Cinquantamila ettari. È il numero che ha fatto il giro dei giornali nel giugno 2025, di solito accompagnato dalla parola «persi». Solo che chi ha scritto quel numero non ha mai usato quella parola, e la differenza non è una pignoleria: è tutta la sostanza della faccenda.
La cifra viene da uno studio che ha provato a fare una cosa mai fatta prima, cioè misurare quanto pesa l'ancoraggio delle barche sulle praterie di Posidonia dell'intero Mediterraneo. Il metodo con cui l'ha fatto spiega sia perché il numero è così grande, sia perché è formulato con tanta prudenza.
Come si misura un danno che nessuno è sceso a vedere

Nessun sub ha nuotato su cinquantamila ettari col metro in mano. Lo studio incrocia due mappe: quella delle praterie di Posidonia note, e quella delle posizioni delle imbarcazioni ricavate dai transponder che le navi trasmettono in continuo per ragioni di sicurezza. Dove una barca si è fermata a lungo sopra una prateria, con ogni probabilità ha calato l'ancora.
Ecco perché la formulazione ufficiale parla di ettari potenzialmente interessati, non di ettari distrutti. È una stima di pressione, non un censimento di ferite. Le fonti in inglese scrivono «potentially affected», e diverse traduzioni italiane l'hanno trasformato in «persi»: è un salto logico che gonfia il dato e, paradossalmente, lo rende più facile da attaccare.
Il numero resta enorme anche letto per quello che è. Cinquantamila ettari corrispondono all'incirca a settantamila campi da calcio di fondale su cui, nel solo 2024, è probabile che sia stata calata un'ancora.
Centosettantanovemila barche

Il conto delle imbarcazioni è ancora più impressionante del conto degli ettari: oltre 179.000 unità potrebbero aver ancorato su praterie nel corso del 2024.
Non sono petroliere. Sono, in larga parte, la stessa gente che c'era anche tu: barche da diporto, gommoni grandi, gozzi, charter. La pressione non arriva da un colpevole industriale identificabile, arriva dalla somma di migliaia di gesti individuali innocui presi uno per uno. È il motivo per cui è un problema difficile: nessuno di noi si sente il responsabile.
Il quarantacinque per cento che fa il sessanta

Qui però la statistica smette di essere democratica. Delle 179.000 imbarcazioni, il 45% erano unità sopra i 24 metri. E quelle unità, da sole, rendono conto di quasi il 60% delle aree impattate.
Il motivo è banalmente fisico. Un'ancora più pesante, una catena più lunga, un raggio di evitamento più ampio: quando lo yacht ruota sull'ancora, la catena spazza il fondo descrivendo un cerchio, e più è grande la barca più è grande il cerchio. Non è che il comandante di una barca da trenta metri sia più distratto. È che il suo attrezzo ara di più.
Questa asimmetria è la ragione per cui la soluzione più efficace non è educare tutti allo stesso modo, ma regolare i pochi che pesano di più. Dove è stato fatto funziona: nelle aree con regole rigorose sull'ancoraggio, come il sud della Francia con il suo limite dei 300 metri dalla costa per i grandi yacht, i tassi di impatto risultano molto più bassi.
Un centimetro all'anno

La ragione per cui una cicatrice sulla Posidonia conta più di una cicatrice altrove sta tutta nella velocità con cui si rimargina.
I rizomi si allungano in media di due centimetri l'anno. La matte, cioè il materasso di rizomi, radici e sedimento intrappolato su cui poggia la prateria, cresce in verticale di circa un centimetro l'anno: un metro ogni secolo. Nel Mediterraneo sono state misurate matte spesse fino a sei metri, il che significa fondali costruiti lungo alcune migliaia di anni, tra fasi di crescita e fasi di arretramento.
Un'ancora che ara la matte in tre secondi cancella una struttura che ci ha messo secoli a formarsi. Le stime parlano di oltre cent'anni perché una cicatrice da ancoraggio si richiuda. Non è un ecosistema fragile nel senso di delicato: è fragile nel senso che non ha nessuna possibilità di stare al passo con noi.
Quattro miliardi l'anno

Se il ragionamento ecologico non basta, esiste quello contabile. La perdita in termini di servizi ecosistemici legata a questo danno è stimata in oltre quattro miliardi di euro all'anno.
Dentro quella cifra ci sono cose molto concrete: la Posidonia trattiene il sedimento e frena l'erosione delle spiagge, produce ossigeno, immagazzina carbonio, e soprattutto fa da asilo nido a una quantità di specie che poi finiscono nelle reti e agli ami. Un ettaro di prateria non è un prato decorativo: è la nursery da cui esce buona parte del pesce costiero che pensi di andare a cercare altrove.
Detto in modo brutale: ancorare sulla Posidonia è come parcheggiare sul vivaio da cui poi pretendi di raccogliere.
L'Italia è il paese messo peggio

Gli hotspot dell'impatto sono cinque: Italia, Spagna, Turchia, Grecia e Francia. E l'Italia presenta il danno stimato più alto del Mediterraneo.
C'è un caso che riassume tutto, ed è sardo: nel Golfo di Arzachena, alla Maddalena, sono stati contati oltre 13.000 ancoraggi, concentrati soprattutto tra maggio e settembre. Un ricercatore che ha lavorato sulla mappatura dei fondali italiani ha descritto quello che si vede sotto con un'immagine che rende bene l'idea: sembra un formaggio pieno di buchi.
Il confronto con la Francia è impietoso perché non riguarda la coscienza dei diportisti ma le regole: da noi mancano zone di interdizione per le imbarcazioni oltre i 24 metri, che oltralpe esistono. Intanto, dal 2024, è partita la prima mappatura nazionale ad alta risoluzione degli habitat marini costieri italiani, su 7.900 chilometri di costa, con satelliti, LiDAR, multibeam e robot sottomarini: quaranta milioni di euro dentro un programma da quattrocento. Senza mappa non si può né tutelare né sanzionare, quindi è il primo passo obbligato.
La legge del 2026, e cosa le manca

Qualcosa si è mosso. Il 29 aprile 2026 è stata approvata la legge sulla valorizzazione della risorsa mare, che per la prima volta fissa a livello nazionale un principio esplicito: l'ancoraggio non deve danneggiare la conservazione dell'ambiente marino e costiero, né causare distruzione, deterioramento, alterazione o frammentazione di habitat sensibili o protetti, con riferimento diretto alle praterie di Posidonia.
È una novità vera, perché prima quel principio semplicemente non c'era in una norma nazionale. Ma le associazioni ambientaliste ne hanno segnalato i buchi, e sono buchi grossi: manca un sistema sanzionatorio definito, manca l'obbligo di mappatura degli habitat, mancano obblighi di ripristino per chi danneggia, manca il coordinamento tra Stato, regioni e autorità portuali, e mancano incentivi per i campi boa ecocompatibili.
Un divieto senza sanzione e senza mappa è, per ora, soprattutto una dichiarazione di intenti. Vale comunque la pena saperlo: la direzione è segnata, e chi ancora oggi cala l'ancora dove capita sta facendo una cosa che la legge, almeno sulla carta, ha smesso di considerare neutrale.
Ricordati solo la proporzione, la prossima volta che scegli dove fermarti: tre secondi di catena, cent'anni di ricrescita.



