Venticinque gradi a quaranta metri. Se hai fatto qualche immersione profonda in agosto sai perché questa frase è sbagliata: a quaranta metri, ad agosto, l'acqua ti gela le mani anche con la muta buona. Doveva essere così. Nel 2025, in diverse stazioni italiane, non lo è stato.
La notizia non è che il mare si scalda: quella la sappiamo. La notizia è a che profondità arriva il calore, e cosa succede a chi ci vive sotto e non può spostarsi.
Il termoclino doveva fare da coperchio

D'estate la colonna d'acqua si organizza a strati, come l'olio sopra l'aceto. In superficie il sole scalda un cuscino di acqua leggera, sotto resta l'acqua fredda e densa dell'inverno, e tra i due c'è un gradino netto in cui la temperatura crolla di parecchi gradi in pochi metri. Nel Mediterraneo quel gradino d'estate sta intorno ai venti metri.
Quel gradino non è solo una curiosità da ecoscandaglio: è una barriera fisica. L'acqua calda è meno densa, quindi galleggia sopra quella fredda e non ha nessuna voglia di scendere. Il termoclino è la ragione per cui, storicamente, un'estate torrida in superficie lasciava indisturbato il fondale a trenta metri.
La domanda giusta, allora, non è «perché fa caldo sotto». È: chi ha spinto giù il calore, visto che da solo non ci va?
Il vento che schiaccia il caldo verso il basso

La risposta l'ha ricostruita uno studio pubblicato su Ocean Science analizzando l'evento estremo del 2022 nel Golfo del Leone, e i meccanismi sono due. Il primo sono le intrusioni di corrente sulla piattaforma, che scaldano soprattutto gli strati alti. Il secondo, quello decisivo, si chiama downwelling costiero: un vento persistente da sud-est che spinge l'acqua superficiale contro la costa e la costringe a sprofondare, portandosi dietro il suo calore fino a trenta-quaranta metri.
Lo studio è preciso sui parametri: sono la forza e la durata del vento da sud-est a decidere quanto in profondità arriva il danno. Venti tra otto e dieci metri al secondo che tengono per più di due giorni sono risultati la condizione critica. Dove la costa accelera il vento per conformazione, l'effetto si intensifica localmente.
È un dettaglio che ribalta l'intuizione. Il fondale non si scalda quando il mare è piatto e il sole picchia: si scalda quando tira vento per giorni nella direzione sbagliata.
Cosa successe davvero nel 2022

I numeri di quell'evento fanno impressione. A metà agosto la temperatura a trenta metri è salita di circa cinque gradi e mezzo, con il calore che arrivava fino a quaranta. A inizio settembre, nell'episodio più severo, l'anomalia ha toccato 8,8 gradi a trenta metri e 8,5 a quaranta.
Otto gradi e mezzo, a quaranta metri, dove la temperatura in condizioni normali si muove di pochi decimi nell'arco di una stagione. È come se il tuo salotto passasse da venti a ventotto gradi e ci restasse per settimane, senza finestre.
Venticinque gradi è dove comincia il guaio

La letteratura ha identificato una soglia abbastanza netta: 25 gradi è la temperatura oltre la quale lo stress termico diventa acuto e potenzialmente letale per le specie bentoniche tra i venticinque e i trenta metri, che nel 2022 hanno superato quel valore per la prima volta. Per le spugne la mortalità è cominciata sopra i 26 gradi a basse profondità. Per le gorgonie il danno arriva sia come picco breve, fino a 27 gradi per pochi giorni, sia come permanenza prolungata sopra i 24.
C'è un motivo per cui gli organismi profondi crollano prima di quelli di superficie, ed è controintuitivo. Le popolazioni profonde vivono in un ambiente termicamente stabilissimo e si sono assestate vicino all'estremo freddo della loro tolleranza. Non hanno mai avuto bisogno di allenarsi al caldo. Quando l'ondata le raggiunge, le trova senza margine.
Quello che in superficie è una brutta estate, a trenta metri è un ambiente mai sperimentato in tutta la storia evolutiva di quella colonia.
Chi muore sul coralligeno

Il coralligeno è quella roccia viva costruita da alghe calcaree, piena di anfratti, su cui crescono gorgonie, spugne, briozoi e corallo rosso. È il fondale più ricco che abbiamo, ed è quello che sta pagando.
Nel 1999 una moria di massa colpì le gorgonie lungo Provenza, Liguria e Toscana tra venti e cinquanta metri: in alcune stazioni la mortalità superò il novanta per cento delle colonie. Tra il 2015 e il 2019 una serie di ondate di calore ha provocato morie in cinquanta specie diverse in tutto il bacino. Nel 2022, nel parco delle Calanques vicino a Marsiglia, oltre metà delle popolazioni di gorgonia rossa monitorate tra venti e trenta metri ha mostrato un impatto severo, con più del sessanta per cento delle colonie colpite, ed è stato descritto come uno degli eventi di mortalità più forti mai osservati sulle gorgonie temperate.
C'è poi il caso della Pinna nobilis, la nacchera, che dal 2016 ha subito mortalità fino al cento per cento in intere popolazioni. Lì la causa diretta non è il calore ma un parassita, Haplosporidium pinnae: il caldo però indebolisce l'ospite e apre la porta. È il meccanismo più subdolo di tutti, perché nel referto finale la temperatura non compare.
Tre centimetri all'anno

Qui arriva la parte che rende tutto irreversibile su scala umana. Una gorgonia cresce in media tre centimetri l'anno, quattro-sei nelle condizioni migliori. Tre centimetri.
Fai il conto su una colonia alta cinquanta centimetri e capisci che quel ventaglio ha vent'anni suonati. Una moria che ne uccide il novanta per cento non si ripara nel giro di qualche stagione buona: le popolazioni impiegano decenni a ricostituirsi, il che nella pratica significa che chi c'era prima non le rivedrà com'erano.
Il Cladocora caespitosa ha già alle spalle due cicli di mortalità documentati, tra il 2003 e il 2006 e tra il 2008 e il 2012, e in una serie ventennale è stato misurato un riscaldamento estivo di 0,06 gradi all'anno. Sei centesimi di grado sembrano niente. In vent'anni sono un grado e due decimi, cioè metà della distanza da una soglia letale.
Perché riguarda chi pesca, non solo chi guarda

Un fondale di coralligeno pieno di cavità non è un bel paesaggio: è una casa. Alle Secche di Tor Paterno, davanti a Ostia, convivono settantanove specie di pesci fra cui dentici, fragolini, saraghi e cernia bruna, associate ai popolamenti di gorgonia rossa.
Quando le gorgonie collassano, la struttura tridimensionale si appiattisce e con lei sparisce il numero di nascondigli disponibili. Meno anfratti significa meno giovanili che sopravvivono, e meno giovanili significa, qualche anno dopo, meno adulti. Non è una catena teorica: è la ragione per cui una secca che «rendeva» smette di rendere senza che nessuno l'abbia pescata di più.
La cosa utile che puoi fare è banale e preziosa. Se scendi sempre sugli stessi punti, fotografa le gorgonie ogni anno dallo stesso angolo. Quella serie non ce l'ha nessuno, e vale più di un termometro.
In superficie un'ondata di calore è una settimana di afa. A trenta metri è un funerale al rallentatore, con i tempi di recupero contati in decenni.



