Ferragosto, mezzogiorno, un litorale qualsiasi tra la Riviera romagnola e il Salento. Duecento metri di battigia, gli ombrelloni a un metro l'uno dall'altro e in acqua, nei primi trenta metri, ci sono più teste che onde. Quest'estate oltre trentasei milioni di italiani si sono messi in viaggio e la meta numero uno, come sempre, è il mare: quella scena, nella stessa mezz'ora, si sta ripetendo su quasi tutti i 6.242 chilometri di costa che le agenzie ambientali tengono sotto controllo. Ed è anche il momento in cui a qualcuno viene in mente la domanda che nessuno fa ad alta voce: in tutta questa gente, quanti la stanno facendo adesso?
La risposta breve è: parecchi. La risposta lunga è molto più interessante, perché tira dentro la chimica dell'acqua, un decreto legislativo, un dolcificante da bibite dietetiche e un paio di leggende che ci raccontiamo da trent'anni. E soprattutto ribalta la classifica: quello che ti preoccupa non è il problema, e il problema non ti preoccupa.
Quanti lo fanno davvero

In mare non l'ha mai contato nessuno, per un motivo tecnico: qualunque traccia si disperde prima che tu riesca a misurarla. In piscina invece sì, e i numeri ci sono. Una rilevazione italiana dedicata non esiste, e i sondaggi disponibili arrivano dagli Stati Uniti: danno una forbice che va dal 30 al 40% degli adulti che ammettono di averlo fatto — il 30% tra i proprietari di piscina, nella propria vasca, e appena il 16% nella piscina di qualcun altro. Il pudore, evidentemente, dipende da chi paga il cloro.
Sono percentuali dichiarate, cioè un pavimento, non un tetto: in un questionario su un comportamento che nessuno considera elegante, la gente non si accusa in più del vero. E infatti, quando invece di chiedere si misura, il numero sale.
Nel 2017 un gruppo dell'Università dell'Alberta ha avuto l'idea buona: usare come spia l'acesulfame K, il dolcificante delle bibite light, che il corpo non metabolizza e che esce tutto con l'urina. Se lo trovi nell'acqua, quell'acqua ha visto della pipì, punto. Hanno analizzato oltre 250 campioni da 31 tra piscine e vasche idromassaggio di due città canadesi. L'hanno trovato in tutti, fino a 570 volte la concentrazione dell'acqua di rubinetto di partenza. Tradotto in litri: in una piscina da circa 830.000 litri, in tre settimane, erano finiti 75 litri di urina. Nella vasca più piccola, 30.
Non c'è nessuna ragione seria per pensare che la stessa gente, spostata dalla piscina alla spiaggia — dove il bagno è a duecento metri e c'è la fila — si comporti meglio. Semmai il contrario.
La cosa che quasi tutti sbagliano: il mare non è una piscina

Qui casca il novanta per cento delle conversazioni sotto l'ombrellone, perché il timore che le persone si portano dietro viene tutto dalla piscina, e in mare non vale.
In piscina l'urina è un problema chimico. L'urea e l'acido urico che contiene incontrano il cloro libero e ci reagiscono, producendo cloramine — tricloruro di azoto in testa — e cloruro di cianogeno. Sono quelle, non il cloro, il famoso «odore di piscina»; sono quelle che ti fanno gli occhi rossi; e sono quelle che agli istruttori di nuoto e ai frequentatori di piscine coperte mal ventilate danno tosse, irritazione delle vie aeree e, in chi è asmatico, crisi vere. La frase da ricordare è controintuitiva: una piscina che «sa di cloro» non è troppo clorata, è troppo sporca.
In mare quella reazione non esiste, perché non c'è cloro libero. Niente cloramine, niente occhi rossi da pipì, niente odore. Tutto il capitolo «veleni» si chiude qui: quello che resta non è una questione di chimica tossica, ma di aritmetica. Quanta roba, in quanta acqua, e ogni quanto quell'acqua viene sostituita.
Il conto della serva, fatto sul serio

