Il Mediterraneo è l'1% dell'acqua marina del pianeta e ne contiene il 7% di tutte le microplastiche. Fai il conto: è sette volte più sporco di quanto gli spetterebbe.
Non è sfortuna, è geografia. Questo è un mare quasi chiuso, con un solo rubinetto stretto — lo stretto di Gibilterra — per svuotarsi. Tutto ciò che ci finisce dentro fa fatica a uscirne, e resta a girare. È una vasca da bagno con lo scarico intasato, e noi continuiamo a versarci dentro bottiglie.
Una vasca senza scarico

Le microplastiche sono i frammenti sotto i cinque millimetri in cui si sbriciola tutto quello che buttiamo: bottiglie, imballaggi, ma anche il lavaggio dei vestiti sintetici, che a ogni ciclo rilascia migliaia di microfibre invisibili. Il Mediterraneo ne ha accumulate così tante che il CNR-ISMAR ha misurato concentrazioni paragonabili a quelle dei grandi vortici di plastica del Pacifico (nota stampa CNR). Detto altrimenti: quella "isola di plastica" oceanica che immagini lontanissima, in versione microscopica ce l'hai davanti al lido.
La cosa che rende le microplastiche subdole è che nessuno le vede. L'acqua sembra pulita, il pesce sembra sano. Il problema è delle dimensioni di un granello di sabbia, e sta già dentro la catena alimentare.
Dal mare al piatto

Qui entrano i numeri veri, quelli misurati contando i frammenti dentro i pesci. Una ricerca del CNR-IAS di Genova con l'Università Politecnica delle Marche e Greenpeace ha analizzato oltre 300 organismi di specie che finiscono sulle nostre tavole (cozze, gamberi, scorfani, acciughe, sgombri) e ha trovato microplastiche nel 35% di loro, in peggioramento rispetto al 30% del 2017 (ricerca CNR-IAS/UNIVPM/Greenpeace). Il polimero più comune era il polietilene, quello di sacchetti e imballaggi usa e getta.
Non è uniforme. Nelle isole dell'Arcipelago Toscano, tra Giglio, Elba e Capraia, la frequenza saliva fino al 75% degli organismi. E nel Mediterraneo occidentale uno studio dell'Istituto di Scienze Marine di Barcellona ha trovato microplastiche nell'intestino del 58% delle sardine e del 60% delle acciughe. Quelle che friggi intere, con tutto dentro.
Ecco il punto pratico, ed è una buona notizia a metà. Nei pesci di taglia le plastiche si concentrano soprattutto nel tratto digestivo, che tu evisceri e butti: una spigola pulita bene è molto meno esposta. Il rischio si sposta su ciò che si mangia intero: le acciughe, i bianchetti dove sono consentiti, e i molluschi bivalvi come cozze e vongole, che filtrano l'acqua per vivere e trattengono quello che ci galleggia.
La sentinella sei tu

Chi pesca ha un potere che il consumatore da supermercato non ha: è sul posto, e vede. La prima cosa è non aggiungere plastica alla plastica. Il monofilo disperso e i pezzi di lenza abbandonati sono tra i rifiuti marini più insidiosi, perché ci mettono secoli a degradarsi e intanto strangolano ciò che ci passa. Riportarli a terra è il minimo sindacale.
Poi c'è il di più: recuperare un sacchetto che galleggia mentre sei in barca, non svuotare mai nulla fuori bordo, segnalare gli accumuli alla Capitaneria. E a casa, dove la battaglia si vince davvero: meno monouso, e un sacchetto filtrante per i sintetici in lavatrice, che trattiene le microfibre prima che finiscano nello scarico e da lì, indovina un po', in mare.
Il mare non fa distinzioni: ti ridà esattamente quello che gli hai dato. Se gli dai plastica, te la ritrovi nel piatto.


