Una stella marina non scappa. È uno dei pochi animali del Mediterraneo che puoi guardare da venti centimetri per un quarto d'ora senza che si sposti di un dito — ed è esattamente per questo che è quello che finisce più spesso in mano a qualcuno. Poi arriva il dubbio: si può? le faccio male? sarà velenosa? La risposta breve è che il rischio per te è zero, il rischio per lei dipende da quale hai raccolto, e su due di loro c'è sopra un trattato internazionale.
Le cinque che vedi davvero

Le specie mediterranee sono parecchie, ma quelle che uno snorkelista incrocia davvero in acqua bassa si contano su una mano.
La stella rossa (Echinaster sepositus) è quella dei manifesti: rosso-arancio pieno, cinque braccia cilindriche, superficie che sembra saponosa e punteggiata di forellini da cui escono le papule, le branchie della pelle. Sopra ha spinule minute che disegnano una rete irregolare: è il dettaglio che la separa dalle sue sosie.
La stella spinosa (Marthasterias glacialis) è la più grande che puoi incontrare: arriva a circa 70 cm di apertura, anche se di solito ne misura 25-30. Grigio-verde o bruna, con tre file di spine bianche in cresta lungo ogni braccio affusolato, spesso con le punte violette. Vive da acqua bassissima fino a circa 200 metri.
L'Asterina gibbosa è l'opposto: un cuscinetto pentagonale di 5-6 cm, con le braccia appena accennate. Sta sotto i sassi, negli anfratti e nelle pozze di scogliera, e di giorno resta nascosta — se la trovi è perché hai girato una pietra, e in quel caso rimettila com'era.
Poi ci sono le stelle pettine del genere Astropecten, sui fondali di sabbia, e la Coscinasterias tenuispina, riconoscibile perché ha spesso più di cinque braccia e di lunghezze diverse. A queste due tocca un capitolo per uno, più avanti: sono le più fraintese del gruppo.
Sulla sabbia non c'è una stella: ce n'è un mazzo

Quando su un fondale di sabbia vedi una stella chiara col bordo a pettine e dici «una Astropecten», hai ragione sul genere e quasi certamente non saprai mai dire la specie. Nel Mediterraneo ce ne sono sei, e non si spartiscono la costa: convivono. Un lavoro condotto nel Mediterraneo nord-occidentale ne ha trovate cinque delle sei lungo appena 51 chilometri di costa, con tre specie abbondanti che si sovrappongono sullo stesso fondale basso.
Distinguerle richiede caratteri fini — la spinulazione delle piastre marginali, le paxille — e le fonti tassonomiche dicono apertamente che da una fotografia spesso non si arriva al nome, con casi che si chiudono solo in laboratorio. Due scorciatoie oneste esistono: Astropecten aranciacus si riconosce per la taglia, è di gran lunga la più grande, e A. irregularis per le piastre supero-marginali prive di spine.
Proprio A. aranciacus è quella che ti può capitare sotto la maschera: vive da 1 a 200 metri su fondi sabbiosi, fangosi e detritici e anche dentro le praterie di fanerogame, Posidonia compresa. Con un dettaglio da sapere: gli esemplari piccoli stanno nella fascia bassa, i giganti più al largo e più giù. E di giorno tende a restare infossata nel sedimento, quindi «presente a tre metri» e «visibile a tre metri a mezzogiorno» non sono la stessa cosa.
Ultima cosa, perché è la più sorprendente: non sono spazzine. Analizzando insieme i contenuti stomacali e la fauna sepolta nel sedimento è emerso che la dieta è fatta soprattutto di gasteropodi e bivalvi, e che la scelta della preda non segue quello che il fondale offre: selezionano. Localizzano il mollusco sepolto e lo inghiottono intero.
«Comune» non vuol dire «dappertutto»