Prendiamo la nostra spiaggia di Ferragosto e mettiamoci dei numeri sopra, dichiarandoli tutti. Duecento metri di battigia, la fascia usata dai bagnanti che arriva a trenta metri dal bagnasciuga, profondità media un metro e venti. Fa 7.200 metri cubi: 7,2 milioni di litri d'acqua.
Dentro ci mettiamo 500 persone. Ipotizziamo che il 30% ceda una volta — la stessa percentuale delle piscine — con una minzione da 250 millilitri, che è una stima prudente. Totale: 37,5 litri di urina in 7,2 milioni. L'urina contiene una decina di grammi di urea per litro, a seconda di quanto hai bevuto: fanno circa 450 grammi di urea distribuiti in tutta la fascia.
Il risultato è 62 microgrammi per litro, che in unità da oceanografi è circa 1 micromole per litro. E qui arriva la parte che sorprende: nel Mediterraneo l'urea di fondo, d'estate, sta intorno a 0,12-0,28 micromoli per litro, e in mare aperto resta sotto il mezzo. Quel numero, quindi, non è trascurabile affatto: sarebbe diverse volte il valore naturale.
Solo che quel numero descrive una vasca, non un mare. Perché vale a una condizione sola: che l'acqua stia perfettamente ferma tutto il giorno. E non sta ferma mai. Basta una corrente lungo riva da 5 centimetri al secondo — una corrente che a nuoto non ti accorgi nemmeno di avere addosso — e in un'ora quell'acqua ha percorso 180 metri: la fascia si è praticamente svuotata e riempita da capo. Aggiungici il rimescolamento delle onde verso il largo e il conto crolla di un ordine di grandezza prima ancora di finire di scriverlo.
Ecco la risposta vera: in mare aperto il destino della pipì non lo decide la chimica, lo decide l'idraulica. Su una spiaggia esposta, con un filo di corrente e un po' di onda, non si accumula niente. La domanda giusta non è «quante persone», ma «ogni quanto si cambia l'acqua».
Dove invece il conto cambia

Che è come dire: ci sono posti dove la faccenda smette di essere innocua. Sono tutti quelli in cui l'acqua non se ne va.
Le calette chiuse tra due punte del Salento o della Sardegna, i porticcioli, le darsene, le piscine naturali tra gli scogli, e soprattutto le spiagge protette dalle barriere frangiflutti parallele alla riva, quelle che in Adriatico si vedono a filo d'orizzonte per chilometri: sono costruite apposta perché l'acqua stia ferma e i bambini facciano il bagno tranquilli. Lì il ricambio può essere di ore, non di minuti, e tutto quello che entra ci resta: urina, sudore, creme, sabbia sospesa. Le lagune e gli specchi d'acqua chiusi dei lidi tirrenici funzionano allo stesso modo.
Non è teoria. Uno studio pubblicato nel 2025 su una baia semichiusa del Mediterraneo occidentale ha confrontato l'acqua di balneazione in alta e bassa stagione turistica, trovando una distribuzione del fitoplancton «a chiazze», con clorofilla fino a 5,5 microgrammi per litro: il segno di una fertilizzazione locale, cioè di nutrienti che entrano e non escono. In una baia così, sommare qualche centinaio di bagnanti al giorno non è più un dettaglio statistico.
Se ti stai chiedendo come si riconosce una di queste acque a occhio: guarda il colore vicino a riva rispetto a venti metri più al largo, e guarda se la schiuma resta ferma nello stesso punto. Se l'acqua sotto costa è più torbida, più verde e la schiuma non si sposta, quell'acqua non sta andando da nessuna parte.
E adesso la classifica vera dei problemi

