C'è una forbice aperta sopra le tavole italiane, e ha due lame: quanto pesce mangiamo e quanto ne esce davvero dai nostri mari. Le due lame si stanno allontanando da anni, e il rumore che fanno lo copre bene il fruscio dei banchi frigo pieni.
Questo pezzo misura le due lame una per volta, coi numeri, e va a finire nell'unico posto dove la forbice si può stringere: davanti a un banco del pesce.
Venticinque chili a testa

La prima lama. Secondo le stime della filiera diffuse nel 2024, ogni italiano consuma circa 25 chili di pesce l'anno, contro una media europea di 23. Altre rilevazioni di mercato spingono la stima anche sopra i 30: i conteggi cambiano a seconda di cosa includono e di come pesano il prodotto trasformato, quindi il numero esatto balla. La sostanza no: siamo sopra la media di un continente che il pesce lo ama già parecchio.
Venticinque chili sono quasi mezzo chilo a settimana, ogni settimana dell'anno, moltiplicato per tutti noi. Non è un vizio di nicchia: è una domanda industriale, costante, affamata. E io per primo ci sto dentro fino al collo: scrivo di mare, mangio di mare, e se conto le mie settimane sto sopra la media pure io. Il punto qui non è la colpa. È la scala. Tienila a mente, perché adesso arriva l'altra lama.
Quanto esce dai nostri mari

Nel 2023 la produzione ittica italiana, tutta insieme, ha fatto 262.641 tonnellate: il 50,4 per cento dalla pesca e il 49,6 dall'acquacoltura (dati MASAF). Fermati un secondo su quella spartizione, perché è già una notizia: ormai in Italia l'allevamento pesa quanto le barche.
Il totale sembra perfino grande, finché non lo appoggi ai consumi. Appoggiato, si sgonfia: la produzione nazionale copre circa il 20 per cento di quello che mangiamo (stime di filiera). Un piatto su cinque. Gli altri quattro arrivano da fuori confine.
E dentro quel piatto su cinque, la pesca in senso stretto, quella col mare grosso e il gasolio, è soltanto la metà. Il «pescato italiano» che abbiamo in testa quando diciamo pesce nostrano è una fetta molto più sottile di quanto raccontiamo a noi stessi.
Quattro miliardi in entrata

I soldi raccontano la stessa storia con più brutalità. L'import ittico italiano vale circa 4 miliardi di euro l'anno; l'export si ferma attorno ai 390 milioni, meno di un decimo. E il fatturato complessivo del settore pesca nazionale è di circa 700 milioni di euro (stime di filiera, 2024).
Rileggi le proporzioni, che meritano: compriamo dall'estero pesce per un valore quasi sei volte il fatturato dell'intera flotta italiana. Non è una bilancia commerciale in disavanzo, è un braccio di ferro perso prima di sedersi al tavolo.
Nessun complotto, sia chiaro. C'è una domanda enorme e una produzione che non può inseguirla, per limiti biologici prima che economici. Il punto non è indignarsi: è sapere dove siamo mentre riempiamo il carrello, perché quasi nessuno lo sa.
Nove su dieci entro il 2030

La proiezione che gira nelle organizzazioni della filiera è di quelle da leggere due volte: entro il 2030, più di nove prodotti ittici su dieci sulle tavole italiane potrebbero essere d'importazione.
È uno scenario, non una condanna: le proiezioni esistono per essere smentite, e questa si può ancora smentire. Però fotografa la direzione della corsa. E la direzione è quella di un paese circondato dal mare che del proprio mare rischia di mangiare le briciole.
Le associazioni ambientaliste hanno reso l'idea con un'immagine ancora più secca: già per il 2024 calcolavano che le risorse ittiche dei nostri mari, al ritmo dei consumi, si potessero considerare esaurite ben prima della fine dell'anno, con il resto coperto dall'import. Un calcolo teatrale quanto vuoi, ma il meccanismo che descrive è esattamente questo.
Spendiamo di più, compriamo altro

Nel primo semestre del 2025 la spesa degli italiani per i prodotti ittici è cresciuta del 7,2 per cento, sostenuta soprattutto da prezzi in rialzo, con i volumi del fresco in recupero (dati ISMEA).
Dentro la stessa fotografia, però, l'istituto segnala il trend lungo, che è meno allegro: sempre meno pesce fresco dei nostri mari arriva sulle tavole, l'import dai paesi terzi aumenta, e cala il numero di famiglie che il pesce fresco lo comprano ancora (dati ISMEA). Il fresco locale sta diventando un acquisto da intenditori, come certi vini: lo cerca chi già lo conosce.
È il paradosso del banco frigo: mai stato così lungo, mai stato così pieno, mai avuto dentro così poco mare di casa. Messe in fila, le tre cose dicono questo: spendiamo di più, per pesce che sempre più spesso non è né fresco né nostro. La forbice vista dal portafoglio.
Perché i mari danno meno

In realtà la frase «i mari danno meno» va maneggiata con cura, perché una parte del calo è una scelta. E una scelta giusta. Nel Mediterraneo la pressione di pesca è stata quasi dimezzata in dieci anni proprio per far respirare gli stock, e la biomassa, cioè il peso vivo del pesce in acqua, ha ripreso a salire (dati FAO/GFCM).
Tradotto: oggi si sbarca meno pesce anche perché si è deciso di pescarne meno, scommettendo di riaverne di più domani. Non è un pozzo che si secca: è un campo lasciato a riposo apposta, con la recinzione ancora fresca di vernice. E la metafora del campo non è mia: è la logica dichiarata dei piani di gestione, che tagliano lo sforzo adesso con l'obiettivo scritto di riavere stock pieni poi.
Questo cambia la morale della storia. Se il mare sta facendo la sua parte, cioè ricostituirsi, la forbice non si chiude chiedendogli di darci di più: si chiude dal lato della domanda. Cioè dal nostro.
La forbice si stringe al banco

Cosa può fare una persona sola contro numeri da miliardi? Tre gesti piccoli e testardi, che io pratico con la costanza del tifoso più che del santo. Scegliere il pescato nazionale quando c'è, nella sua stagione, sapendo che è un piatto su cinque e non tutti e cinque. Dare una possibilità alle specie locali meno richieste, che costano meno e tolgono pressione alle solite tre. E leggere l'etichetta, dove zona di cattura e metodo di produzione sono scritti per obbligo di legge: trenta secondi che trasformano «locale» da slogan a verifica. Il trucco d'ingresso è cambiare domanda: non «cos'è fresco oggi?», a cui si risponde sempre sì, ma «cos'è di qui?», a cui si risponde con un cartellino.
Nessuno di questi gesti sposta da solo una bilancia da 4 miliardi. Ma la domanda è fatta di carrelli, uno per volta, e il carrello è l'unica parte della forbice che comandi tu.
Un paese di mare non si misura da quanto pesce mette in tavola: si misura da quanto ne lascia in acqua per l'anno che viene.



