L'ICCAT, la Commissione internazionale per la conservazione dei tonnidi dell'Atlantico, ha fissato per il triennio 2026-2028 un totale ammissibile di cattura di tonno rosso per Atlantico orientale e Mediterraneo pari a 48.403 tonnellate l'anno, scarti morti compresi. Il triennio precedente era fermo a 40.570: fa un più 19,3%.

Il percorso è quello solito, e conviene tenerlo a mente perché spiega da dove arrivano le cifre: la raccomandazione ICCAT 25-04 fissa il totale, un regolamento europeo lo ripartisce tra gli Stati, e un decreto italiano lo spacchetta tra i sistemi di pesca. Tre passaggi, tre documenti diversi. Le percentuali che leggi in giro a volte si riferiscono a uno, a volte a un altro.

Cosa significa per l'Italia

All'Italia spettano 6.182,610 tonnellate per ciascuna annualità del triennio: circa 900 in più rispetto alle 5.283 del 2025, cioè un più 17%. Il conto torna: 6.182,610 diviso 5.283 fa 1,1703.

Una precisazione che cambia la lettura: quella cifra è identica nel 2026, nel 2027 e nel 2028. Non è una quota che cresce di anno in anno, è un gradino salito una volta e poi un pianoro. Chi legge «+17% nel 2026» e immagina una tendenza al rialzo sta leggendo male il decreto.

C'è anche una coda del passato: un decreto successivo ha ridistribuito 217 tonnellate residue del 2025, utilizzabili nella campagna 2026.

Dove finiscono davvero quelle tonnellate

La quota nazionale divisa tra i sistemi di pesca

Il decreto italiano divide il contingente nazionale così, in tonnellate l'anno:

  • Circuizione: 4.205,718 — da sola il 68% di tutta la quota italiana.
  • Palangaro: 747,741.
  • Tonnare fisse: 476,843.
  • Piccola pesca costiera: 406,000, con quote individuali per le imbarcazioni minori.
  • Filiera produttiva: 153,000.
  • Pesca sportiva: 26,032.
  • Quota non divisa: 167,277.

Guarda l'ultima riga che ti riguarda: 26 tonnellate su 6.182. È lo 0,42% del contingente nazionale, la fetta più piccola di tutte. Detto in modo brutale: l'aumento del 17% di cui parlano i giornali, per chi pesca in sportiva, vale un'ottantina di tonni in più su tutta l'Italia e su tutta la stagione. Il grosso di quelle novecento tonnellate in più va alle reti a circuizione, e questo non è uno scandalo — è semplicemente come è fatta la torta, e vale la pena saperlo prima di esultare.

Pesca ricreativa: cosa puoi fare davvero

L'impianto delle regole non cambia con l'aumento. La base giuridica è europea e prevede che l'autorizzazione sia rilasciata all'imbarcazione, non al singolo pescatore: è un dettaglio che manda in confusione parecchi.

  • nulla osta obbligatorio per la barca, rilasciato su domanda alla Capitaneria di porto, con validità triennale e rinnovabile;
  • una sola cattura per imbarcazione al giorno — non per persona a bordo;
  • trattenimento consentito solo dal 16 giugno al 14 ottobre;
  • taglia minima di 30 kg oppure 115 cm alla forca: sono due soglie alternative, non due condizioni da soddisfare insieme;
  • comunicazione della cattura all'autorità marittima prima di rientrare in porto, e dichiarazione entro 24 ore dallo sbarco;
  • divieto assoluto di vendere il pescato, in qualunque forma.

Due cose che quasi nessuno dice. La prima: quando le 26 tonnellate della quota sportiva sono esaurite, le barche autorizzate non restano a terra, ma possono continuare solo in catch and release. La seconda: il catch and release è consentito tutto l'anno, fuori da qualsiasi finestra stagionale. Le competizioni sportive, invece, le autorizzano le Capitanerie.

