Due mareggiate identiche, stessa altezza d'onda, stesso vento. Una lascia l'acqua sporca per due giorni, l'altra per otto. Non è sfortuna e non è il caso: è il fondale che ha una memoria, e la sua durata cambia da un porto all'altro in modo abbastanza netto da poterla mettere in un numero.

Quando abbiamo messo mano al calcolo della torbidità per le previsioni di pescabilità, la cosa che ha sorpreso di più è emersa subito dalla taratura: il peso della mareggiata di ieri è più alto di quello dell'onda di oggi. Il mare che vedi conta meno del mare che c'è stato.

Il coefficiente che pesa di più guarda indietro

Illustrazione papercut di particelle di sedimento sospese che scendono lentamente verso un fondale sabbioso, in acqua ferma

La stima combina cinque ingredienti, ognuno col suo peso: l'onda di oggi vale 0,5, la memoria della mareggiata recente vale 0,8, la pioggia 0,6, la corrente meno 0,45 perché pulisce, e il vento 0,3 ma solo sottocosta.

Zero virgola otto contro zero virgola cinque. Il termine che guarda al passato pesa il sessanta per cento in più di quello che descrive la giornata in corso. È controintuitivo solo finché non pensi a cosa sta succedendo davvero sott'acqua: l'onda di oggi solleva il sedimento adesso, ma la mareggiata di tre giorni fa ne ha messo in sospensione una quantità enorme che sta ancora scendendo. La velocità di caduta di un granello di limo si misura in centimetri all'ora, non al secondo.

Ecco perché il mare piatto del giorno dopo può essere bianco: l'energia se n'è andata, il sedimento no.

L'energia dell'onda non è la sua altezza

Illustrazione papercut in sezione di due onde, una corta e una lunga, con il moto dell'acqua che sotto la lunga arriva piu' in basso

C'è un secondo dettaglio che cambia i conti, e riguarda cosa si intende per «onda grossa». Nel calcolo l'energia che arriva al fondo non è proporzionale all'altezza, ma all'altezza al quadrato moltiplicata per il periodo.

Il quadrato dice che un metro e mezzo non è il cinquanta per cento in più di un metro: è più del doppio. Il periodo dice il resto, e in pratica è la variabile che i bollettini ti fanno ignorare. Un'onda lunga, con periodo alto, muove l'acqua molto più in profondità di un'onda corta della stessa altezza: il moto orbitale si estende più giù, quindi arriva a toccare e a rimestare un fondale che l'onda corta non sfiora nemmeno.

Conseguenza pratica: un metro di onda lunga da mare vecchio ti sporca l'acqua molto più di un metro e mezzo di onda corta generata dal vento locale. Se guardi solo i centimetri, quel giorno lo sbagli.

Quanto ricorda il tuo pezzo di costa

Illustrazione papercut di due fondali affiancati, uno di sabbia fine in acqua bassa e uno di roccia profonda attraversata dalla corrente

La memoria non è uguale ovunque, e questa è la parte che nessun bollettino generico può darti. Nel modello ogni zona ha il suo coefficiente, tra zero e uno, che dice quanto a lungo quel fondale trattiene il sedimento.

I valori raccontano la geografia italiana meglio di una cartina. Venezia sta a 0,95, il massimo. Trani, Bari e Ancona a 0,90. Trieste 0,75, Taranto 0,60, Cagliari 0,55, Napoli 0,50. Poi si scende: Livorno e Civitavecchia 0,45, Palermo e Catania 0,40, Genova e Olbia 0,35. Il minimo assoluto è Reggio Calabria, 0,25.

La logica è quella che immagini: sabbia e fango su basso fondale con poca corrente trattengono tutto, costa rocciosa profonda e battuta dalla corrente non trattiene niente. L'alto Adriatico è un catino poco profondo con fondo fine, quindi ricorda per giorni. Lo Stretto di Messina ha una corrente che riazzera tutto in poche ore, ed è per questo che Reggio ha il valore più basso della lista.

Tradotto in pratica: dopo la stessa mareggiata, a Reggio esci l'indomani e a Venezia aspetti la settimana. Non è pigrizia, è idrodinamica.

