Ogni estate lo stesso copione: una pinna al largo, un video sgranato, il titolo con lo squalo. La paura vende bene. Peccato che la storia vera sia esattamente il contrario di quella che ti raccontano.

Non è lo squalo a dover temere te. Sei tu, o meglio la nostra specie, l'incubo del suo. Nel Mediterraneo gli squali non sono un pericolo in aumento: sono un funerale in corso, e quasi nessuno se ne accorge. Ecco cosa dicono davvero i numeri, quali specie incrociano le tue lenze e la storia dimenticata che ci nuota accanto da più di tre milioni di anni.

Fai due conti sulla paura

Squali Tirreno — la paura sovradimensionata: una piccola pinna al largo su un mare di carta calmo

In tutto il mondo gli attacchi mortali di squalo si contano sulle dita. L'International Shark Attack File, il registro scientifico che li cataloga dal Cinquecento, riporta una media di circa otto morti l'anno per aggressioni non provocate (media 2020-2024); sulla media di dieci anni si scende a sei. Sei, otto, dieci vittime l'anno sull'intero pianeta: nello stesso tempo l'annegamento, un fulmine o l'auto per arrivare in spiaggia sono incomparabilmente più pericolosi.

Nel Mediterraneo il conto è ancora più magro. Gli attacchi documentati in oltre due secoli sono poche decine, e restano eventi rarissimi, quasi sempre lontani dalle spiagge affollate. Le pochissime specie teoricamente in grado di ferire un uomo — il grande bianco, il mako, in misura minore la verdesca — vivono al largo e schivano le persone, non le cercano.

Ora gira il numero. Mentre gli squali uccidono una manciata di persone, noi ne ammazziamo a decine di milioni: le stime più recenti (studio su Science, 2024) parlano di oltre 80 milioni di squali l'anno, forse più di cento, presi soprattutto per le pinne e come catture accidentali. Per ogni persona uccisa da uno squalo, ne muoiono qualcosa come dieci milioni per mano nostra. Chiamarla "rivalità" è quasi comico.

Chi nuota davvero là sotto

Squali Tirreno — le specie che incontri davvero: verdesca, squalo volpe, gattuccio e palombo su fasce di mare di carta

Nel Mediterraneo vivono oltre quaranta specie di squali — tra le 41 censite dalla Lista Rossa IUCN e le 47-49 delle guide di identificazione FAO, a seconda di come le si conta. Ma dimentica lo squalo dei film: quelli che incroci davvero sono un'altra cosa.

Sotto costa, sui fondali dove peschi tu, comandano i piccoli:

  • Gattuccio (Scyliorhinus canicula): mezzo metro scarso, pelle maculata, è il più comune in assoluto. Abbocca di continuo, si arrotola sul braccio per difendersi e non ha mai fatto male a nessuno. È uno dei pochissimi squali mediterranei che l'IUCN classifica ancora "a minor preoccupazione".
  • Palombo (Mustelus mustelus): un metro e mezzo di squalo affusolato, con denti a piastra per frantumare granchi e conchiglie. Finisce spesso agli ami e in pescheria (dove diventa "vitella di mare"). Per l'IUCN è vulnerabile.
  • Spinarolo (Squalus acanthias): piccolo squalo di fondo con due aculei velenosi davanti alle pinne dorsali; un tempo comunissimo, oggi molto più raro.

Al largo, in acqua blu, nuotano gli altri:

  • Verdesca (Prionace glauca): la regina dei pelagici, slanciata, azzurra, con pinne pettorali lunghissime. Arriva davvero a quattro metri (di solito ne misura poco più di tre) ed è lo squalo del largo più comune del Mediterraneo — non "il più comune sotto costa", come si legge spesso: è un animale d'altura, di costa non ne vuole sapere. Elegante e, per l'uomo, di fatto innocua.
  • Squalo volpe (Alopias vulpinus): inconfondibile per la pinna caudale lunga quanto il corpo, che usa come una frusta per stordire i banchi di pesce.
  • Mako (Isurus oxyrinchus): il più veloce di tutti, un siluro capace di scatti oltre i 70 km/h; e lo smeriglio (Lamna nasus), il suo cugino d'acqua fredda, parente stretto del bianco.
  • Squalo elefante (Cetorhinus maximus): il gigante buono, secondo pesce più grande del mondo dopo lo squalo balena, fino a dieci metri. Nuota a bocca spalancata filtrando plancton: non ha nemmeno i denti per farti del male.

Il paradosso è tutto qui: gli squali che potresti incontrare davvero, dal gattuccio all'elefante, vanno dal totalmente innocuo al perfettamente indifferente alla tua presenza. E anche i tre "grossi" — bianco, mako, verdesca — al largo ti evitano.

Il mare che ammazza i suoi squali

Squali Tirreno — il declino: uno squalo impigliato in una rete di carta strappata nel mare profondo

Ecco il numero che conta, ed è agghiacciante. A livello mondiale oggi più di un terzo di tutte le specie di squali e razze è a rischio estinzione (il 37,5%, secondo la grande revisione del 2021 — era "un quarto" appena nel 2014: sta peggiorando in fretta). Nel Mediterraneo va molto peggio: circa la metà delle specie è minacciata, e contando anche quelle con dati insufficienti si arriva a due terzi (valutazioni IUCN). Il "mare nostro" è, per squali e razze, il posto più pericoloso del pianeta dove nascere.

