A fine marzo la battigia si tinge di blu. Non sono alghe e non è plastica: sono dischetti ovali grandi come una moneta, con sopra una crestina trasparente montata di sbieco, come una vela issata storta. Ne arrivano migliaia in una notte, restano un paio di giorni, cominciano a puzzare e spariscono.

La domanda che quasi nessuno si fa non è perché si spiaggino, ma perché a spiaggiarsi siano quasi sempre quelle con la vela inclinata dalla stessa parte. La risposta sta tutta in quella storta apparente.

Non è una medusa: è un condominio

Sezione di una colonia di velella vista da sotto: il galleggiante ovale in superficie, il grande polipo centrale e la corona di polipi più piccoli

La Velella velella — in italiano barchetta di San Pietro — non è una medusa. Le meduse vere appartengono a un'altra classe; lei è un idrozoo, e gli idrozoi hanno la particolarità di formare colonie: quello che sembra un individuo è in realtà un gruppo di corpi geneticamente identici, nati dallo stesso embrione, ognuno con un mestiere diverso.

Uno studio del 2024 su esemplari raccolti nel Golfo di Genova nell'aprile 2023 ne descrive l'organizzazione. Sotto al galleggiante ovale c'è un grande polipo centrale che si occupa di mangiare; intorno, centinaia di polipi più piccoli che mangiano e si riproducono; sul bordo esterno, un anello di polipi armati che contengono la maggior parte delle cellule urticanti — circa trecentomila capsule in un animale solo.

Il galleggiante e la vela sono di chitina, la stessa sostanza del carapace dei gamberi. È il motivo per cui, quando le parti molli si sono decomposte, sulla sabbia resta una scaglia rigida e trasparente che sembra cellophane: quella è la vela. Se ti interessa un altro idrozoo che manda in pezzi l'idea comune di "medusa", c'è la storia della medusa immortale.

La vela è montata storta, e non è un difetto

Due velelle viste dall'alto, una con la vela inclinata a sinistra e una a destra, come due forme speculari

Guardata dall'alto, la vela non attraversa il disco per il lungo: lo taglia in diagonale. E la diagonale può andare in due sensi, come una scarpa destra e una sinistra. Sono due forme speculari dello stesso animale.

Un secolo fa qualcuno ipotizzò che fossero due specie separate; poi si fece strada un'idea diversa, e cioè che quella diagonale servisse a smistarle. Con i venti dominanti, una delle due forme verrebbe spinta verso le coste dell'emisfero nord e l'altra verso il centro degli oceani, con lo schema rovesciato sotto l'equatore. Nel novembre 2025 sono arrivate le prime prove sistematiche: migliaia di segnalazioni fotografiche raccolte dai cittadini e classificate a mano, un transetto attraverso il grande vortice del Pacifico settentrionale, analisi genetiche e modelli di circolazione. I conti tornano. A riva nell'emisfero nord arriva soprattutto una forma, nell'emisfero sud soprattutto l'altra; nel cuore del vortice si trovano quasi soltanto quelle "da largo", mentre quelle "da costa" compaiono sul bordo. E al largo del Portogallo le proporzioni cambiano da un episodio all'altro seguendo il vento di quei giorni: venti da nord-ovest, e ne arrivano 116 di un tipo contro 4 dell'altro.

Lo stesso lavoro smonta l'ipotesi delle due specie: nell'Atlantico nord-occidentale le due forme non mostrano alcuna separazione genetica, sono la stessa popolazione. Va detto per intero, però, che quel lavoro è ancora un preprint — non è passato dalla revisione tra pari — e che fra i campioni analizzati non ce n'è nemmeno uno mediterraneo.

Sul nostro mare, invece, il dato c'è ed è di prima mano: fra le velelle spiaggiate in Liguria nel 2016, tutte le colonie esaminate avevano la vela orientata allo stesso modo. Gli autori ne traggono la conclusione più elegante di tutta questa storia: forse è proprio quella simmetria a portarle a riva, mentre le sorelle speculari restano al largo e non le vediamo mai.

Un'ultima cosa, per togliere di mezzo l'immagine della barchetta che bordeggia: la velella non risale il vento. L'unica misura aerodinamica mai fatta sulla sua vela — in una galleria del vento costruita sopra una vasca, nel 1991 — mostra che quella cresta lavora quasi tutta per resistenza, e che gli animali lasciati liberi si assestavano da soli con il disco quasi di traverso al flusso. La selezione naturale, scrive l'autore, ha preferito la stabilità e la tenuta di mare alla prestazione di bolina. Va sottovento, ma di sbieco: ed è tutta lì la base dello smistamento.

