Facciamo i conti in tasca al mare. Nel 2024 la produzione mondiale di pesca e acquacoltura ha toccato il record di 235 milioni di tonnellate, di cui 195 milioni di animali acquatici (FAO, The State of World Fisheries and Aquaculture 2026). Il resto, una quarantina di milioni di tonnellate, sono essenzialmente alghe.

E qui arriva la parte che quasi nessuno si aspetta: oltre il 90% di quelle alghe nessuno le ha raccolte. Le ha coltivate qualcuno. L'essere vivente più addomesticato del mare non è un pesce e non è una cozza: è un'alga. Solo che la sua agricoltura, quella vera, ha meno di ottant'anni.

Prima dell'allevamento c'era la raccolta

Illustrazione papercut di due figure che raccolgono alghe a mano tra gli scogli in una scogliera bassa, con una cesta arancione

Che l'uomo mangi alghe non è una moda del sushi. Nel sito archeologico di Monte Verde, in Cile, sono stati trovati resti di nove specie di alghe marine dentro i focolari, datati direttamente tra 14.220 e 13.980 anni fa (Dillehay et al., Science, 2008). Non crescevano lì: qualcuno le portava dall'entroterra, prese da spiagge lontane e da ambienti estuarini, e le usava come cibo e come medicina.

Piccola nota di onestà, perché ci piace raccontarla giusta: nel marzo 2026 uno studio sempre su Science ha sostenuto che quel sito sia molto più giovane, tra 4.200 e 8.200 anni. A maggio trenta specialisti hanno risposto sulla stessa rivista definendo la tesi categoricamente falsa. La disputa è aperta, ma non è cinquanta e cinquanta.

Comunque vada, il punto non cambia: per decine di migliaia di anni le alghe si sono raccolte, non coltivate. Andavi, le prendevi, tornavi.

Il Seicento, e i raccolti alla lotteria

Illustrazione papercut di una baia giapponese con file di fascine di bambù piantate nell'acqua bassa per la coltivazione del nori e una barca a remi arancione

La FAO colloca l'inizio della coltivazione della Porphyra, l'alga del nori, nel XVII secolo, tra Giappone, Corea e Cina. Il metodo era disarmante nella sua semplicità: piantavi nell'acqua bassa fascine di bambù e reti, e aspettavi che il mare ci attaccasse sopra le spore.

Il verbo giusto è proprio quello. Aspettavi. Perché da dove arrivasse il seme non lo sapeva nessuno: il ciclo vitale della Porphyra era un mistero irrisolto, e ancora nel 1949 un articolo scientifico apriva ammettendo che il passaggio tra la spora e la fronda commestibile non era mai stato dimostrato passo per passo.

Risultato: il nori si vendeva dal Seicento, ma con raccolti imprevedibili, esposti ai tifoni e all'inquinamento. Quattro secoli di coltivazione in cui il coltivatore metteva il supporto e la speranza, e il mare metteva tutto il resto. Chiamarla agricoltura è generoso: era una scommessa con la marea.

La donna che rese le alghe una coltura

Illustrazione papercut di un banco di laboratorio anni Quaranta con microscopio e una conchiglia di ostrica aperta con dentro filamenti arancioni

Il 29 ottobre 1949 esce su Nature una comunicazione lunga due pagine, alle pagine 748-749. La firma è «Kathleen M. Drew» — e teniamocelo a mente, perché il cognome doppio con cui il mondo la ricorda, Drew-Baker, su quel paper non c'è. Il titolo è Conchocelis-Phase in the Life-History of Porphyra umbilicalis.

Tradotto dal ficologese: quel filamento rosa che cresce dentro i gusci dei bivalvi, che tutti classificavano come un'alga a parte col nome di Conchocelis, non era un'alga a parte. Era la stessa alga del nori, nascosta in un'altra fase della sua vita. Il seme che i coltivatori aspettavano dal mare da quattro secoli usciva da lì.

Drew lavorava a Manchester, su una laver atlantica, e non aveva in mente il sushi di nessuno: l'applicazione al nori giapponese non è roba sua, è quello che fecero dopo gli altri. In Giappone il ficologo Sokichi Segawa lesse, replicò e portò la scoperta sul nori locale; entro il 1963 Fusao Ota e altri misero a punto la semina artificiale, e la produzione giapponese cambiò passo.