Qui ribaltiamo il tavolo, perché è il punto che vale il prezzo dell'articolo. La legge italiana, quando decide se un mare è balneabile o no, dell'urea non si occupa affatto. Le acque costiere si giudicano su due soli indicatori, entrambi di contaminazione fecale: enterococchi intestinali entro 200 unità formanti colonia per 100 millilitri, Escherichia coli entro 500. Le agenzie regionali per l'ambiente campionano una volta al mese da aprile a settembre, e la classificazione si fa sulle ultime tre-quattro stagioni.
Vale la pena dire subito com'è messa l'Italia, perché il quadro d'insieme è migliore di quanto racconti la percezione. Il controllo copre 4.524 aree di balneazione costiere lungo 6.242 chilometri, più 682 acque interne, con oltre 30.000 prelievi l'anno. Nell'ultima classificazione il 95,7% della costa risulta di qualità «eccellente» e solo lo 0,7% «scarsa». Il mare italiano, statisticamente, è in ottima forma: i guai non sono diffusi, sono puntuali. E sapere dove stanno quei punti vale molto più di qualunque discorso sulla vescica del vicino di ombrellone.
Perché proprio quelli? Perché il rischio sanitario in acqua è quasi tutto lì, e perché anche i bagnanti ci contribuiscono. Un lavoro pubblicato su Water Research ha fatto la misura più diretta possibile: dieci volontari immersi in 4.700 litri d'acqua di mare, quattro cicli da un quarto d'ora. Risultato: ogni persona rilascia dell'ordine di 600.000 enterococchi e sei milioni di stafilococchi nei primi quindici minuti, dalla pelle e dalla sabbia che si porta addosso. Nei bagni successivi il rilascio cala del 40-50%: il primo tuffo è il più «sporco», ed è per questo che una doccia prima di entrare non è un vezzo da piscina.
Detto questo, la fetta grossa non arriva dalle persone in acqua. Le campagne di monitoraggio lungo le coste italiane, estate dopo estate, trovano i superamenti quasi tutti negli stessi punti: foci di fiumi, canali e scarichi. Nel 2025 in Campania oltre la metà dei punti campionati era fuori limite, in Toscana il 60% dei campioni, in Calabria 13 su 23 — e la voce ricorrente non è mai «troppi bagnanti», è la depurazione che non tiene. Un temporale forte di agosto, che scarica in poche ore quello che i depuratori non riescono a trattare, sposta la qualità dell'acqua di un ordine di grandezza in più di quanto farebbero mai diecimila vesciche.
C'è poi la voce che nessuno mette in conto e che invece pesa: la crema solare. Un'indagine sui bagnanti di alcune spiagge spagnole ha stimato che, nell'arco di una stagione, ogni persona lascia in acqua tra i 76 e i 109 millilitri di prodotto. Su scala globale si parla di migliaia di tonnellate l'anno di filtri UV nelle acque costiere. E si misurano davvero: nel micro-strato superficiale del mare di una spiaggia affollata sono stati trovati fino a 577 nanogrammi per litro di benzofenone-3 e fino a 37 microgrammi per litro di titanio. Le creme rilasciano anche fosfati — fino a 17 micromoli per grammo di prodotto — abbastanza, dove l'acqua si rinnova poco, da raddoppiare il fosfato di fondo. Sulle diatomee, alla base della catena alimentare, l'effetto è dimostrato in laboratorio.
Riassumendo la classifica di una spiaggia piena ad agosto: primo gli scarichi, secondo quello che ci spalmiamo addosso, terzo quello che ci portiamo sotto le unghie e sulla pelle. La pipì arriva dopo, staccata.
Tre cose che ci raccontiamo e sono false

