Nei mari italiani gli squali ci sono, e non sono quelli dei film. Sono lunghi mezzo metro, stanno appoggiati sulla sabbia e finiscono all'amo di chi stava cercando tutt'altro. Il problema è che a bordo, con un pesce che si contorce, li chiamano tutti allo stesso modo — «gattuccio» — e almeno metà delle volte è sbagliato.

Distinguerli non è pignoleria da naturalisti. Uno di loro ha due spine velenose, un altro è classificato in pericolo, e un paio non si possono proprio toccare. Vale la pena sapere cosa hai in mano prima di decidere cosa farne.

Il gattuccio: pois piccoli e fitti

Illustrazione papercut di un gattuccio comune di profilo, con moltissime macchie scure piccole e ravvicinate e le due dorsali spostate verso la coda

Il gattuccio comune (Scyliorhinus canicula) è il più frequente di tutti. Corpo snello, testa smussata, fondo grigio chiaro o beige coperto da moltissime macchie scure piccole e molto ravvicinate: il disegno è quello di un tessuto a pois minuti, non di chiazze.

Il carattere strutturale che vale la pena imparare riguarda le pinne dorsali, entrambe spostate verso la coda: la prima comincia ben dietro l'attacco delle ventrali, e la seconda è nettamente più piccola. Se ti aspettavi la pinna dritta in mezzo alla schiena come nei documentari, qui non c'è.

Arriva a un metro ma normalmente sta sui sessanta centimetri, con un massimo registrato di 3,7 chili. Vive appoggiato al fondo tra i dieci e i settecentottanta metri, con una preferenza netta per la fascia degli ottanta-cento, su sabbia, ghiaia, fango e coralligeno. La pelle è ruvidissima: se la accarezzi dalla coda verso la testa gratta come carta vetrata, ed è normale.

Il gattopardo: stesso disegno, taglia doppia, e i baffi

Illustrazione papercut ravvicinata del muso di un gattopardo, con i corti barbigli vicino alle narici e le macchie larghe e distanziate

Il gattopardo o gattuccio maggiore (Scyliorhinus stellaris) è il sosia più grosso, e ci sono due modi per non confonderlo.

Il primo è il disegno: le macchie sono più grandi e molto più distanziate fra loro. Dove il gattuccio ha una spolverata fitta di puntini, il gattopardo ha chiazze separate su fondo beige-marrone. Il secondo modo è definitivo e sta sul muso: il gattopardo ha corti barbigli vicino alle narici, che nel gattuccio comune non ci sono proprio. Guardi sotto il muso e hai chiuso la questione.

La taglia conferma: arriva a un metro e sessanta, di media sta intorno al metro, e matura sessualmente a ottanta centimetri. Muso corto e arrotondato, bocca ventrale, occhi a fessura.

Le borse delle sirene, e come si leggono

Illustrazione papercut di due capsule ovigere di dimensioni diverse, con i viticci arricciati, appoggiate sulla sabbia bagnata

Entrambi i gattucci sono ovipari, e depongono quelle capsule coriacee rettangolari che trovi spiaggiate dopo le mareggiate e che in inglese chiamano borse delle sirene. Anche quelle si identificano, ed è un modo per sapere chi vive nella tua zona senza pescare niente.

La capsula del gattuccio comune misura fra 4,9 e 7 centimetri di lunghezza per 1,5-3 di larghezza. Quella del gattopardo è molto più grande: da 9 a 13 centimetri per 3-4, con angoli prolungati in viticci che servono ad ancorarla alle alghe. Se ne raccogli una e supera i nove centimetri, sai che nella tua zona c'è il gattopardo.

I tempi sono lunghissimi. Lo sviluppo dell'embrione dura da cinque a undici mesi nel gattuccio, secondo la temperatura dell'acqua, e da quattro a nove nel gattopardo. Nascono già formati, a otto-dieci centimetri il primo, a sedici il secondo. Una femmina di gattuccio produce nell'arco della stagione una nidiata stimata fra ventinove e sessantadue piccoli, uno alla volta.

Il palombo, che partorisce vivo

Illustrazione papercut di un palombo di profilo su fondale sabbioso, corpo liscio grigio senza macchie vistose

Il palombo (Mustelus mustelus) cambia completamente strategia. Niente capsule: è viviparo placentato, cioè sviluppa una vera placenta vitellina che nutre gli embrioni come fa un mammifero. Partorisce da due a ventotto piccoli, già lunghi una quarantina di centimetri.

È anche la specie di questo articolo su cui vale la pena fermarsi un momento, perché i numeri non sono buoni. La valutazione internazionale lo classifica in pericolo a livello globale e vulnerabile nel Mediterraneo, con un declino di popolazione stimato del 42,3 per cento fra il 1991 e il 2016 e catture totali scese a 124 tonnellate.