Poi c'è il dettaglio che fa male. Lei tutto questo non lo vide: morì a Manchester il 14 settembre 1957, a 55 anni. Nel 1928 aveva sposato un collega dell'università e per quel matrimonio era stata licenziata, perché il regolamento dell'epoca non prevedeva donne sposate tra i dipendenti. Nel 1963 i coltivatori di nori le eressero un monumento a Uto, sopra i campi del Mare di Ariake. La chiamano Madre del Mare e ogni 14 aprile le fanno una festa. Una donna che l'accademia inglese aveva messo alla porta, venerata in un santuario shintoista dall'altra parte del pianeta.

Come si coltiva un'alga, davvero

Illustrazione papercut in sezione di un allevamento di alghe a long-line, con boe in superficie, corde verticali cariche di alghe e ancoraggi sul fondo

Oggi il seme del nori è un prodotto industriale, e il processo è più da laboratorio che da barca. La fase conchocelis si fa penetrare dentro gusci di ostrica (in Cina si usano quelli di vongola), al chiuso. Poi si inganna l'alga: si innesca la liberazione delle spore facendo essiccare i gusci, si alza la temperatura a 27-28 °C a metà agosto per poi riabbassarla a 23, si accorcia la giornata a 8-10 ore di luce. Solo a quel punto le reti vanno in mare, fissate a pali oppure su zattere semi-galleggianti o galleggianti (FAO).

Da lì è tutta gestione. Prima raccolta 40-50 giorni dopo la messa in mare, poi si torna ogni 10-15 giorni, per 10-12 raccolti l'anno sulla stessa rete, lungo una stagione di cinque mesi. E per tenere pulite le reti dalle infestanti in Cina le tirano fuori e le lasciano seccare all'aria: l'alga buona regge, l'Ulva che le cresce addosso no.

Ai tropici il mestiere è un altro. La coltivazione commerciale dell'Eucheuma nelle Filippine parte nel 1975, come risposta al crollo delle esportazioni da raccolta selvatica, e il manuale FAO del 1988 la descrive con la precisione di uno spartito: moduli da 28 lenze, 36 talee per lenza, circa mille piante a modulo, 35 moduli per ettaro. Fanno 35.000 piante per ettaro, legate a mano una per una con un laccetto di plastica largo 7 millimetri. Per impiantare un ettaro servono da 3 a 5 tonnellate di talee.

Tenete a mente questi numeri la prossima volta che leggete che le alghe crescono da sole e gratis. Le epifite vanno tolte due o tre volte a settimana, a mano. Il seme costa. E in Occidente il conto si aggrava: portare le kelp al largo, su fattorie di mille ettari fino a 200 km dalla costa, costa 200-300 dollari a tonnellata secca contro i 100 di una fattoria sottocosta. Andare grandi e lontani, qui, non fa risparmiare: fa spendere.

Le microalghe sono un altro mestiere

Illustrazione papercut vista dall'alto di due vasche raceway ovali per la coltivazione della spirulina, con pala di rimescolamento arancione

Quando si parla di spirulina e Chlorella si è cambiato pianeta. Niente mare, niente corde: vasche a terra, ovali, con una pala che rimescola l'acqua giorno e notte. La scelta di fondo è tra vasche aperte (raceway) e fotobioreattori chiusi, e non esiste il vincitore: i reattori chiusi consumano un sacco di energia per miscelare e raffreddare, le vasche aperte hanno un bilancio energetico migliore ma sono ecosistemi instabili, dove tenere il ceppo che vuoi tu per mesi è un'impresa (Tredici, Biofuels, 2010).

Le rese vere, misurate su impianto industriale in Portogallo, dicono 5,1-5,6 grammi di secco per metro quadro al giorno come media annua, con punte di 8,8. Ma d'inverno il rendimento crolla di oltre il 60% rispetto ai picchi da aprile a settembre: anche in Sud Europa, sei metà dell'anno a mezzo servizio.