La pioggia sporca, la corrente pulisce

Illustrazione papercut di una foce di fiume che scarica acqua torbida in mare, con una corrente laterale che la trascina via

Gli altri due termini tirano in direzioni opposte e vale la pena leggerli insieme.

La pioggia entra col segno più e un peso di 0,6, perché il dilavamento porta in mare terra, limo e tutto quello che stava sul bacino. Un fiume in piena dopo un temporale di due giorni sposta più sedimento di una mareggiata media, e lo scarica esattamente dove peschi tu, cioè sottocosta.

La corrente entra col segno meno e un peso di 0,45: è l'unico fattore che lavora per te. Sposta la massa d'acqua torbida e ne porta di nuova, e in zone come lo Stretto è talmente efficace da dominare il conto.

Il caso peggiore in assoluto, quindi, non è la mareggiata: è mareggiata più pioggia in un punto senza corrente. Il caso migliore per tornare a pescare presto è corrente forte su fondale roccioso. Se hai la fortuna di frequentare un posto così, hai una finestra che gli altri non hanno.

Sottocosta cambiano le regole

Illustrazione papercut di una fascia di acqua torbida lungo la riva battuta dal vento, con il largo che resta limpido

Il modello distingue esplicitamente il largo dal sottocosta, e sottocosta è più severo su tutto.

Le soglie a cui l'onda comincia a smuovere il fondo si abbassano, perché in acqua bassa la stessa onda arriva a toccare. La memoria del fondale viene aumentata di circa un quinto, perché lì il sedimento fine si accumula. E si accende un termine che al largo non esiste: il vento, che sopra i trenta chilometri orari genera quel tritume di onde corte che tiene l'acqua in sospensione anche senza una vera mareggiata.

È la ragione per cui in una giornata di maestrale teso puoi avere il largo perfetto e i primi cinquanta metri da riva impraticabili.

Come si tara un numero del genere

Illustrazione papercut di una costa vista dall'alto con punti di campionamento allineati al largo della riva

Un modello così vale quanto la sua taratura, quindi vale la pena dire com'è stata fatta. La stima è stata confrontata con sessanta giorni di osservazioni satellitari reali su tredici zone costiere italiane, campionate a tre chilometri dalla riva.

Il risultato di quel confronto ha ridisegnato la scala. Le mediane misurate stanno tra 0,21 e 1,66 unità di torbidità, con picchi intorno a 6. La versione precedente del calcolo assumeva che «torbido» significasse 15, un valore che nel Mediterraneo costiero praticamente non si raggiunge mai: il risultato era che tutto finiva schiacciato vicino allo zero e il modello non distingueva niente.

La scala corretta è logaritmica, e le etichette finali sono quattro: sotto 0,2 acqua limpida, sotto 0,4 velata, sotto 0,65 torbida, sopra molto torbida. Quando è disponibile un'osservazione satellitare recente, il modello la mescola alla stima fisica dando peso alla freschezza del dato: pieno se è di oggi, decrescente fino a sparire dopo cinque giorni, che è più o meno l'intervallo con cui un satellite ripassa sullo stesso punto.

Cosa te ne fai domattina

Illustrazione papercut di un pescatore fermo sul molo all'alba che guarda il mare prima di decidere

Tre cose, molto concrete. La prima: dopo una mareggiata, non guardare l'altezza dell'onda di oggi per decidere se uscire. Guarda quanto ha tirato nei tre giorni prima e quanto è piovuto, che pesano di più.

La seconda: impara il coefficiente del tuo tratto di costa, anche solo a occhio. Se peschi in alto Adriatico o su fondale sabbioso basso, dai al mare il doppio del tempo che daresti su una costa rocciosa con corrente. Se peschi vicino a uno stretto o a un capo battuto, puoi permetterti di uscire quasi subito.

La terza: guarda il periodo dell'onda e non solo l'altezza, soprattutto quando il mare sembra calmo. Un metro con periodo lungo continua a lavorare il fondo mentre tu pensi che sia finita.

Il fondale non dimentica in fretta come noi. Sa ancora cos'è successo tre giorni fa, e te lo fa vedere nell'acqua.