Lo chiamano verme di fuoco, e chi l'ha toccato sa perché. Un bruciore che parte dalle dita e non se ne va per ore, a volte giorni. Nell'estate 2026, tra Sicilia, Calabria e Puglia, il vermocane è diventato l'incubo di pescatori e bagnanti: lo trovano nelle reti, sugli scogli, aggrappato alle nasse. E più il mare si scalda, più se ne vede.

Attorno a lui, però, gira parecchia confusione: chi lo chiama millepiedi, chi insetto, chi «specie aliena venuta da chissà dove». Quasi tutto sbagliato. Vale la pena capirlo per bene, perché è tanto affascinante quanto fastidioso — e perché evitarlo è semplice, se sai cosa stai guardando.

Cosa sta succedendo nei mari del Sud

Illustrazione papercut di un fondale del Sud Italia con più vermocani arancioni tra le rocce e una rete da pesca sullo sfondo in tonalità fredde

I fatti, spogliati dai titoli, sono questi: negli ultimi due-tre anni il vermocane si è moltiplicato in modo impressionante lungo le coste del Sud, in particolare in Sicilia, Calabria e Puglia. Non è comparso dal nulla — c'era già — ma le ondate di calore che scaldano il mare gli hanno spalancato le porte. I pescatori artigianali sono i primi a subirlo: lo tirano su a decine con le reti e trovano il pescato rovinato.

Non è un allarme da spiaggia, però. Gli istituti di oceanografia che lo studiano sono chiari: nessun pericolo per chi fa il bagno, a patto di non toccarlo. È un problema serio per la pesca e per gli equilibri del fondale, molto meno per il turista sotto l'ombrellone. La stessa storia, in fondo, di tanti abitanti del mare che il caldo sta spingendo alla ribalta — come il grande predatore che tutti temono e che quasi nessuno incontra.

Chi è davvero il vermocane

Illustrazione papercut ravvicinata di un vermocane arancione dal corpo segmentato, con ciuffi di setole bianche sui fianchi e branchie rosse

Cominciamo dai nomi sbagliati. Il vermocane non è un millepiedi e non è un insetto: è un verme marino, un anellide della stessa grande famiglia dei lombrichi e delle sanguisughe, solo che vive in mare. Il suo nome scientifico è Hermodice carunculata, e i pescatori del Sud lo chiamano anche verme barbuto per via di quei ciuffi che gli spuntano dai lati.

Ha un corpo appiattito e segmentato, lungo di solito una quindicina di centimetri — al massimo una trentina, non di più, a dispetto di certe cronache che parlano di esemplari lunghi un metro. Lungo entrambi i fianchi porta due file di ciuffi: setole bianche, che sono la sua arma, e ciuffi di branchie rosso-arancio, che sono i suoi polmoni. Vive appoggiato al fondo, tra rocce, coralli e praterie, dove caccia lento ma inesorabile.

Perché lo chiamano «verme di fuoco»

Illustrazione papercut di un dettaglio del vermocane arancione con le setole bianche rizzate come aghi, su fondo blu freddo, a evocare il bruciore

Il soprannome è meritato. Quelle setole bianche non sono peli innocui: sono aghi cavi pieni di tossina. Quando il verme viene sfiorato o afferrato, le setole penetrano nella pelle e si spezzano, restando conficcate come minuscole schegge di vetro che continuano a rilasciare la loro sostanza urticante — una molecola chiamata complanina. Il risultato è un bruciore intenso, accompagnato da prurito e gonfiore, che può durare da qualche ora fino a giorni.

Per l'uomo non è veleno mortale: il fastidio è locale, anche se a volte si aggiungono nausea o un senso di stordimento. Il problema è che le setole sono quasi invisibili e si staccano al minimo contatto, per questo basta un tocco distratto — una rete tirata su a mani nude, un verme scambiato per un'alga — per ritrovarsi la mano in fiamme.

Cosa fare se ti punge

Illustrazione papercut di una striscia di nastro adesivo premuta su una pelle per rimuovere le setole del vermocane, tonalità fredde con un solo accento arancio

La regola numero uno è controintuitiva: non strofinare. Sfregare la pelle o l'acqua sulla zona non fa che spezzare altre setole e spingerle più a fondo. Il gesto giusto è l'opposto: premere sulla zona una striscia di nastro adesivo e staccarla di colpo, come si fa con una ceretta, per tirare via le setole rimaste in superficie. Ripetere finché la pelle non è pulita.

Dopo, un po' di alcol aiuta a calmare il bruciore. Se il dolore resta forte, se la zona si gonfia molto o compaiono reazioni più ampie, meglio farsi vedere da un medico: in qualche caso serve una pomata al cortisone. Nulla di drammatico, ma nemmeno una puntura da ignorare. In acqua, se ne vedi uno, la mossa è la più semplice del mondo: girati e nuota altrove.

Il tormento dei pescatori (e perché non va mai tagliato)

Illustrazione papercut di una rete da pesca con pesci e un vermocane arancione tra le maglie, e accanto un verme tagliato in due che ricresce

Per chi vive di mare, il vermocane è molto più di un fastidio. È un predatore vorace: divora ricci, polpi, stelle marine e persino i coralli e le gorgonie, con danni pesanti alle barriere e alle aree marine protette. Ma il colpo più duro lo dà alla pesca artigianale: i pescatori tirano su le reti e trovano il pescato rosicchiato o già ucciso dai vermi, che nel frattempo si aggrappano alle maglie e feriscono le mani di chi le maneggia. Sulla costa ionica siciliana i danni economici sono ormai documentati, tanto che università e istituti di ricerca — con l'ISPRA — hanno avviato programmi di monitoraggio nati proprio dalle richieste dei pescatori.

E qui arriva l'errore da non fare mai. La tentazione, quando ne trovi uno in rete, è tagliarlo in due e buttarlo via. È la cosa peggiore: il vermocane, tagliato, si rigenera. La metà con la testa ricostruisce i segmenti mancanti e riparte, mentre i pezzi ributtati in acqua possono trasformarsi in nuovi vermi. Spezzarlo non lo elimina: lo moltiplica. Chi lo tira su dovrebbe rimuoverlo intero, con guanti spessi, senza farlo a pezzi e senza rigettarlo in mare.

Non è un alieno: è il mare che si scalda

Illustrazione papercut di un vermocane arancione a suo agio su un fondale mediterraneo caldo e luminoso, ambiente di casa e non esotico

Resta il malinteso più diffuso: quello di chi lo dipinge come un invasore venuto da mari lontani. Non è così. Il vermocane è autoctono del Mediterraneo, di casa qui da sempre, soprattutto nelle acque più calde del bacino meridionale. Non è cambiata la sua nazionalità: è cambiata la temperatura dell'acqua. Con il mare sempre più caldo, una specie che prima era tenuta a bada dal freddo invernale trova ora condizioni ideali per riprodursi e spingersi verso nord.

È lo stesso motore che porta sotto le nostre coste ospiti tropicali sempre più frequenti, dal pesce scorpione in su. La differenza è che il vermocane non è arrivato da fuori: era già qui, semplicemente in disparte. Il caldo l'ha portato in prima fila. Conoscerlo, non toccarlo e — se fai il pescatore — non tagliarlo: sono le tre regole che bastano per convivere con il verme di fuoco senza scottarsi.