Una storia di recupero, e fin qui è vera

Da dove arriva tutto questo lo sanno in molti: a metà anni Duemila lo stock era vicino al collasso e l'ICCAT impose un piano di ricostituzione severo, partito nel 2007. Vent'anni dopo il tonno rosso viene raccontato come il più grande successo di gestione della pesca nel Mediterraneo, e le mangianze sotto costa che oggi vedi ogni estate, nel 2008, non le vedeva nessuno.

Questa parte regge. È la parte successiva che merita più attenzione di quella che riceve.

Il numero non esce da una valutazione dello stock

Il calcolo automatico che produce la quota

Ecco la cosa che mi ha sorpreso di più leggendo i documenti. Le 48.403 tonnellate non arrivano da scienziati che hanno contato i tonni nel 2025 e concluso che ce n'erano di più. Escono da una procedura di gestione: una formula concordata nel 2022, che macina gli indici di cattura per unità di sforzo aggiornati al 2024 e sputa fuori un numero in automatico.

Non è di per sé un male, anzi: serve proprio a togliere la quota dalla trattativa politica di ogni anno. Ma significa che nel 2026 nessuno ha rifatto i conti sullo stock per decidere quel numero. Il gruppo scientifico dell'ICCAT dichiara apertamente che al momento non esiste una valutazione dello stock accettata per il tonno rosso atlantico, e che la revisione in corso non serve a produrre una nuova indicazione di quota.

C'è di più, ed è nel preambolo della raccomandazione stessa. Nel 2025 gli scienziati dovevano stabilire se ricorressero «circostanze eccezionali» tali da scavalcare la formula, e non hanno raggiunto un accordo. In mancanza di consenso si è applicato il ramo predefinito. Esisteva un'opzione alternativa, ricalibrata su dati genetici più recenti, che avrebbe dato 45.191 tonnellate invece di 48.403: tremila tonnellate di differenza, decise da quale ramo si imbocca.

Quanta incertezza c'è sotto

L'incertezza attorno alla stima della popolazione

Lo stato dello stock è dichiarato «nessun sovrasfruttamento», e va preso per quello che è, perché intorno a quella frase l'intervallo è largo. La mortalità da pesca relativa è stimata a 0,81, ma con un intervallo di confidenza al 95% che va da 0,48 a 1,62. Sopra 1 si è in sovrasfruttamento: il limite superiore di quell'intervallo ci sta dentro. Vuol dire che il sovrasfruttamento non è la stima migliore, ma nemmeno è escluso.

Il rendimento massimo sostenibile, il famoso MSY, nei documenti è indicato come «sconosciuto»: si lavora con un valore sostitutivo. E la scala assoluta della biomassa non è misurata, è imposta: i modelli partono da due ipotesi alternative, 200 mila e 400 mila tonnellate di biomassa media, ereditate da vecchie valutazioni che l'ICCAT stessa ammette essere «poco informate sulla scala». In pratica qualunque cifra di biomassa che leggi poggia su un'assunzione che può sbagliare di un fattore due.

Nello stesso preambolo compare poi una preoccupazione esplicita per «diversi anni consecutivi di reclutamento basso»: pochi giovani che entrano nella popolazione. È il tipo di segnale che non si vede subito nelle catture, e si presenta anni dopo.

Le critiche

Alle riserve interne si aggiunge una critica scientifica pubblicata su rivista con revisione dei pari: il tipo di modello storicamente usato per il tonno rosso tratta l'Atlantico come un unico stock in un'unica area, mentre le popolazioni orientale e occidentale si mescolano. Secondo quello studio la semplificazione non è neutra: distorce in modo sistematico la percezione di quanto sia grande e produttiva la popolazione.

Niente di tutto questo dice che l'aumento sia sbagliato. Dice un'altra cosa, più scomoda: che poggia su una macchina che gira da sola e su una base di dati con incertezze grandi, non su una nuova conferma che i tonni siano tanti. Le organizzazioni ambientaliste chiedono prudenza per questo, non per principio.

Per te che peschi cambia poco nella pratica, visto che lo 0,42% resta lo 0,42%. Cambia però come racconti la storia al gommone accanto: non «hanno contato i tonni e ce ne sono di più», ma «la formula concordata quattro anni fa ha dato questo numero, e gli scienziati non erano d'accordo su come leggerlo».