno messi in una lista sola e hanno chiesto una cosa semplice a chi va per mare: se ne vedi uno, dillo. La campagna si chiama «Attenti a quei 4!», il coordinamento scientifico è di Ernesto Azzurro del CNR-IRBIM, e i dati finiscono nel portale ORMEF, che sul pesce scorpione è oggi la banca dati più aggiornata del Mediterraneo. Ecco chi sono, come si riconoscono, e cosa devi fare quando ne tiri su uno.

Quattro nomi, una sola porta d'ingresso

Illustrazione papercut di uno stretto canale marittimo visto dall'alto, con una scia di pesci che risale verso un mare aperto

Sono tutte specie lessepsiane, cioè entrate dal Mar Rosso attraverso Suez. Le date di prima segnalazione in Italia raccontano una progressione che sembra un conto alla rovescia: pesce coniglio scuro nel 2003, pesce palla maculato nel 2013, pesce coniglio striato nel 2015, pesce scorpione nel 2016.

Tredici anni per passare da uno a quattro. E nel 2025 il CNR ha documentato due nuovi avvistamenti di pesce scorpione in Calabria, uno catturato a 24 metri e uno visto a 12: non più solo il Sud estremo, non più solo il fondo. I risultati della mappatura finiscono sulla rivista Mediterranean Marine Science, quindi le tue foto diventano letteralmente dati pubblicati.

Il pesce scorpione, bello e armato

Illustrazione papercut di un pesce scorpione con le pinne aperte a ventaglio e le spine dorsali in evidenza, su fondale roccioso

È il più fotogenico dei quattro e il più facile da riconoscere: pinne con raggi lunghissimi e vistosi, aperti come un ventaglio, e una fila di spine velenose sul dorso. Non lo confondi con niente altro nel Mediterraneo, ed è considerato tra le specie aliene più invasive del pianeta.

La cosa che va saputa prima di metterci le mani è che le sue spine restano pericolose fino a 48 ore dopo la morte dell'animale. Non è una precauzione da manuale: significa che il pesce scorpione nella cassetta, a fine giornata, punge ancora. Ho visto gente maneggiarlo tranquillamente perché «tanto è morto», ed è esattamente il ragionamento sbagliato.

La carne è commestibile e in giro per il Mediterraneo c'è chi lo porta al ristorante come strategia di contenimento: se lo mangi, ne togli uno. È un'idea che circola parecchio, ma va detto che non ho trovato una presa di posizione esplicita delle autorità alimentari italiane in merito, quindi la registro come pratica diffusa e non come via ufficialmente benedetta. Se ci provi, pinze e guanti, sempre.

Il pesce palla maculato, quello che non si mangia mai

Illustrazione papercut di un grosso pesce palla maculato dal dorso grigio argenteo con macchie scure, visto di profilo

Dorso grigio-argenteo con macchie scure, e una taglia che sorprende: supera abbondantemente il mezzo metro per oltre un chilo, e può arrivare al metro. Se lo vedi, non sembra un intruso: sembra un bel pesce.

Non lo è. Le sue carni contengono tetrodotossina, concentrata soprattutto in fegato e gonadi, e la commercializzazione a scopo alimentare è vietata dal 1992, con applicazione in tutta l'Unione attraverso i Regolamenti CE 853/2004 e 854/2004. Non è un divieto formale: non esiste antidoto.

Le fonti sanitarie riportano che la tossicità permane anche dopo la cottura. Devo essere onesto su un punto: nessuna delle fonti istituzionali che ho consultato spiega il meccanismo chimico dietro questa resistenza al calore, quindi te la giro come me la danno, cioè come avvertimento delle autorità e non come dato che posso smontare e rimontare. La conclusione pratica comunque non cambia di una virgola: non si mangia, in nessuna forma, in nessuna parte.

Ultimo dettaglio, e non è folklore: ha una dentatura potentissima, e le fonti riportano che un morso può causare l'amputazione di un dito. Se ne trovi uno nella rete o all'amo, la pinza lunga non è un vezzo.

I due pesci coniglio, gli erbivori che spianano

Illustrazione papercut di due pesci coniglio a confronto sopra un fondale di alghe brucate, uno bruno uniforme e uno argenteo con linee dorate

Questi due sono i meno spettacolari e i più insidiosi, perché somigliano a pesci che conosci. Il pesce coniglio scuro (Siganus luridus) è di colore uniforme, dal bruno all'olivastro fino al marrone scuro, con sfumature gialle sulle pinne; arriva a una trentina di centimetri, di solito sta sui venti.