È il vento che le porta, non la corrente

Uno sciame di velelle spinto dal vento verso la costa, tutte inclinate nello stesso senso, mentre una piccola barca da pesca lo attraversa

La velella vive nel neuston, la pellicola sottile fra aria e acqua, e ha la vela letteralmente fuori dal mare. Non nuota: la spinge il vento, mentre le correnti profonde su di lei contano poco. Per questo una striscia blu sulla battigia è il resoconto di che vento ha soffiato al largo nei giorni prima, e non un fatto che nasce sotto costa. In Liguria il conto è preciso: tutti gli spiaggiamenti misurati nel 2016 sono arrivati con venti persistenti dai quadranti meridionali, con raffiche fino a 19 metri al secondo, cioè quasi quaranta nodi. Su come il vento riorganizza l'acqua vicino a riva abbiamo scritto una guida a parte.

I numeri italiani vengono da un lungo censimento partecipato: fra il 2009 e il marzo 2016, lungo 8.500 km di coste, sono state raccolte oltre 19.000 segnalazioni di organismi gelatinosi e circa 7.000 episodi di fioritura su 27 specie diverse. La velella pesa il 6% delle fioriture delle specie nostrane, quinta dopo Pelagia noctiluca (30%), Rhizostoma pulmo (28%), Cotylorhiza tuberculata (12%) e Carybdea marsupialis (8%). Le segnalazioni si concentrano nettamente sul versante occidentale — Mar Ligure e Tirreno, anche quello meridionale — con i picchi fra aprile e giugno. Non è un fenomeno moderno: la prima descrizione mediterranea è del 1599, in un libro di storia naturale napoletano.

La primavera del 2016 è stata la prima misurata sul serio, contando e pesando gli animali lungo il litorale ligure. A Santa Margherita, a metà aprile, sono state contate 114.559 colonie per metro quadrato — bande parallele alla riva spesse fino a dieci centimetri, quasi quattro chili di animali per ogni metro quadrato di spiaggia. Su scala di costa fanno circa 250 chili di peso secco per chilometro. Escluse le foglie morte di posidonia, è la più importante deposizione di materia organica delle spiagge liguri, ed è quasi tutta chitina. Che fine faccia poi — chi la mangia, quanto ci mette a sparire, se torna in mare con la prima mareggiata — non l'ha ancora misurato nessuno: gli autori stessi chiudono il lavoro dicendo che quel pezzo resta inesplorato.

Pungono? No. Ma non perché siano disarmate

Dettaglio del bordo di una velella con i polipi armati che catturano minuscole prede di plancton

Su questo l'autorità ambientale ligure è netta: la velella possiede cnidocisti, cioè organi urticanti, ma non è urticante. È la stessa conclusione della letteratura scientifica, che la definisce non dannosa per l'uomo e aggiunge che il contatto non produce effetti clinicamente rilevanti. C'è anche un argomento più silenzioso ma altrettanto eloquente: nella letteratura medica indicizzata non esiste un solo caso descritto di dermatite o di lesione oculare da velella, e una revisione europea che ha passato in rassegna 41 specie urticanti non la nomina mai.

La parte interessante è che non si tratta di un animale disarmato. L'analisi del contenuto delle sue capsule urticanti, pubblicata nel 2024, ha identificato 783 proteine diverse nell'estratto grezzo — componenti strutturali, enzimi e potenziali tossine — con una composizione qualitativamente simile a quella di cnidari molto più pericolosi, la caravella portoghese compresa: proteasi, fosfolipasi, ialuronidasi, chitinasi. In laboratorio l'estratto grezzo è tossico per le cellule coltivate ad alte dosi, mentre a dosi basse ne stimola la moltiplicazione.

Il veleno, insomma, c'è. Quello che manca è la dose: è un arsenale tarato su prede grandi come un granello di plancton, e alla scala della nostra pelle non arriva a fare nulla. Va detto che il conto esatto delle sue armi lo ha fatto un solo studio, e che il numero di tipi di capsule non predice la forza dell'urticazione — la medusa quadrifoglio ne ha più tipi e punge appena. Vale comunque la regola che si usa con qualunque cnidario: dopo averle maneggiate sciacqua le mani e non portarle agli occhi, e tieni d'occhio i bambini che le raccolgono a manciate e poi si stropicciano la faccia.