La stella rossa è data per comune in tutto il Mediterraneo, e infatti c'è. Ma lo studio che l'ha guardata più da vicino si apre dicendo una cosa diversa: può essere molto abbondante oppure del tutto assente in località vicine. Non è una sfumatura: è il risultato principale del lavoro.
Il motivo non è la stagione né la profondità. L'abbondanza risulta correlata a una cosa sola, la percentuale di copertura di alghe corallinacee incrostanti: gli individui medio-grandi stanno lì o sulle alghe fotofile, i piccoli soprattutto sulla Posidonia. E nello stesso lavoro un esperimento di trapianto ha mostrato che aggiungere stelle non modificava la comunità algale nell'arco di quattro mesi. Detto altrimenti: la stella segue l'habitat, non lo costruisce.
In Italia il monitoraggio dell'area marina protetta del Parco Sommerso di Gaiola, a Napoli, è impostato esattamente su questa logica, misurando la distribuzione della specie sito per sito su sette punti costieri diversi. Quindi se in una caletta ne conti venti e nella caletta accanto zero, non è sfortuna né stagione sbagliata: è che le due pareti non sono lo stesso habitat. Vale la pena tenerne conto quando si sceglie dove entrare, come si fa con qualsiasi altro segno letto sul fondale.
Due sono protette, e assomigliano alle altre

Qui sta la parte che quasi nessuno sa. Nel Mediterraneo due stelle marine sono protette da trattato internazionale: Ophidiaster ophidianus e Asterina pancerii. Compaiono entrambe nell'Allegato II della Convenzione di Berna, fra le specie di fauna rigorosamente protette, e nell'Allegato II del Protocollo sulle aree specialmente protette e la diversità biologica della Convenzione di Barcellona, fra le specie in pericolo o minacciate. L'unico altro echinoderma mediterraneo in quelle liste non è una stella ma un riccio, Centrostephanus longispinus. Nessun'altra stella marina del nostro mare è tutelata da quelle convenzioni.
Cosa comporta, in concreto: Berna vieta cattura deliberata, detenzione, uccisione, danneggiamento e commercio interno; l'Allegato II di Barcellona obbliga gli Stati a vietare distruzione, possesso, uccisione, commercio, trasporto ed esposizione commerciale. Non è una raccomandazione morale, è un divieto.
Il problema pratico è che Ophidiaster ophidianus è una stella dalle cinque braccia cilindriche a punta smussata, di colore che va dal rosso acceso all'arancio fino al viola scuro: cioè assomiglia parecchio alla comune stella rossa. La si separa guardando le papule, che in lei non sono ordinate in file regolari — un dettaglio che con la maschera, in due metri d'acqua e con l'onda, semplicemente non vedi.
Una precisazione che va fatta perché in giro si legge il contrario: O. ophidianus non ha una categoria di rischio internazionale, perché non è mai stata valutata. È corretto chiamarla specie protetta; è sbagliato chiamarla specie a rischio secondo la lista rossa.
E poi c'è il livello che copre tutto il resto. Dentro un'area marina protetta la legge quadro sulle aree protette vieta la cattura, la raccolta e il danneggiamento delle specie animali e vegetali, senza distinzione di specie: la stella pettine più banale è dentro il divieto quanto quella del trattato. Per chi viola i vincoli conoscendoli la stessa legge prevede l'arresto fino a sei mesi o un'ammenda compresa fra 103 e 13.000 euro, raddoppiati in caso di recidiva. Come per le altre sanzioni in mare, l'ignoranza del confine dell'area non è una gran difesa: i limiti sono pubblicati.
Sono pericolose? No, e le tossine non c'entrano