Il pesce coniglio striato (Siganus rivulatus) è argenteo con linee dorate orizzontali, e qui casca l'asino: a colpo d'occhio somiglia a una salpa. Massimo 27 centimetri, di solito 18-20. La prima cattura italiana documentata è del 2022 a Milazzo, poi un avvistamento in Mar Ligure nell'ottobre 2025. Al momento sono episodi isolati, non popolazioni riproduttive stabili come nel Mediterraneo orientale, e questa distinzione conta: siamo ancora nella fase in cui una segnalazione fa la differenza.

Il danno che fanno non è ai pesci, è alle alghe. Sono erbivori e brucano le comunità algali fino a spianarle, trasformando fondali strutturati in distese nude. Sul lungo periodo è un problema più grave di un predatore in più, perché toglie la casa a tutto il resto. E anche loro hanno spine velenose su dorsale, anale e pelviche, pericolose pure a pesce morto.

Se ti pungono

Illustrazione papercut di una mano immersa in una bacinella d'acqua calda che fuma leggermente, su un tavolo di legno

Qui vado coi piedi di piombo, perché è l'unica sezione di questo articolo in cui sbagliare fa male sul serio. Il veleno di queste specie è termolabile, cioè si degrada col calore, e il protocollo che circola ovunque è l'immersione della parte colpita in acqua calda non bollente, indicata tra i 43 e i 46 gradi, per un tempo che va dai trenta ai novanta minuti o finché il dolore non cala.

Va detto con chiarezza: questo protocollo l'ho trovato su fonti divulgative e di settore, non su una fonte medica istituzionale italiana. È coerente e ripetuto ovunque, ma non è un documento del Ministero della Salute, e io non te lo vendo per tale.

Quello che invece è fuori discussione: niente ghiaccio, niente incisioni, niente succhiare la ferita. E soprattutto, l'acqua calda non sostituisce il medico. In caso di sintomi generali come vertigini, nausea o difficoltà respiratorie, se la persona colpita è un bambino, un anziano o un allergico, o semplicemente se hai un dubbio, si chiama il 118 e si va al pronto soccorso dicendo esplicitamente che si tratta di un pesce velenoso. Il tempo che risparmi discutendo non vale niente.

Non rigettarlo in mare

Illustrazione papercut di una cassetta da pesca sul pontile con dentro un pesce alieno, e una mano con il guanto protettivo accanto

Questa è la raccomandazione di ISPRA, ed è netta: gli esemplari catturati non vanno restituiti al mare, perché tutte e quattro le specie hanno spine o tossine capaci di fare danno anche dopo la morte dell'animale.

È controintuitivo per chi ha l'abitudine del rilascio, che nella maggior parte dei casi è la cosa giusta da fare. Qui no. Rimettere in acqua un alieno invasivo significa rimetterlo esattamente dove stava facendo danno, e per il pesce palla significa anche lasciare in giro un animale pericoloso.

Per il pesce palla in particolare le raccomandazioni sono di maneggiarlo con guanti protettivi, non consumarne mai le carni, conservarlo o almeno fotografarlo, e girare la segnalazione a ISPRA o alla Guardia Costiera locale.

Come si fa una segnalazione che serve

Illustrazione papercut di un telefono che fotografa un pesce disteso su una superficie piana accanto a un coltello che fa da riferimento di scala

La buona notizia è che il livello di sforzo richiesto è bassissimo: basta documentare l'incontro con una foto o un video. Non serve essere biologi, non serve un modulo complicato.

I canali attivi della campagna sono un modulo online, un numero WhatsApp dedicato (+39 320 4365210) e due gruppi Facebook di riferimento, «Oddfish» e «Fauna Marina Mediterranea», dove si usa l'hashtag #Attenti4. Circolano in rete anche un'app e un indirizzo email dedicati: non li ho trovati confermati sui canali ufficiali, quindi non te li do.

Una foto utile è una foto che mostra il fianco intero dell'animale, con qualcosa accanto che dia la scala, un coltello o una mano. Se puoi, aggiungi profondità, data e luogo il più preciso possibile: senza quelli la segnalazione vale la metà. Con quelli, diventa un punto su una mappa che finisce in una rivista scientifica.

Non ti stanno chiedendo di risolvere il problema. Ti stanno chiedendo di essere gli occhi, e in mare tu ci sei già.