È la domanda che gira nei forum di pesca italiani da quindici anni, e ogni volta riparte da zero come se nessuno l’avesse mai fatta prima: serve la licenza per pescare in mare? La risposta breve è no. La licenza di pesca in mare, in Italia, non esiste. Non c’è un documento che si chiama così, non c’è uno sportello che te lo rilascia, non c’è una tassa da pagare.
La risposta lunga è che qualcosa ti serve lo stesso, è gratis, si fa in cinque minuti dal divano, e senza quella un controllo può costarti la giornata. Chi si ferma alla prima riga — “in mare è libera” — è esattamente quello che al primo controllo deve tirare su le canne e andare a casa.
La parola è sbagliata, e non è pignoleria

La norma che regola la faccenda è il decreto ministeriale del 6 dicembre 2010. Puoi leggerlo tutto, dalla prima riga all’ultima: la parola “licenza” non compare mai. Nemmeno una volta.
Quello che il decreto istituisce è una comunicazione. Tu comunichi che pescherai in mare, il Ministero prende nota, e ti restituisce un attestato dell’invio. Quell’attestato — che le autorità chiamano tesserino — è il pezzo di carta che ti serve avere. Ma è la ricevuta di una comunicazione, non il permesso di un’autorità.
Sembra una distinzione da azzeccagarbugli e invece cambia la sostanza. Una licenza si chiede, e chi te la deve dare può dirti di no. Una comunicazione si fa, e basta: nessuno la valuta, nessuno la respinge. Il decreto lo dice apertamente già nel titolo — “rilevazione della consistenza della pesca sportiva e ricreativa in mare”. Lo scopo è contarvi, non autorizzarvi. All’Italia serviva sapere quanti pescatori sportivi ha davvero, perché glielo chiedeva una norma europea, e il modo che ha scelto per saperlo è chiederlo a voi.
La licenza, quella vera, esiste eccome — ma vive altrove. Vive in acqua dolce, dove la rilascia la Regione e si paga. E vive nella pesca professionale, dove è il titolo dell’armatore, con la sua bella tassa di concessione. In mare, con la canna in mano e il secchio ai piedi, quella parola non ti riguarda.
Gratis, cinque minuti, e dura un anno solo

La procedura oggi è una sola: area riservata sul sito del Ministero, accesso con SPID, CIE o CNS, e il tesserino esce subito. Non costa nulla, né il rilascio né il rinnovo: nessun bollo, nessun canone, nessuna marca da attaccare da nessuna parte.
Occhio ai consigli vecchi, però. Il decreto del 2010 prevedeva anche la Capitaneria di Porto e le associazioni di settore come sportelli alternativi, e c’è ancora chi ti manda lì in buona fede. Oggi non è più così: il canale è digitale e basta.
E qui arriviamo al punto che manda in cortocircuito mezzo internet: quanto dura. Se cerchi la risposta trovi gente sicurissima che dice tre anni e gente altrettanto sicura che dice uno, e si accapigliano da anni. Il fatto curioso è che hanno ragione tutti e due — ma in tempi diversi.
Il decreto del 2010, all’articolo 1, dice ancora oggi testualmente che la comunicazione ha validità triennale. Quella riga non è mai stata riscritta: è lì, la puoi leggere, e chi la cita non se la sta inventando. Solo che è stata superata dai fatti. C’è stata una lunga parentesi — gli anni del Covid — in cui la validità venne prorogata in blocco fino alla fine del 2022, e in molti si abituarono all’idea di non doverci pensare per un pezzo. Poi è arrivato il decreto direttoriale del 12 gennaio 2023, e ha ricondotto tutto alla cadenza annuale.
Ecco perché sui forum non se ne esce: chi legge il decreto istitutivo trova “triennale” ed è convinto di avere in mano la prova, ma sta leggendo una riga che la prassi ha scavalcato. La regola operativa, quella che conta quando ti fermano, è una sola: ogni anno. Mettilo nel calendario e chiudi la questione.
Un’ultima cosa sui ragazzi, perché se li porti a pescare la domanda arriva. Dai 16 anni in su il tesserino se lo fanno da soli, con le proprie credenziali digitali. Sotto i 16 non serve, ma devono pescare accompagnati da un maggiorenne che il tesserino ce l’ha, e valido.
Quando ti fermano

