C'è una frase che gira in ogni documentario, in ogni post, in ogni chiacchiera da banchina: «lo sai che gli squali si mangiano tra loro già nella pancia della madre?». Detta così è un piccolo horror da raccontare agli amici. Il problema è che, detta così, è vera per una specie sola su oltre cinquecento. Tutte le altre a cui viene appioppata fanno un'altra cosa — imparentata, ma diversa — e chi le mette nello stesso mucchio prende un abbaglio che si tramanda da decenni.
La storia comincia da un morso. Nel 1948 il ricercatore Stewart Springer stava esaminando una femmina di squalo toro catturata: infilò la mano attraverso un taglio nell'ovidotto e uno degli embrioni, ancora dentro la madre, lo azzannò. Aveva i denti già affilati e funzionanti. Da quel morso nacque la scoperta di uno dei comportamenti più estremi del mondo animale. Ma nacque anche una leggenda, che nel passaparola è diventata «un sub morso da un piccolo di squalo»: falso. Non c'era nessun mare, nessuna immersione. C'era un tavolo, un esemplare a terra e una mano nel posto sbagliato.
Uova o fratelli: due cose che tutti confondono

Prima di dire chi fa cosa, serve dividere due parole che la divulgazione tratta come sinonimi e non lo sono. La prima è oofagia: l'embrione, una volta uscito dal suo guscio dentro l'utero, si nutre delle uova non fecondate che la madre continua a produrre per tutta la gravidanza. Mangia uova, insomma. La seconda è adelfofagia, un termine tecnico coniato alla fine degli anni Settanta che alla lettera significa «mangiare il proprio fratello»: qui l'embrione più sviluppato caccia e divora gli altri embrioni vivi, i suoi fratelli e sorelle.
Le due cose sono parenti — l'adelfofagia è di fatto una forma estrema di oofagia, in cui al menù si aggiungono i fratelli — ma non sono la stessa cosa. La FAO, nelle sue definizioni ufficiali, tiene «adelfofagia» e «cannibalismo intrauterino» come sinonimi tra loro, e l'oofagia come categoria a parte più larga. Tenerle separate non è pignoleria da manuale: è la differenza tra «mangiare uova» e «mangiare i propri fratelli». Ed è esattamente il punto che i titoli sbagliano.
Una sola specie lo fa davvero

Ecco la parte che spiazza. L'adelfofagia vera — cacciare e mangiare i fratelli vivi, come comportamento obbligato e attivo — è confermata in una sola specie: lo squalo toro, Carcharias taurus. Non il grande bianco, non lo squalo tigre, non i mostri dei film. Il piccolo, tozzo squalo toro dei documentari sugli acquari, quello con la bocca perennemente aperta e i denti storti.
C'è un secondo nome che spunta nella letteratura, il mako (Isurus oxyrinchus), ma con un asterisco grosso: nel mako il cannibalismo tra fratelli è occasionale, riservato agli embrioni deboli o già morti, non la regola. Normalmente nel mako fino a dieci embrioni crescono fianco a fianco nello stesso utero e arrivano insieme alla nascita. Quindi, a voler essere precisi, lo squalo toro non è «l'unico in assoluto», ma è l'unico che lo fa sistematicamente, per necessità. Tutti gli altri squali imparentati — le volpi di mare del genere Alopias, lo smeriglio Lamna nasus, lo squalo elefante, lo squalo coccodrillo, perfino il grande bianco — fanno solo oofagia: mangiano uova, non fratelli. E il fenomeno non è nemmeno esclusivo di questa famiglia: mangiano uova nel grembo anche pesci lontani come lo squalo nutrice fulvo e il gattopardo falso, che l'hanno «inventato» per conto loro.
Come funziona, passo dopo passo

Il resoconto più dettagliato lo dobbiamo a uno studio del 1983 su una rivista scientifica della pesca americana, che sezionò decine di femmine gravide di squalo toro. La sequenza è questa. All'inizio l'embrione vive del proprio sacco vitellino, come qualsiasi altro pesce. Cresce, e intorno ai cinque-sei centimetri esce dalla sua capsula: è a questo punto che compaiono i denti funzionali. Attenzione però, perché qui casca un altro luogo comune: avere i denti non significa ancora mangiare i fratelli. Passano quasi cinque centimetri di crescita in più prima che cominci la caccia vera.
È intorno ai dieci centimetri che l'embrione più avanti si trasforma in predatore: con le sue file di dentini aguzzi va a cercare e uccide gli altri embrioni nello stesso utero. Non è un modo di dire. In un singolo utero sono stati contati sette embrioni, da due a trentatré centimetri, e quattro dei sette erano dentro la bocca e lo stomaco del più grande. Alla fine, in ciascuno dei due uteri dello squalo, resta un solo superstite. Due uteri, un vincitore per parte: ecco perché lo squalo toro partorisce due piccoli e basta.
Rimasto solo, il superstite non smette di mangiare: passa alle uova non fecondate che la madre continua a fornire, sette-ventitré per capsula, e se ne riempie fino a sviluppare una pancia enorme, il cosiddetto «stomaco a tuorlo». È quella riserva che lo fa nascere gigante — circa un metro, denti già pronti — dopo nove-dodici mesi di gestazione. In pratica non nasce un cucciolo indifeso: nasce un piccolo predatore già rodato, che nella pancia ha fatto la sua prima, lunghissima caccia.
Non vince il più forte, vince il primo