Come si fabbrica una velella

Il ciclo di vita: la colonia in superficie, le meduse minuscole che scendono in profondità e la larva che risale costruendo la vela

Il disco blu che trovi sulla sabbia è solo metà della storia. Le colonie che superano i due centimetri producono per gemmazione migliaia di meduse minuscole, alte e larghe circa un millimetro, che si staccano e affondano. Secondo il racconto classico scendono fra i 600 e i 1000 metri e si riproducono laggiù. Vale la pena sapere da dove viene quel racconto: da un lavoro del 1904, e in oltre un secolo nessuno è mai andato a guardare. Da lì nasce una larva a forma di sfera cava con un cono rosso dentro, che poi si trasforma, risale, e quando arriva a due millimetri è già una colonia con la sua vela.

La conferma indiretta più bella è dell'aprile 2024, nel Mar Ligure. Un gruppo di ricerca ha individuato uno sciame a nove miglia e mezzo dalla costa, sopra mille metri d'acqua, e invece di raccoglierlo lo ha fotografato da sotto: un apneista sotto il pelo dell'acqua, la macchina puntata verso l'alto. Sono venute fuori 23.815 colonie per metro quadrato, con taglie da meno di un millimetro a quattro centimetri e mezzo. La cosa interessante però è la composizione: quasi il 60% erano larve appena arrivate in superficie, e solo l'8% colonie abbastanza grandi da riprodursi. Uno sciame così non è una massa che invecchia insieme andando alla deriva: è un posto dove qualcuno continua a salire dal basso. L'ipotesi degli autori è che stazioni per mesi sopra i canyon sottomarini liguri, che funzionerebbero da vivaio.

C'è poi un dettaglio che spiega come faccia questa roba a campare in acque povere: come i polipi adulti, le meduse portano dentro alghe simbionti. Sono organismi che si tirano dietro la propria centrale elettrica.

Per anni collegare le due fasi è stato un problema pratico: bisognava allevare l'animale da una forma all'altra, cosa che con organismi così fragili riesce raramente. Il codice a barre genetico ha aggirato l'ostacolo — si sequenzia un frammento di DNA e si verifica che medusa e colonia siano la stessa specie, senza doverle far crescere in vasca.

Chi se le mangia (e chi non se le mangia quanto si crede)

Una chiocciola viola appesa alla sua zattera di bolle morde il bordo di una velella, mentre più sotto un drago blu risale verso la stessa colonia

I predatori delle velelle sono anche loro galleggianti, e sono creature bizzarre. Le chiocciole del genere Janthina vivono a testa in giù appese a una zattera di bolle che si fabbricano da sole, e vanno alla deriva come le loro prede. Le osservazioni in Atlantico mostrano che Janthina janthina, da grande, attacca spesso dal bordo del disco e mangia anche la caravella portoghese, mentre Janthina pallida preda soltanto velelle. Quanto sia stretto quel legame lo dicono le spiagge liguri del 2016: insieme alle velelle sono state contate oltre cinquecento conchiglie di Janthina pallida per metro quadrato, in media più di quattro giovani per ogni colonia arrivata a riva.

Poi c'è il drago blu, Glaucus atlanticus, un mollusco senza guscio che galleggia a pancia in su e attacca risalendo da sotto la preda, per prenderla dalla parte molle. E c'è un ladro: il nudibranco Fiona pinnata mangia la velella e si tiene le capsule urticanti intatte dentro le proprie appendici, riciclandole per difendersi. È stato dimostrato per la prima volta proprio su quegli spiaggiamenti liguri, ritrovando nel corpo del nudibranco le capsule della velella ancora cariche.

Sul pesce luna, invece, va corretta una convinzione diffusa. È tra i predatori delle velelle, ma l'idea che viva di meduse non regge: leggendo il DNA del contenuto digestivo di 57 esemplari dell'Atlantico nord-orientale sono state riconosciute 41 prede diverse, e i cnidari erano appena il 16%. Il resto erano crostacei e pesci. Il pesce luna è un predatore generalista — con un'avvertenza degli autori stessi: nel campione non c'erano adulti, e i pesci più grandi mangiavano più cnidari dei piccoli.

Ogni tanto si legge che gli spiaggiamenti aumentano perché sono calate le tartarughe, che di velelle ne mangiano. È un'ipotesi che non ha nessuno studio alle spalle: nessuno l'ha mai testata, e nella letteratura che si occupa dell'aumento degli spiaggiamenti non compare nemmeno fra i candidati.