Nella letteratura primaria non esiste documentazione di un rischio da contatto per chi tocca una stella marina mediterranea. Niente aculei velenosi, niente muco urticante, niente. Se in una pozza di scogliera ti fai male, il colpevole è quasi sempre un altro echinoderma — il riccio, con le sue spine.
Ogni tanto però rimbalzano due notizie che sembrano dire il contrario. Nel 2015 sono state rilevate per la prima volta ciguatossine in echinodermi, proprio in Marthasterias glacialis e Ophidiaster ophidianus; nel 2019 sono state trovate tetrodotossine in O. ophidianus. Titoli forti, sostanza diversa, per tre motivi che vale la pena mettere in fila.
Primo: i campioni non sono mediterranei. Vengono da Madeira, dalle Azzorre e dalla costa atlantica del Marocco, e i risultati quantificabili sono tutti in territorio portoghese. Secondo: le tossine del 2015 gli autori stesse le definiscono «putative», cioè viste allo spettrometro ma non confermate strutturalmente, perché mancava lo standard di riferimento; nessuno le ha replicate da allora. Terzo, ed è quello che conta: la via di intossicazione è alimentare. Le ciguatossine sono un problema di ingestione, e nel testo completo di quel lavoro le parole «pelle», «contatto», «bagnante» e «subacqueo» non compaiono nemmeno una volta. Gli autori propongono anzi le stelle marine come organismi-sentinella per monitorare le tossine nella catena alimentare: non come pericolo per chi nuota. Nella loro stessa tabella entrambe le specie sono classificate come non commestibili.
Tradotto: chi cita quelle ricerche per dire «attenzione, sono velenose se le tocchi» sta usando un dato di sicurezza alimentare per rispondere a una domanda che quel dato non affronta.
Il cronometro che non esiste

«Fuori dall'acqua muore in trenta secondi.» È la frase più ripetuta in assoluto sull'argomento, e ne esistono versioni con dieci secondi, un minuto, cinque minuti. Andando a cercare la fonte, non si trova: nessuno studio primario documenta una soglia di tempo per una stella marina mediterranea di acqua bassa. Il numero cambia da post a post proprio perché non è ancorato a niente.
Quello che la letteratura discute davvero è un meccanismo diverso: il calore e il disseccamento, non la durata in sé. E anche lì il dato sperimentale che gira riguarda una stella del Pacifico nord-orientale che vive in zona di marea e resta fuori dall'acqua per ore a ogni bassa marea: usarla come metro per il Mediterraneo non funziona in nessuna delle due direzioni, né per dire che è gravissimo né per dire che non succede niente.
Stesso discorso per un altro argomento che si legge spesso, quello delle creme solari sulle mani. Lo studio italiano che viene citato riguarda gli stadi larvali di un riccio, Paracentrotus lividus, esposti in acqua di mare: dice cose serie sulle creme, comprese quelle etichettate come ecocompatibili, ma non contiene dati su stelle marine, né su animali adulti, né sul contatto con le mani. È un'estrapolazione, non un risultato.
Non avere un numero, però, non è un permesso. La regola che regge senza inventare cifre è semplicemente questa: guardala dov'è. Se l'hai già raccolta, rimettila sott'acqua nello stesso punto, appoggiata dal lato giusto — bocca in giù, braccia sul fondo — e lasciala riattaccarsi da sola, senza premerla contro la roccia. Niente sole diretto, niente scoglio caldo ad agosto, niente asciugamano, niente secchiello. Il motivo per cui questa regola non ha bisogno di un cronometro è nel capitolo sul caldo, più avanti.
Tagliata a metà non fa due stelle

Il mito dice: taglia una stella marina a metà e ne ottieni due. È falso nella quasi totalità dei casi. Per rigenerare serve che resti almeno una porzione del disco centrale: un braccio staccato che ricostruisce l'animale intero — la cosiddetta forma a cometa — è capacità di pochi generi tropicali, con Linckia in testa. Le stelle nostrane non sono in quell'elenco.
E comunque, anche quando funziona, funziona con una lentezza che dovrebbe far passare la voglia: in laboratorio si parla di mesi, con l'ordine di grandezza di circa dieci mesi per rifare un disco con braccia lunghe un centimetro, e di un percorso completo che può arrivare a un paio d'anni. Un braccio non è un pezzo di ricambio: è un investimento che l'animale paga per un anno.
C'è però una cosa vera che somiglia al mito, ed è probabilmente la sua origine. Coscinasterias tenuispina si divide da sola: spacca il disco e diventa due animali, che poi ricostruiscono le braccia mancanti. Non è un aneddoto da acquario. Nelle popolazioni del Mediterraneo occidentale studiate finora — tutte lungo le coste iberiche — l'analisi genetica di centinaia di individui ha mostrato che le popolazioni sono mantenute esclusivamente per scissione: nessun nuovo genotipo che entra nel tempo, e nessuna femmina trovata. Sono cloni.
La differenza con il mito è tutta in chi tiene il coltello: lì è l'animale che si divide, quando e come gli conviene. Ed è per questo che quando ne trovi una ha spesso sei o sette braccia di lunghezze diverse, alcune corte perché ricresciute da poco. Non è una stella malata: è una stella a metà del suo lavoro. Sul tema della rigenerazione portata all'estremo il nostro mare ha un altro campione, una medusa che riesce a fare di meglio.
Quello che le uccide davvero è il caldo