«Tanto l'urina è sterile». No, e non lo è mai stata. Nel 2014 uno studio ha usato tecniche di coltura potenziate su urine prelevate direttamente dalla vescica con catetere: il 92% di quei campioni sarebbe stato dichiarato negativo dall'esame standard, ma l'80% conteneva batteri. La vescica ha un suo microbioma, come l'intestino. Il che non fa dell'urina in mare un'emergenza sanitaria — la carica è comunque ridicola rispetto a quella che ognuno di noi si porta sulla pelle — ma la frase «è sterile» va archiviata.
«Sulla puntura di medusa ci fai la pipì». Questa è la più dura a morire ed è, oltre che inutile, un'ottima scusa per non fare nulla di utile. Uno studio condotto sulla Rhizostoma pulmo, il polmone di mare che in Adriatico e nei mari italiani si incontra a bracciate, ha testato otto soluzioni di risciacquo. L'urina è risultata neutra: non fa scaricare altre cellule urticanti, ma non ne blocca nemmeno una. E attenzione alla sorpresa: l'aceto, sulle meduse di questo gruppo, fa scaricare i nematocisti, cioè peggiora le cose — il consiglio buono per le meduse tropicali qui non si applica. Il protocollo suggerito è un altro: togliere i residui di tentacolo con qualcosa di rigido (una tessera, una pinzetta, mai le dita nude), risciacquare con acqua di mare, ghiaccio a intervalli di tre minuti sì e due no per tre volte, e medico se il dolore non passa.
«In mare gli occhi rossi vengono dal sale... o dalla pipì». Dal sale sì, dalla pipì no: come detto, senza cloro non si formano le cloramine. Se torni dalla spiaggia con gli occhi che bruciano hai preso sale, sabbia in sospensione o sole. Se torni dalla piscina con gli occhi rossi, allora sì, quella è la firma chimica di qualcuno che non è uscito dalla vasca.
Cosa cambia per chi pesca

Se sei sotto costa con la canna o con la maschera in mano, il ragionamento ti serve rovesciato. Ad agosto, sotto una spiaggia affollata, il pesce non c'è — ma non per l'urina. Non c'è per il rumore, per i motori, per la torbidità sollevata da mille paia di piedi e per l'acqua superficiale a ventotto gradi con poco ossigeno: quando il mare si scalda il grosso si sposta, e sono variabili che pesano cento volte tanto.
Quello che invece vale la pena portarsi a casa da tutta questa faccenda è un criterio pratico: impara a leggere il ricambio d'acqua. È la stessa cosa che decide se la pipì di cinquecento persone conta zero o conta qualcosa, ed è la stessa che decide dove il pesce mangia. L'acqua che si muove porta ossigeno e cibo e porta via tutto il resto; quella che ristagna concentra tutto e non nutre nessuno. Una caletta chiusa dopo un weekend di pienone, un porticciolo a fine agosto, una spiaggia dietro i frangiflutti nelle ore calde: sono posti dove non conviene né tuffarsi né calare la lenza.
E poi la regola che vale sempre, mare piatto o mosso: dopo una pioggia forte, alla foce, per un paio di giorni non ci si va. Né a pescare né a fare il bagno. Non è prudenza esagerata, è esattamente dove i monitoraggi trovano i superamenti, anno dopo anno.
Il galateo, in cinque righe

Alla fine di tutto, la posizione onesta è questa. In mare aperto, con l'acqua che si muove, farla in acqua non fa male a nessuno e non cambia niente: dirti il contrario sarebbe raccontarti una favola per farti sentire in colpa. In piscina no, mai, e adesso sai esattamente perché: quello che ti torna indietro sono le cloramine, negli occhi tuoi e nei polmoni di chi nuota accanto a te.
Le due o tre cose che invece spostano davvero l'ago, sulla spiaggia piena di Ferragosto: usa il bagno prima di entrare, fai la doccia prima del bagno e non solo dopo (il primo tuffo è quello che rilascia più batteri), aspetta almeno mezz'ora dopo aver messo la crema perché si fissi invece di lavarsi via subito, e — questa vale più di tutte le altre messe insieme — se hai avuto disturbi intestinali nelle ultime 48 ore, resta a riva. È l'unica di queste abitudini che riguardi un rischio vero per gli altri.
Il mare, per come è fatto, perdona la vescica di mezza Italia senza battere ciglio. Quello che non perdona è un depuratore che non funziona.