«Se ci sono le velelle il mare è pulito»: purtroppo no

Una velella in superficie circondata da minuscole fibre e frammenti di plastica che galleggiano insieme a lei

È la frase che gira ogni primavera insieme alle foto delle spiagge blu, e non regge. Nel Santuario Pelagos, l'area protetta del Mediterraneo nord-occidentale, sono state raccolte 460 velelle in 27 stazioni e analizzate una per una: oltre 200 microplastiche isolate, trovate nel 93% delle stazioni, con una media di 0,6 particelle per individuo. L'81% erano fibre e filamenti di poliestere — la roba che i vestiti rilasciano in lavatrice — il resto frammenti di poliammide, poliolefine e polistirene.

Nello stesso lavoro sono stati misurati anche gli ftalati, gli additivi che rendono morbide le plastiche: 313 nanogrammi per grammo di peso fresco in media, e il 95% del totale era fatto da tre composti che la normativa europea classifica come tossici per la riproduzione.

Ma l'argomento che ribalta davvero il luogo comune viene dal Pacifico. Nel grande accumulo di rifiuti galleggianti del Pacifico settentrionale, la vita di superficie è più densa dentro l'accumulo che ai suoi bordi, e per la velella il legame con la quantità di plastica è addirittura positivo: più plastica, più velelle. Non perché la plastica faccia bene, ma perché sono le stesse correnti convergenti a radunare entrambe. La velella non certifica l'acqua pulita: sta esattamente dove finisce quello che galleggia, ed è per questo che viene proposta come sentinella della plastica in mare aperto. Sul quadro italiano c'è questo articolo.

Stanno aumentando? La risposta è più interessante di un sì

Una lunga battigia coperta da uno strato di velelle spiaggiate che si perde verso l'orizzonte

Da qualche anno si legge che le velelle aumentano per colpa del mare più caldo. È una frase comoda, e i dati raccontano qualcosa di più complicato.

Sulla costa occidentale degli Stati Uniti esistono dieci serie di dati diverse, dalle larve agli adulti, che coprono grosso modo dal 1900 al 2025: dal 2014 il numero di spiaggiamenti e di avvistamenti in mare non ha precedenti. Ma quando si va a cercare la causa, le associazioni facili saltano: nessuna relazione chiara con i fronti in superficie, nessun legame coerente con El Niño. Restano tre ipotesi, che possono valere anche tutte insieme — la popolazione è cresciuta, le chiazze in superficie sono più estese, oppure il vento le porta a riva più efficacemente — e gli autori ammettono di non saperle distinguere.

Per il Mediterraneo la serie storica adesso c'è, ed è arrivata da poco: mette in fila le segnalazioni dal 1841 a oggi. Non dice quello che ci si aspetterebbe. Non trova che le velelle siano di più: trova che arrivano prima. Fra il 2009 e il 2024 il picco delle fioriture si è spostato indietro di circa un mese, e il conto torna con gli inverni più caldi — all'incirca un mese di anticipo per ogni grado in più di temperatura del mare in inverno. Con un'avvertenza che gli autori mettono nero su bianco: il margine di incertezza comprende lo zero, quindi è un indizio serio, non una prova schiacciante.

E l'impennata di segnalazioni degli ultimi quindici anni? Gli stessi autori la attribuiscono al fatto che oggi le velelle le fotografano tutti, non a un aumento degli animali: fra il 1950 e il 1989 le segnalazioni sono quasi assenti, e non perché il mare fosse vuoto. È il genere di trappola in cui è facile cadere quando si guardano i conteggi senza chiedersi chi contava. Se il mare si scalda, la differenza per ora sembra essere nel calendario, non nel numero — un po' come i cambiamenti che invece sono ben documentati, tipo l'arrivo di specie tropicali.

Resta il fatto che le velelle sono uno dei pochi animali che il mare consegna in mano a chiunque passi sulla battigia, senza attrezzatura e senza fatica. Vale la pena guardarne una da vicino prima che il sole faccia il suo lavoro: girala e guarda da che parte pende la vela. Poi girane un'altra, e un'altra ancora. Se sei sul Tirreno, penderanno tutte dalla stessa parte — ed è esattamente il motivo per cui sono finite lì, ai tuoi piedi, invece di restare al largo come le loro sorelle speculari.