Detto con onestà: in Italia non esiste una taglia minima legale specifica per il palombo, la specie è commercializzabile se correttamente etichettata e non c'è alcun obbligo di rilascio. Quindi tenerlo è legale. Sapere che stai tenendo un animale in pericolo, con una specie che fa poche decine di piccoli per volta e ci mette anni ad arrivare alla maturità, è un'informazione che ti serve per decidere tu, non per essere obbligato.

Un avvertimento tecnico: identificare con certezza quale palombo hai in mano è difficile anche per chi lo fa di mestiere. Mustelus mustelus e Mustelus punctulatus si ibridano nel Mediterraneo e producono prole ibrida, il che rende l'identificazione morfologica poco affidabile. Se qualcuno ti dice con assoluta sicurezza quale delle due specie sia, senza analisi genetica, sta tirando a indovinare.

Lo spinarolo: due spine, e sono armate

Illustrazione papercut in primo piano del dorso di uno spinarolo con la spina davanti alla pinna dorsale

Lo spinarolo (Squalus acanthias) è l'unico di questo gruppo che può farti male, e si riconosce all'istante da due caratteri.

Il primo: davanti a ciascuna delle due pinne dorsali c'è una robusta spina, impiantata sul margine anteriore. Quella della prima dorsale è più corta di quella della seconda, e nessuna delle due arriva all'apice della pinna. Alla base di queste spine ci sono ghiandole che producono un veleno relativamente potente. Non è letale, ma la puntura fa molto male e si infetta con facilità: quando lo sganci, tienilo per il dorso lontano dalle dorsali, o meglio non tenerlo affatto e usa lo slamatore.

Il secondo carattere è un'assenza: lo spinarolo non ha la pinna anale. Guarda il ventre fra le ventrali e la coda e non trovi niente. Aggiungi un grande spiracolo, il foro respiratorio, subito dietro ogni occhio, e vistose macchie bianche sparse sul corpo.

Le taglie: in media da un metro a un metro e sessanta, con i maschi fra sessanta e cento centimetri e le femmine fra settanta e centoventicinque. Anche qui i numeri di conservazione sono pesanti: vulnerabile a livello globale, in pericolo in Europa, con un crollo di biomassa superiore al novantacinque per cento rispetto al riferimento storico nell'Atlantico nordorientale. Gli stock del Mediterraneo e del Mar Nero non sono gestiti.

Lo spinarolo bruno, il sosia da muso

Illustrazione papercut di due musi di squalo a confronto, uno lungo e affusolato e uno parabolico e arrotondato

Esiste un secondo spinarolo, Squalus blainville, che ha le stesse due spine e la stessa assenza di pinna anale. La differenza sta tutta nel muso.

Lo spinarolo comune ha il muso lungo, con la lunghezza del muso maggiore della larghezza della bocca. Lo spinarolo bruno ce l'ha parabolico e arrotondato, largo e solo moderatamente lungo. Il criterio da manuale è che nella specie bruna la distanza diagonale fra la punta del muso e la narice esterna è maggiore della distanza fra narice e solco labiale superiore. Arriva a circa un metro e vive fra i quindici e gli ottocento metri.

Sul suo stato di conservazione c'è poco da dire, e non perché vada bene: è classificato come dati insufficienti, cioè non sappiamo abbastanza per giudicare. Che per una specie pescata regolarmente è una risposta scomoda.

Quelli che non puoi toccare

Illustrazione papercut di un pesce chitarra dal corpo appiattito appoggiato sulla sabbia, visto dall'alto

Chiudo con due nomi che vanno saputi prima di trovarseli davanti, non dopo.

Lo squalo bianco (Carcharodon carcharias) è strettamente protetto: rientra nell'Allegato II della Convenzione di Barcellona, nell'Appendice II CITES e nell'Allegato II della Convenzione di Berna, ed è formalmente protetto nelle acque italiane dal 1999. Pesca, detenzione a bordo, trasbordo e sbarco sono vietati in modo assoluto, e cattura, possesso, commercio e detenzione sono vietati anche dal decreto legislativo 4 del 2012. Non c'è nessuna versione della storia in cui tenerlo sia lecito.

Il pesce chitarra (Rhinobatos rhinobatos), quella specie a metà fra squalo e razza col corpo appiattito che arriva a due metri, è classificato in pericolo critico: la pesca a strascico l'ha portato quasi all'estinzione locale in diverse aree, ed è più comune nel bacino meridionale del Mediterraneo. Se ne prendi uno, il gesto giusto è una foto e il rilascio più rapido possibile.

Il mare italiano di squali ne ha ancora. Riconoscerli è il primo passo perché ne abbia anche fra vent'anni.