Se una stella marina italiana ha un nemico, non sono le mani dei bagnanti. Nel sud-est della Sardegna, negli anni Settanta, Astropecten jonstoni era presente in gran numero. Tornando a controllare nel 1999 se ne trovavano molte meno attive, e aumentavano le segnalazioni di animali morenti abbandonati sulla superficie della sabbia.
La verifica è arrivata in laboratorio, e il risultato è netto: si ammalavano significativamente meno le stelle tenute a 12 °C rispetto a quelle tenute a 20 e a 25 °C, indipendentemente dalla salinità, e gli individui più piccoli reggevano meglio. La malattia si manifesta con lesioni bianche e perdita di turgore, poi gonfiore su un lato e stomaco estroflesso — il quadro che in generale viene chiamato sindrome da consunzione.
Intorno a quel dato c'è un contesto che l'ha reso attualissimo. Fra il 2015 e il 2019 il Mediterraneo ha attraversato cinque anni consecutivi di mortalità di massa, su migliaia di chilometri di costa, dalla superficie ai 45 metri di profondità, con 50 taxa colpiti appartenenti a 8 gruppi diversi, in coincidenza con ondate di calore marino che hanno interessato oltre il 90% della superficie del bacino.
Il paradosso dell'estate è tutto qui: agosto è il mese in cui le vedi di più, perché sei tu che entri in acqua, ed è anche il mese in cui stanno peggio. Ecco perché tenerne una dieci minuti al sole su uno scoglio bollente per far venire bene la foto non è un gesto neutro, anche senza avere un cronometro che dica quando scatta il danno.
La stella secca del negozio non è di qui

Le stelle marine essiccate in vendita nei negozi di souvenir non vengono dal Mediterraneo. La più diffusa è Protoreaster nodosus, specie indo-pacifica, raccolta e seccata in massa per il commercio di curiosità: viene pescata viva, sbiancata per togliere colore e odore, a volte tinta, e imballata.
Lo studio più completo sulla sua popolazione, condotto nel Golfo di Davao nelle Filippine, dà la misura del problema: densità media di 29 esemplari ogni 100 metri quadrati, adulti fra 0 e 37 metri di profondità, e giovani soltanto nei bassifondi sabbiosi con abbondante fanerogama, sotto i due metri. Proprio i giovani sono i più raccolti, perché più piccoli e più comodi da vendere. E la crescita è di circa un centimetro di raggio all'anno oltre gli otto centimetri: con un ritmo così e un reclutamento naturale scarso, una popolazione raccolta troppo non torna indietro in fretta.
Nella stessa categoria di equivoci va messa la corona di spine, Acanthaster: quella sì con aculei che fanno male sul serio, ed è la stella che tutti hanno in mente quando parlano di stelle pericolose. Vive nell'Indo-Pacifico, dal Mar Rosso al Pacifico occidentale. Nel Mediterraneo non c'è. Se qualcuno ti avverte che «anche qui ce n'è una velenosa», sta pensando a quella, e ha sbagliato mare di qualche migliaio di chilometri.
Resta il punto più semplice di tutti, che vale sia per il negozio sia per lo scoglio: ogni stella secca è stata una stella viva. Quella nell'acqua davanti a te lo è ancora, e per guardarla non serve toccarla.