Qui va smontato il pezzo più romanzato della storia: l'idea che sopravviva «il più forte», il gladiatore che stravince il duello tra fratelli. I dati raccontano un'altra cosa. A spuntarla è semplicemente il primo a schiudersi e a raggiungere quella taglia critica di un decimo di metro: parte in anticipo e si mangia gli altri prima che diventino una minaccia. È un vantaggio di tempismo, non di muscoli. La prova più netta è che se questo primo embrione muore, il successivo per dimensione prende il suo posto e continua da dominante, come se niente fosse. Il ruolo di «vincitore» non è una qualità speciale del singolo: è una poltrona che tocca a chi arriva prima, e passa al successivo se si libera.
E il grande bianco? No

Il grande squalo bianco è la vittima preferita di questo malinteso: quante volte hai letto che i piccoli di bianco si sbranano nell'utero? Non è così. Lo studio dedicato alla riproduzione di Carcharodon carcharias lo classifica come oofago — mangia uova — e la parola «cannibalismo tra fratelli» non compare mai. La prova sta nei numeri: le femmine di bianco portano a termine più piccoli insieme. In una cucciolata giapponese se ne sono contati dieci, lunghi tra il metro e mezzo, in un'altra sette. Se ci fosse l'adelfofagia dello squalo toro, ne resterebbe uno per utero. Il fatto che siano in tanti dimostra il contrario.
Stessa sorte per un'altra curiosità che gira spesso storpiata: quella degli embrioni di squalo che «nuotano da un utero all'altro». È vera, ed è bellissima — le ecografie l'hanno documentata per la prima volta pochi anni fa — ma riguarda lo squalo nutrice fulvo, non lo squalo toro, e serve a cercare uova da mangiare, non fratelli da azzannare. Anche qui: il fatto è reale, l'etichetta che gli appiccicano è sbagliata.
Anche i geni ci mettono lo zampino
Nel 2013 un gruppo di ricercatori ha fatto una cosa astuta: ha preso quindici femmine gravide di squalo toro e ha confrontato il DNA dei loro embrioni. Scoperta: nel sessanta per cento dei casi le femmine si erano accoppiate con più maschi, ma alla nascita i superstiti risultavano quasi sempre figli di un padre solo. In pratica, mangiandosi i fratelli, il piccolo vincente elimina anche i figli degli altri maschi. Alcuni maschi si accoppiano e non lasciano comunque discendenza: se la mangia il rivale prima di nascere.
È un risultato affascinante, ma qui serve onestà, perché la divulgazione lo gonfia. Gli autori non hanno dimostrato che il cannibalismo si sia evoluto apposta per fare questo, e nel loro studio la parola «conflitto» tra i sessi non compare: parlano di un possibile vantaggio per la femmina, con tutti i condizionali del caso, e scrivono nero su bianco che servono altre ricerche. Insomma: il cannibalismo ha l'effetto di tagliare fuori dei padri, ma dire che esiste per questo è un passo più lungo della gamba. Un conto è ciò che si osserva, un altro è il perché.
Il prezzo di nascere in due

Tutta questa faccenda ha un rovescio che riguarda da vicino chi va per mare. Nascere in due, o addirittura in uno, significa avere una fecondità bassissima. Le specie che mangiano uova nel grembo fanno in media cinque-sei piccoli a nidiata, contro i quaranta di uno squalo «normale»; e lo squalo toro, di piccoli, ne fa due, spesso una volta ogni due anni. È il classico animale che punta su pochi figli grossi e già pronti anziché su tanti figli piccoli. Una strategia che funziona da milioni di anni — finché non arriva qualcuno a pescarli più in fretta di quanto riescano a rimpiazzarsi.
Ed è esattamente ciò che è successo nel Mediterraneo. Lo squalo toro qui è a un passo dallo sparire: l'ultimo avvistamento certo risale al 2003, e già nel 2001 si stimavano meno di duecento individui. La Lista Rossa mediterranea lo dà «in pericolo critico», la categoria più alta prima dell'estinzione. Non è solo. Nel Mediterraneo il grande bianco, il mako, lo smeriglio e le volpi di mare sono tutti classificati come minacciati, e nel bacino nord-occidentale alcuni di loro sono crollati tra il novantasei e il novantanove per cento rispetto a un tempo. Sulla carta qualche protezione esiste — il divieto europeo di pescare bianco ed elefante, il divieto mediterraneo di commerciare le specie più fragili — ma sul mare l'applicazione è ancora quasi tutta da costruire.
Chi pesca queste storie le conosce bene, anche se non le chiama con i nomi scientifici. Se ti interessa il rovescio della paura verso questi animali, abbiamo raccontato altrove chi rischia davvero tra noi e gli squali. E se ti capita di incrociarne uno, vale la pena sapere cosa dice il regolamento e perché certe aree marine protette esistono proprio per dare respiro a specie che si riproducono così a rilento. Un pesce che mette al mondo due figli alla volta non perdona gli errori: né i suoi, né i nostri.



