Una spigola di ventotto centimetri può costarti una multa pari a un weekend fuori porta. Non perché hai combinato chissà cosa: perché era due centimetri sotto la misura minima, e in mare il conto lo fa la bilancia, non la faccia del militare che ti ferma.
Forse hai sentito dire che "dal 2026 è cambiato tutto". È una mezza verità. La legge che ha fatto rumore quest'anno, la 75 del 2026, in realtà parla di frodi alimentari — prosciutti e formaggi taroccati — e ha soltanto riordinato il decreto che regola le sanzioni della pesca in mare. Le multe che rischi tu, quando esci con la canna, sono in piedi da un pezzo: le fissa il decreto legislativo 4 del 2012, irrobustito nel 2016. Nessuna rivoluzione. Solo regole che conviene conoscere prima di mollare l'ancora.
Il conto lo fa la bilancia

Partiamo dal caso classico: hai preso più del dovuto. Il limite è cinque chili di pescato al giorno, a testa, tutto compreso — pesci, molluschi, crostacei — con una sola eccezione di buon senso: se peschi un singolo esemplare che da solo supera i cinque chili, quello te lo tieni lo stesso.
Oltre quel tetto gli scaglioni sono espliciti e crescono in fretta. Da oltre cinque e fino a dieci chili la multa va da 500 a 3.000 euro. Da dieci a cinquanta chili sale da 2.000 a 12.000. Sopra i cinquanta chili si vola tra i 12.000 e i 50.000 (D.Lgs 4/2012). Chi riempie il gommone "perché abboccavano" non fa una bravata da raccontare al bar: firma una cambiale a cinque cifre.
Un dettaglio che per una volta gioca dalla tua parte: al peso rilevato tolgono d'ufficio il dieci per cento, la cosiddetta tara, a vantaggio di chi è stato beccato. E c'è un tetto dentro il tetto che in pochi ricordano: di cernia ne puoi tenere una sola al giorno, a prescindere dai cinque chili. Una, e basta.
La sottomisura ha il suo listino

Qui casca l'asino, ed è l'errore che frega più pescatori onesti. La spigola dell'inizio non rientra negli scaglioni di prima: quelli valgono per il troppo pescato. Il pesce sotto taglia ha una tabella tutta sua, che parte più bassa ma parte comunque. Fino a cinque chili di pescato irregolare si va da 100 a 600 euro; poi da 250 a 1.500 fino a venticinque chili, e da lì a valanga: 2.000-12.000, 5.000-30.000, fino a 12.500-75.000 euro oltre i due quintali (D.Lgs 4/2012). Le fasce alte sono roba da chi svuota il mare a quintali; a te, con due saraghi sotto misura nel secchio, tocca lo scalino più basso. Che resta un centinaio di euro per un pesce che ne valeva due.
Il punto è sapere dov'è la riga. La misura minima è la lunghezza totale, dalla bocca alla punta della coda, e cambia da specie a specie: 25 centimetri per la spigola, 20 per l'orata, 23 per il sarago maggiore, addirittura 45 per le cernie (Regolamento UE 2019/1241). Le trovi tutte nella nostra tabella delle taglie minime aggiornata: stampala, o tienila nel telefono. Due centimetri, l'hai capito, sono la differenza tra la cena e il verbale.
Conta anche quale pesce prendi

La legge non pesa solo quanto, ma anche chi. Su alcune specie la sanzione si gonfia di un terzo: il tonno rosso, il pesce spada e le specie sotto piano di ricostituzione valgono, se sgarri, il trentatré per cento in più. Non è un capriccio: sono i pesci più sotto pressione del Mediterraneo, e lo Stato lo scrive nel prezzo dell'errore.
Il tonno rosso, poi, è un mondo a parte. Per tenerlo ti serve un nulla osta della Capitaneria, valido tre anni, e devi avere già fatto la comunicazione di pesca ricreativa; da maggio 2026 ogni cattura va dichiarata con l'app RecFishing (Regolamento (UE) 2023/2842). Niente autorizzazione, niente tonno: provarci fuori regola significa multe pesanti e ritiro dei titoli.
Poi c'è la soglia oltre cui la parola "multa" suona quasi gentile. I datteri di mare sono il caso limite: raccoglierli è vietato dal 1998, perché per tirarli fuori si spacca la roccia viva in cui crescono, e quella il mare non la rifà più. Non è un illecito da verbale, è reato: si rischia fino a due anni, e quando il giudice ci legge un disastro ambientale — è già successo, in Penisola Sorrentina — le condanne salgono di brutto.
Dove si smette di ridere