Le specie che facevano paura sono quelle messe peggio: nel Mediterraneo il grande bianco, la verdesca, il mako e lo smeriglio sono tutti in pericolo critico, lo squalo elefante e la volpe in pericolo, il palombo vulnerabile (Lista Rossa IUCN). E non è la natura a ucciderli: la causa numero uno, praticamente l'unica che conti, è la pesca eccessiva — soprattutto come cattura accidentale nelle reti e ai palangari che puntano a pesce spada e tonni, più il commercio delle pinne e le reti derivanti illegali, vietate dal 2002 ma ancora una strage nascosta. È la stessa logica delle reti fantasma: attrezzi che continuano a pescare senza il pescatore.

Il motivo per cui è così grave è biologico. Gli squali non sono acciughe: crescono lentamente, si riproducono tardi, hanno gestazioni lunghe e fanno pochi figli. Una popolazione svuotata dalla pesca non si ricostruisce in una stagione come un banco di sardine: ci mette decenni, e spesso non ce la fa affatto. La verdesca che un secolo fa incrociavi al largo con regolarità, oggi è un incontro raro.

Il fantasma del Canale di Sicilia

Squali Tirreno — il grande squalo bianco relitto e un piccolo tra Sicilia e Tunisia, in carta strappata

C'è una storia che da sola vale tutto il discorso. Nel Mediterraneo vive ancora il grande squalo bianco, e non da ieri: da circa 3,2 milioni di anni. È una popolazione relitta, un ramo antichissimo e isolato, geneticamente più vicino agli squali bianchi del Pacifico che a quelli dell'Atlantico qui accanto. Gli studiosi che ne hanno letto il DNA — il GenoDREAM Lab dell'Università di Bologna, sequenziando denti e mascelle conservati nei musei da due secoli — ipotizzano che i suoi antenati siano arrivati dal Pacifico passando dall'America Centrale, prima che l'istmo di Panama si chiudesse oltre tre milioni di anni fa (studio sul Journal of Biogeography). Un fossile vivente che ci nuota accanto senza che nessuno lo veda.

Quanti ne restino non lo sa nessuno con certezza, ma la genetica racconta una popolazione piccolissima e con pochissima varietà: il segno di numeri bassi e fragili. Tra il 2021 e il 2023 tre spedizioni scientifiche hanno provato a stanarlo cercando tracce del suo DNA nell'acqua (eDNA) nel Canale di Sicilia, tra la Sicilia e la Tunisia: su 159 campioni, il bianco è comparso in cinque. Pochi, ma abbastanza per confermare che è ancora lì. Quel braccio di mare, dove in passato sono stati presi anche esemplari giovani e femmine gravide, è il principale indiziato come culla della specie. Attenzione però: è un'ipotesi forte, non una certezza — il DNA nell'acqua prova la presenza, non ancora che lì nascano i piccoli. Nel Mediterraneo il bianco è in pericolo critico (IUCN): potremmo perderlo in silenzio, un predatore che c'era prima di noi e potrebbe non esserci dopo.

Se ne agganci uno (o lo avvisti)

Squali Tirreno — il rilascio corretto: mani che liberano un piccolo squalo dal bordo barca con le pinze

Molti squali mediterranei non sono solo rari: sono protetti per legge. Le specie elencate dalla Convenzione di Barcellona e dalle raccomandazioni della CGPM — recepite nell'Unione Europea dal Regolamento 1343/2011 — non si possono trattenere: se le agganci per sbaglio vanno rilasciate "illese e vive", ed è vietato issarle a bordo per decapitarle o spellarle. Nell'elenco ci sono il bianco, la verdesca, il mako, lo smeriglio, la volpe, lo squalo elefante e altre ancora. In pratica quasi tutti gli squali "importanti" che puoi incrociare non sono pescabili.

Quindi, se ne agganci uno, la regola è una sola: rilascio, il più rapido e delicato possibile. Slamalo in acqua con le pinze lunghe, taglia il terminale vicino all'amo se è profondo (un amo si arrugginisce da solo, uno squalo issato a bordo spesso non sopravvive), non tirarlo mai fuori dall'acqua per la foto. Sostienilo un momento e lascialo ripartire con le sue forze.

E se lo avvisti dalla barca, non inseguirlo: fotografalo da lontano, annota luogo, ora e taglia, e manda la segnalazione ai programmi di monitoraggio degli squali del Mediterraneo. Esistono canali seri fatti apposta: il database MEDLEM (coordinato in Italia da ISPRA e ARPAT), progetti di citizen science come tshark dell'Università di Padova — dove pescatori e sub caricano avvistamenti e catture — e, per chi va al palangaro, il progetto SafeSharks del WWF. Vale più quel dato della paura di mezza spiaggia: ogni segnalazione è un mattone per capire dove sono rimasti e come proteggerli.

Lo squalo non è tornato a minacciarci. Semmai è rimasto, nonostante noi, ad aspettare che smettiamo di essere il suo unico vero predatore.