Te l'hanno insegnato in banchina, probabilmente il primo giorno: prima di scendere fai una serie di respironi veloci, così ti carichi di ossigeno e stai giù di più. Funziona, nel senso che stai giù di più davvero.
Il problema è il motivo per cui funziona. Non stai aumentando l'ossigeno: stai spegnendo l'allarme che ti dice quando risalire. E secondo il principale ente internazionale di medicina subacquea, la sola iperventilazione eccessiva basta a provocare un blackout.
Quello che non aumenta

Partiamo dall'equivoco. Respirare velocemente non aumenta in modo significativo l'ossigeno nel sangue, come invece si crede comunemente. Il motivo è semplice: a riposo l'emoglobina è già quasi completamente satura, intorno al 97-98 per cento. Non c'è quasi spazio libero da riempire, per quanto tu respiri.
Quello che l'iperventilazione fa davvero, e drasticamente, è abbassare l'anidride carbonica nel sangue. Quella scende eccome, perché la stai espirando più in fretta di quanto il corpo la produca.
Il guadagno di autonomia che senti è tutto lì, ed è un guadagno finto: hai svuotato un serbatoio che non era quello del carburante.
Hai spento l'allarme antincendio

Ecco il punto centrale di tutto l'articolo. Lo stimolo che ti dice «risali, adesso» non è la mancanza di ossigeno: è l'accumulo di anidride carbonica. Il corpo umano misura la CO2, non l'O2, per decidere quando devi respirare.
È una scelta evolutiva sensata, perché in condizioni normali le due cose vanno di pari passo: più consumi ossigeno, più produci anidride carbonica, e l'allarme suona in tempo. L'iperventilazione rompe quell'accoppiamento.
Con la CO2 artificialmente bassa, l'allarme suona in ritardo. E nel frattempo l'ossigeno continua a scendere secondo il suo ritmo, che tu abbia iperventilato o no. Si crea quella che le fonti mediche chiamano una discrepanza pericolosa: l'ossigeno può arrivare a livelli critici prima che tu senta il bisogno di risalire.
Non è un rilevatore di fumo rotto. È un rilevatore di fumo che hai staccato tu, in una stanza dove il fuoco parte comunque.
Ha un nome clinico e una definizione precisa

Non è un rischio generico da manuale. La letteratura clinica definisce la sincope da acqua bassa come la perdita di coscienza in un nuotatore o subacqueo in immersione in apnea, preceduta da iperventilazione, con le altre cause escluse.
L'iperventilazione è dentro la definizione della patologia. Non è un fattore di rischio fra i tanti: è l'elemento che qualifica il quadro clinico.
E la profondità non ti protegge: può avvenire in meno di cinque metri d'acqua, ma può colpire anche a quote maggiori. Il nome «acqua bassa» descrive dove è stata descritta per la prima volta, non dove è confinata.
A che punto si perde conoscenza

Un numero, con tutte le cautele del caso. Nella maggior parte delle persone la perdita di coscienza arriva quando la pressione parziale di ossigeno nei polmoni, che normalmente è intorno ai 105 millimetri di mercurio, scende sotto i 30 circa. Corrisponde grossomodo a una saturazione arteriosa intorno al 45 per cento.
Devo qualificarlo subito, perché su un tema così un numero preso male fa danno: non è una soglia universale. La variabilità individuale è ampia, e nessuno ha un allarme tarato a quella cifra. Prendilo come ordine di grandezza fisiologico, non come limite personale da avvicinare.
La cosa importante da capire è un'altra: non c'è una sensazione affidabile che precede quel punto. Il blackout non arriva dopo un malessere crescente che puoi valutare. Arriva mentre stai bene.
Due respiri, non venti

Se stai aspettando l'indicazione pratica, eccola, e viene da fonte medica: limitare l'iperventilazione prima dell'apnea a un massimo di due scambi ventilatori completi.
Due. Non due serie, non due minuti: due respiri profondi e completi, e poi si scende.
La differenza fra due e venti non è di grado, è di natura. Due respiri completi servono a ventilare bene e a rilassarsi; venti respiri veloci alterano la chimica del sangue e ti tolgono l'allarme. Il confine fra ventilazione corretta e iperventilazione non sta nella profondità dei respiri, sta nel numero e nella velocità.
C'è un modo semplice per accorgersi di essere andato oltre, e chiunque abbia iperventilato lo riconoscerà: formicolio alle labbra e alle dita, una sensazione di testa leggera, a volte un accenno di capogiro. Non sono segni che «sta funzionando». Sono sintomi di CO2 troppo bassa, cioè il cartello che dice che hai già superato il limite, e vanno letti come un invito a fermarsi e non a scendere.
Chi ci lascia la pelle

I dati epidemiologici raccontano una cosa che vale la pena sapere, perché smonta l'idea che riguardi i principianti sprovveduti.
Le fonti cliniche riportano che la sincope da acqua bassa ha un alto tasso di mortalità e colpisce con maggiore frequenza i maschi sotto i quarant'anni. Cioè persone in forma, allenate, spesso con esperienza. Non chi non sa nuotare: chi nuota bene e si fida.
Negli Stati Uniti, dove esistono statistiche aggregate, si contano circa quattromila annegamenti l'anno per tutte le cause, e nella stessa rassegna clinica vengono citati i casi registrati dai corpi militari fra il 2008 e il 2015. Sono contesti diversi dal nostro, e non tutti quei casi sono legati all'iperventilazione, ma il profilo di chi va sotto è coerente.
La ragione è quasi ovvia una volta detta: per iperventilare e restare giù a lungo devi essere in grado di restare giù a lungo. Il rischio è riservato a chi è bravo.
Cosa fare invece

Tre cose, e nessuna richiede di comprare niente.
La prima: ventila, non iperventilare. Respiri lenti, profondi e rilassati nei minuti prima dell'immersione, con l'espirazione più lunga dell'inspirazione, e al massimo due scambi completi appena prima di scendere. Serve a rilassarti e ad abbassare il consumo, che è il vero modo di guadagnare tempo.
La seconda: accetta lo stimolo respiratorio come informazione, non come nemico. Quel fastidio al diaframma non è il traguardo da superare, è il tuo unico strumento di misura. Chi lo tratta come un limite da vincere sta gareggiando contro la propria strumentazione.
La terza, che vale più delle altre due messe insieme: non improvvisare da autodidatta. La respirazione in apnea si impara in un corso, con un istruttore che ti guarda, e quello che si impara lì non si trova su nessun video.
Il trucco che ti hanno insegnato al molo funziona davvero. È esattamente questo il problema.