Sul fronte dei miti, qui bisogna essere onesti in tutte e due le direzioni. Il claim sulle proteine regge: tra il 58,4% e il 64,7% del secco, stabile tutto l'anno. Quello sul superfood miracoloso no. L'agenzia francese ANSES ha segnalato che gli integratori di spirulina possono essere contaminati da cianotossine come le microcistine, da batteri e da piombo, mercurio e arsenico, e che la spirulina non è una fonte affidabile di vitamina B12 per i vegani, perché contiene analoghi che il corpo umano non sa usare. Cinque grammi al giorno, poi, portano 7-8,5 mg di beta-carotene: la dose consigliata come massimo è 7. E se pensate che almeno siano più efficienti delle piante di terra, lo smentisce uno dei massimi esperti mondiali di fotobioreattori: non lo sono. Il loro vantaggio non è crescere meglio, è crescere dove non cresce altro.

E in Italia? Quasi niente, e c'è un motivo

Illustrazione papercut di una laguna mediterranea con bricole, telai di coltivazione e un gozzo arancione ormeggiato

Partiamo dalla ferita: l'Italia, in mare, le alghe non le coltiva. Nei dati FAO ripresi dalla letteratura risulta sedicesima al mondo per raccolta da stock selvatico con circa 1.200 tonnellate, e tra i paesi che le coltivano non compare. Il centro di ricerca della Commissione europea, il JRC, ci mette invece tra i primi tre paesi europei per microalghe e tra i principali produttori di spirulina. Tutta roba a terra, in vasca.

Non è sfortuna, è oceanografia. Un modello su scala europea ha calcolato l'area idonea alle strutture galleggianti mare per mare: nello scenario realistico il Mediterraneo vale circa 5.200 tonnellate secche l'anno per le specie intermedie, contro i 3,2 milioni del Nord-Est Atlantico. Per le specie fredde, cioè kombu e wakame, il numero del Mediterraneo è esattamente zero. Due barriere diverse: alle intermedie mancano i nutrienti (il Mediterraneo è oligotrofico, povero, con l'azoto che scarseggia a ovest e il fosforo a est), alle fredde manca il freddo. E poi non abbiamo maree degne di questo nome, che altrove sono esattamente ciò che ti permette di lavorare le reti a piedi.

La scorciatoia che circola è l'IMTA: mettere le alghe accanto alle gabbie di orata e spigola, così i nutrienti che mancano al mare glieli danno i pesci. Sulla carta funziona, e lo stesso modello dice che così il Mediterraneo si sbloccherebbe. Nella pratica, però, uno studio del 2022 ha misurato che in mare aperto si recupera solo il 40-50% di azoto, fosforo e carbonio, contro il 79-94% teorico: in gabbia oltre metà dei nutrienti se ne va comunque per i fatti suoi.

Il resto è filiera. Le due storie italiane più raccontate hanno entrambe cambiato provenienza: la carta di alghe di Favini, nata a inizio anni Novanta con l'Ulva in eccesso della Laguna di Venezia, oggi importa alghe dalla Bretagna; l'agar di B&V, che dagli anni Ottanta si faceva con la Gracilaria della stessa laguna, oggi arriva in gran parte da una fattoria in Vietnam.

La vera coltivazione italiana, però, l'hanno fatta i pescatori. Laguna di Lesina, 1970-1990: raccolta di Gracilaria gracilis per l'agar, fino a circa 100 tonnellate secche l'anno. Dopo il sovrasfruttamento, le prove di coltivazione in campo portarono la biomassa fino a circa 1.200 tonnellate secche. E la ricerca era partita ancora prima, tra il 1940 e il 1945, quando l'agar dall'Oriente smise di arrivare e bisognò cercarselo in laguna.

Un'ultima cosa va detta, perché in spiaggia la sbagliano tutti: quella roba bruna che trovi accumulata a chili sulla battigia non è un'alga. La Posidonia oceanica è «conosciuta erroneamente come alga marina», scrive l'ISPRA, ma è una fanerogama — una pianta con radici, fusto, foglie e fiori, parente più stretta di un giglio che di un'insalata di mare. E le banquette spiaggiate, sempre per l'ISPRA, sono una risorsa e non un rifiuto da spazzare via.