A controllare sono le Capitanerie di Porto. Quello che devono vedere è l’attestazione dell’invio della comunicazione: non serve incorniciarla, basta averla addosso, anche sul telefono.
Se non ce l’hai, il copione è già scritto nella norma: devi sospendere l’attività di pesca. Non “prometti di farlo”, non “la mando stasera da casa”: si smette lì. Da quel momento hai dieci giorni per fare la comunicazione, oppure per portare a chi ti ha controllato l’attestazione di quella che avevi già fatto e non avevi con te. Dieci giorni sono una finestra larga: è la parte ragionevole della norma, ed è pensata esattamente per il tipo che ce l’ha ma l’ha lasciata nell’altra giacca.
Sul “quanto mi costa” conviene invece essere precisi, perché in giro si leggono cifre secche dette con grande sicurezza. Il decreto del 2010 non fissa nessun importo per chi non ha comunicato: si limita a dire che in materia di controlli e sanzioni si applicano le disposizioni vigenti, e rimanda al quadro generale della pesca marittima. Tradotto: le cifre tonde che trovi nei commenti non nascono da questa norma, e chi te le dà come certe sta arrotondando. Il rischio concreto, per te, non è una multa da manuale: è la giornata. Tiri su tutto e vai a casa — e quella, se sei uscito alle quattro del mattino, brucia più di una contravvenzione.
Discorso diverso per il pescato: lì le tabelle esistono, sono precise e non perdonano. Le abbiamo messe in fila nell’articolo su multe e sanzioni della pesca in mare.
Dal 7 maggio 2026 c’è un pezzo in più

Questa è la parte che quasi nessuno ha ancora aggiornato, ed è quella che ti riguarda di più se il tuo mare lo fai in apnea o dalla barca.
Dal 7 maggio 2026, chi ha più di 16 anni e pesca in subacquea oppure da un’unità da diporto deve registrarsi anche a RecFishing, l’applicazione europea per la pesca ricreativa. Chi pesca esclusivamente da terra è escluso: se la tua pesca è il surfcasting dalla spiaggia o il lancio dagli scogli, questa parte non ti tocca e puoi saltarla.
Il dettaglio che frega è un altro. Il codice che l’app ti restituisce va inserito nella tua area riservata, e senza quel codice il tesserino non ti viene rilasciato né rinnovato. Non è un adempimento parallelo che puoi rimandare a quando hai tempo: è incastrato dentro il rinnovo. Se a gennaio provi a rinnovare e ti sei dimenticato dell’app, ti fermi lì.
C’è poi un obbligo nuovo di dichiarare catture e rilasci per quattro specie: tonno rosso, pesce spada, lampuga e alalunga. Vale anche per i rilasci, non solo per quello che porti a casa.
Una cosa da mettere in chiaro, perché è già fonte di equivoci: RecFishing si aggiunge, non sostituisce. La comunicazione del 2010 resta esattamente dov’era. Per il subacqueo e per chi esce in barca, da oggi i pezzi sono due.
Per l’apnea, per inciso, un brevetto non ti serve: il patentino per il fucile non esiste, nessuno ti chiederà un attestato prima di scendere. Ma le regole operative — la boa segnalata, il divieto dal tramonto al sorgere del sole, le distanze dai bagnanti — sono un capitolo a sé, e sono lì che si prendono le multe vere.
In acqua dolce la licenza esiste davvero

Se dal mare ti sposti in un fiume o in un lago cambia tutto, e cambia proprio la natura della cosa: lì la licenza c’è, si chiama licenza, e si paga. La rilascia la Regione, non il Ministero, ed è per questo che il prezzo balla da un confine all’altro: sui 22 euro in Emilia-Romagna, 34 in Veneto, 35 in Piemonte, 40 in Campania. Le esenzioni ci sono — i più piccoli, chi ha un’invalidità riconosciuta — e anche quelle cambiano da regione a regione.
E i due mondi non si parlano. Il tesserino del mare non ti fa pescare in un lago; la licenza regionale non ti fa pescare in mare. Se fai tutte e due le cose — la trota nel torrente d’estate e il surfcasting d’inverno — ti servono tutti e due i documenti, punto. È l’errore che frega più spesso chi si sposta, e chi arriva dalla pesca in acqua dolce convinto che il mare sia una sottospecie della stessa cosa.
Il riassunto da tenere in tasca
In mare la licenza non esiste, ma una comunicazione gratuita da confermare ogni anno sì. Da riva finisce lì. In apnea o in barca, dal maggio 2026, ci si aggiunge la registrazione a RecFishing e la dichiarazione per quattro specie. In acqua dolce si ricomincia da capo, con la Regione e col portafogli.
Cinque minuti col telefono in mano, una volta all’anno. È meno del tempo che ci metti a sbrogliare una matassa di filo — e stavolta almeno sai perché lo stai facendo.