C'è una fascia in cui la multa non è più il problema principale, ed è quella delle aree marine protette. Ogni parco del mare è diviso in zone, e la logica è quella di un semaforo. La zona A è la riserva integrale: non ci entri e non ci peschi, punto. La zona B è quasi altrettanto severa, e la pesca ricreativa è di regola vietata. Nella zona C, la fascia esterna, a volte la lenza si può gettare — ma soltanto con l'autorizzazione dell'ente che gestisce l'area, mai a caso.
Dentro il perimetro di un'area protetta le sanzioni diventano penali: la legge 394 del 1991 parla di arresto e ammenda, non di una semplice contravvenzione. E c'è una regola che il Ministero dell'Ambiente ha messo nero su bianco senza mezzi termini: la pesca in apnea col fucile dentro un'area marina protetta è reato sempre, in qualunque zona, anche se non hai preso niente. Vale la pena conoscere le regole delle aree marine protette meglio di chi ti controlla — perché ti controllano davvero.
Nella stessa fascia "seria" c'è anche il gesto che trasforma un hobby in mestiere abusivo: vendere il pescato. Non si può, mai, e costa dai 4.000 ai 12.000 euro più il sequestro. Il confine è netto, e sorvegliato.
Il tesserino e gli attrezzi giusti

Prima ancora di calare l'amo c'è una formalità che quasi nessuno fa, ed è gratis: la comunicazione di pesca sportiva in mare. Si compila online sul portale SIAN con SPID o carta d'identità elettronica, non costa niente e vale come tesserino. Saltarla è la classica violazione "generica" che parte da 1.000 euro, buttati via per non aver riempito un modulo da due minuti.
Poi vengono gli attrezzi, e la regola d'oro è una: sei un dilettante, non un peschereccio. Puoi usare canne, lenze, il bolentino, il coppo e il palangaro con un massimo di cento ami; ogni canna ne monta pochi, non una batteria infinita. Sono invece vietate le reti da posta, le fonti luminose oltre il consentito, la corrente elettrica, gli esplosivi e ogni sostanza tossica (D.P.R. 1639/1968). Il senso è semplice: puoi divertirti, non puoi svuotare una secca in una notte.
Come non finire mai in tabella

A controllare sono la Guardia Costiera, la Guardia di Finanza e i Carabinieri, e quando scatta il verbale la sanzione accessoria che brucia di più è il sequestro: ti portano via il pescato — se commestibile finisce in beneficenza — e spesso anche l'attrezzatura. Se sei recidivo gli importi si appesantiscono e la canna confiscata non torna più a casa. Quella da trecento euro pagata a rate diventa un souvenir della Capitaneria.
Una cosa utile: quasi tutte queste multe si pagano in misura ridotta entro sessanta giorni, cioè un terzo del massimo o il doppio del minimo, quello che ti conviene (Legge 689 del 1981). Se non paghi arriva l'ordinanza, e da lì puoi fare opposizione davanti al giudice di pace. Ma è tutta fatica, e denaro, che si evita a monte.
Perché evitarlo è banale e costa zero. Un metro adesivo sul bordo della barca, due secondi per misurare ogni pesce che ti lascia il dubbio, un'occhiata al regolamento della zona prima di uscire. E la regola che le riassume tutte: nel dubbio, rilascia. Il pesce rimesso in acqua ha un unico, grande pregio. Non è mai costato una multa a nessuno.