L'alga vera, quella che ai pescatori sta dando grattacapi, si chiama Rugulopteryx okamurae. È arrivata in Mediterraneo nel 2002 nella Laguna di Thau, in Francia, molto probabilmente con le ostriche importate dalla Corea: il ponte è la molluschicoltura, non l'alghicoltura. In Italia è recentissima e l'ISPRA la data con precisione: aprile 2023 in area portuale a Bari, luglio 2023 ad Aspra nel Golfo di Palermo, dove copriva un centinaio di metri quadri di posidonia a 4 metri di profondità. Il danno è concreto e misurabile in giornate di lavoro: intasa le reti e riduce la capacità di cattura. Qui l'alga non è né risorsa né esca. È un costo.

Quello che le alghe non fanno

Illustrazione papercut vista dall'alto di una gigantesca fattoria di alghe con centinaia di linee di coltivazione che coprono un'intera baia

L'alghicoltura mondiale è un colosso: 35 milioni di tonnellate nel 2021, con l'Asia al 99,5% del volume, la Cina da sola al 61% e l'Indonesia al 26% (UNCTAD, 2024). Su circa 12.000 specie di alghe conosciute, però, ne coltiviamo appena 27. Con questa scala in testa, veniamo alla frase che sentirete ripetere ovunque: le alghe salveranno il clima.

Non regge, e la stroncatura migliore arriva da chi le alghe le ama. Un paper dedicato ai servizi ecosistemici dell'alghicoltura ha calcolato che tutta la coltivazione mondiale rimuove circa 760.000 tonnellate di carbonio l'anno, cioè circa 2,8 milioni di tonnellate di CO2. Le emissioni globali stanno tra i 37 e i 40 miliardi di tonnellate. Fate voi la divisione: siamo sotto lo 0,01%.

C'è anche un problema di vocabolario. Per gli specialisti si parla di sequestro solo se il carbonio resta stoccato per più di cento anni e se la CO2 arriva dall'atmosfera (Hurd et al., Journal of Phycology, 2022). L'alga ha un ciclo corto, e se la mangi quel carbonio torna in circolo domani. Sul Sargassum in mare aperto è stato calcolato che due meccanismi — l'alga che ruba i nutrienti al fitoplancton, che il carbonio lo fissava già per conto suo, e gli organismi incrostanti che calcificando rilasciano CO2 — abbattono il beneficio del 20-100%: nel caso peggiore, zero. Le Nazioni Unite stesse ammettono che le alghe non sono ancora accettate nei programmi di crediti blue carbon.

E l'impatto zero? Le corde che tengono le spore sono di plastica e non biodegradabili: una fonte importante di microplastiche, con le corde vecchie spesso bruciate o abbandonate. C'è di peggio: la più grande fioritura macroalgale del mondo, le maree verdi del Mar Giallo, secondo la letteratura nascerebbe proprio dall'Ulva che cresce come infestante sulle zattere del nori. Un disastro regionale generato da una coltivazione.

Anche la malattia è di casa. L'ice-ice, che spezza i talli lasciandoli bianchi, in una fattoria di Tawi-Tawi passa dal 2,10% di giugno al 54,11% di gennaio: in stagione secca è malata più di metà della piantagione. E dopo oltre quarant'anni dalla prima segnalazione la causa resta ignota. Un monitoraggio di dodici mesi non ha trovato correlazione né con la temperatura né con la salinità, cioè proprio con la spiegazione che tutti danno per buona.

Niente di tutto questo dice che l'alghicoltura sia una brutta cosa. Dice che è un mestiere, con i suoi costi, le sue malattie e i suoi danni collaterali, e non una bacchetta magica verde. La differenza fra le due letture, per chi vive di mare, è tutto.

Se volete vedere l'unico alghicoltore del Mediterraneo che non ha mai avuto bisogno di una concessione demaniale, intanto, guardate una salpa brucare la roccia. Quattro secoli di raccolti alla lotteria li ha chiusi una ricercatrice inglese che guardava dentro un guscio d'ostrica. Il resto — il clima, il miracolo, il superfood — lo stiamo ancora aspettando dal mare, esattamente come i coltivatori del Seicento aspettavano il seme.