Il mare non si sporca mentre lo guardi. Si è sporcato tre giorni fa, e tu te ne accorgi solo adesso, con la maschera già sul viso.

Il gesto lo conosci a memoria: apri il bollettino la sera prima, vedi mare uno e punti la sveglia. All'alba entri, e trovi il latte. Non hai sbagliato niente: hai sbagliato la domanda, e il bollettino ti dice l'onda di domani, non la memoria del mare. E la visibilità sta tutta lì, in quello che è successo nei sette giorni prima. La domanda vera di chi scende in apnea non è «che tempo fa», è «ci si vede». E a quella nessun bollettino risponde.

L'acqua ha una memoria

L'acqua ha una memoria

Sotto i trentacinque centimetri d'onda il fondo sottocosta se ne sta fermo, e l'acqua resta com'è. Superata quella soglia l'onda comincia a rimestare il sedimento, e non in modo proporzionato: raddoppi l'altezza dell'onda e il torbido più che raddoppia. Ma quello che conta non è l'onda di stamattina, è quella degli ultimi sette giorni, tutta insieme.

Qui sta il cuore della faccenda, ed è una cosa ingiusta. L'acqua si sporca in fretta e si pulisce con comodo: quando il mare monta ci mette sì e no quattro ore a raggiungere il massimo di torbido, ma per dimezzare quella nuvola, quando cala, servono dalle ventiquattro alle cinquantadue ore. Ecco perché il giorno giusto per scendere non è il primo di calma. È il terzo, e va contato da quando il mare finisce, non da quando la vedi tu dalla finestra.

Il riquadro qui sotto fa questo conto al posto tuo: scegli il tuo tratto di costa e ti dà la visibilità dei prossimi sette giorni, con dentro la memoria dell'onda già passata. Ti basta sapere se il terzo giorno è arrivato.

Il programma

Quanto ci si vede sott'acqua, e quando torna limpido

Scegli il tratto di costa. Il conto parte dall'onda degli ultimi sette giorni, non da quella di oggi: il mare si sporca in un pomeriggio e ci mette giorni a rifarsi.

Carico onda e pioggia degli ultimi giorni…

Stima, non misura. Nasce dall'altezza d'onda, dal vento e dalla pioggia delle ultime 168 ore incrociati col carattere di quel tratto di costa; non vede le fioriture di alghe fuori stagione, le torbide improvvise né la nuvola di sabbia che ti alzi da solo entrando in tana. Sui numeri bassi ci prende meglio che su quelli alti: sapere che domani non si vede è più affidabile che sapere quanto si vedrà.

Stessa botta, coste diverse

Stessa botta, coste diverse

Prendi la stessa mareggiata, due metri e mezzo per un giorno e poi calma piatta, e falla capitare in due posti diversi. Ad Ancona parti da sessanta centimetri di visibilità e il giorno dopo sei già a due metri e trenta; dopo quattro giorni tocchi i sette metri, dopo una settimana i dieci. A Olbia la stessa botta, dopo quattro giorni, è quasi passata: sei già all'86 per cento di quello che quel mare sa dare.

Perché la costa è diversa. Dove il fondale scende, la corrente lava e l'acqua non sta ferma, come sullo Stretto o in Gallura, il torbido si dimezza in ventiquattro, ventisei ore. Dove è basso e fangoso e l'acqua resta lì a impigrirsi, come nell'alto Adriatico, ce ne mette quarantotto, anche cinquantadue: il fango, una volta sollevato, ci mette il doppio della sabbia a rimettersi giù. Così la regola del terzo giorno, in Gallura, diventa il secondo.

La pioggia sporca peggio dell'onda

La pioggia sporca peggio dell'onda

Ti dico la trappola che frega più gente. Mare piatto da giorni, previsione perfetta, e non ci vedi lo stesso. Ha piovuto.

Quaranta millimetri d'acqua in dodici ore, col mare liscio come un tavolo, sporcano più a lungo di una mareggiata vera: dopo due giorni sei ancora a un metro e mezzo, dopo quattro a quattro metri, numeri da mareggiata ma senza l'onda. Perché il fiume continua a scaricare anche quando ha smesso di piovere, così il suo torbido ci mette quasi il doppio a sparire di quello sollevato dall'onda.

C'è poi il vento, e non solo per l'onda che tira su. Il vento di terra spinge al largo l'acqua sporca e richiama quella pulita da fuori; il vento di mare fa il contrario, te la impila sotto costa. A parità di onda sposta la stima fino al ventotto per cento. Una tramontana dopo la mareggiata è la tua migliore amica; un libeccio che insiste ti tiene il latte sotto casa per giorni.

Mare calmo non vuol dire acqua limpida

Mare calmo non vuol dire acqua limpida

C'è una cosa che né l'onda né la pioggia spiegano, ed è quella che frega di più: il mese. L'acqua verde di primavera non te la porta nessuna mareggiata, è la fioritura, il plancton che esplode quando l'acqua si scalda. La prima volta che mi è successo non ci credevo: mare uno da una settimana, e sotto tre metri di verde. Nell'alto Adriatico il tetto della limpidezza ad aprile è la metà di quello di ottobre, e non c'è calma che tenga; lo stesso posto d'estate te ne dà il doppio.

In bonaccia: Venezia va dai tre metri di aprile ai sei di ottobre, Ancona d'estate arriva sugli undici, Olbia da giugno a settembre tiene il tetto inchiodato sui venticinque. È per questo che «mare calmo» e «acqua limpida» non sono la stessa frase.

E adesso l'onestà: quella nel riquadro è una stima, non una misura. Sulle fioriture fuori stagione ci prende poco, sulle torbide improvvise nemmeno, e la nuvola che ti alzi da solo strisciando in tana non la vede. Però funziona molto meglio in negativo: sapere che domani NON si vede è più affidabile che sapere quanti metri vedrai, e ti risparmia la levataccia inutile.

Per questo, sotto la stima, c'è una manopola. Chi batte lo stesso tratto da anni sa cose che nessun modello può sapere: la sorgente d'acqua dolce sotto riva, il punto dove la corrente gira, il ripascimento che ha rifatto il fondale. Quel cursore alza o abbassa la stima per la tua zona e resta salvato per la volta dopo. Il modello ti dà lo scheletro, la carne ce la metti tu.

Il mare non si sporca mentre lo guardi. Ma adesso, almeno, sai quando ti perdona.