Nell'ex stabilimento Florio di Favignana c'è una targa con un numero: 10.159. Non sono abitanti e non sono metri quadri: sono tonni, presi in una sola stagione, nel 1859, senza sonar, senza motori, senza un metro di nylon.
L'ultima volta che la macchina ha girato, nel 2007, di tonni ne sono entrati meno di cento. In mezzo ci stanno secoli di reti cucite a mano, canti in dialetto, capi analfabeti e geniali, e una parola che conosci già: mattanza. Questa è la storia di com'era fatta quella macchina, e di come si è fermata.
Una trappola ferma, non una caccia

Prima cosa da capire: la tonnara non insegue nessuno. È una trappola fissa, calata sulla rotta dei tonni di passaggio; le fonti sulla mattanza collocano la stagione tra l'inizio della primavera e i primi di giugno. Tu non vai dal pesce: aspetti che il pesce sbagli strada.
Il primo pezzo della macchina è il pedale, un muro di rete piantato perpendicolare alla costa. Le ricostruzioni delle tonnare siracusane gli danno fino a tre chilometri di lunghezza e fino a settanta metri di profondità; a Marzamemi, per dire, misurava circa 1,85 chilometri, un miglio nautico, partendo da quattro metri d'acqua sotto costa per arrivare sui trenta. Il tonno ci arriva contro, non lo sfonda, e fa la cosa più ragionevole del mondo: lo costeggia. Peccato che il muro lo stia accompagnando dritto all'ingresso delle camere, come un guardrail che finisce in un casello.
Camere che si stringono

Dietro l'ingresso c'è un condominio di rete: da cinque a otto camere collegate, a seconda dell'impianto. I nomi sembrano soprannomi da osteria e sono precisi come un catasto: bordonaro di ponente, bordonaretto, camera di levante, bastardo, camera di ponente, bastardella.
Le misure meglio documentate arrivano dal siracusano, dove lo schema era lo stesso: a Marzamemi la camera grande era un rettangolo di sessantacinque metri per quarantacinque, la camera piccola un quadrato di quarantacinque metri di lato, e la camera della morte ancora più stretta, col lato sud appoggiato alla sciera, un barcone lungo quindici metri. Ogni passaggio, meno spazio.
E qui il dettaglio che mi ha spiazzato la prima volta: un tonno grande e potente quelle reti potrebbe pure sfondarle. Non lo fa. Le fonti tecniche lo spiegano con la sensibilità della bocca e con la distorsione ottica dell'acqua, che gli fa sembrare la parete più solida di quello che è. La camera della morte è l'unica con il fondo di rete: le altre sono stanze, quella è un sacco.
Il rais, un capo venuto dall'arabo

Rais viene dall'arabo e significa capo. Non era un titolo onorifico: il rais rispondeva dell'intera mattanza, decideva dove calare, quando chiudere, quando aspettare ancora un giorno.
Spesso non sapeva né leggere né scrivere. Sapeva leggere il mare, e per questo mestiere contava di più: le cronache locali descrivono capi con una competenza ereditaria, passata di padre in figlio, fatta di osservazione pura. Durante la posa del pedale, si racconta, ripeteva tre volte un'invocazione alla Santa Croce: la tonnara era una macchina, ma era anche un rito.
Dalle camere, intanto, gli uomini si passavano i movimenti del pesce a voce: A chianari vannu, stanno salendo; a scinniri vannu, stanno scendendo. Un sonar fatto di gole. A me il capo analfabeta che governa un ingranaggio del genere sembra il dettaglio più moderno di tutta la storia: la competenza non stava sulla carta, stava negli occhi.
Cento giorni, quattro verbi

Una stagione di tonnara durava un centinaio di giorni, e la tradizione l'aveva divisa in quattro fasi dai nomi che sanno di calendario contadino: cruciatu, il posizionamento dei cavi e degli ancoraggi; calatu, la posa delle reti; mattanza, l'uccisione; salpatu, il recupero di tutto quanto.
Guarda le proporzioni: tre fasi su quattro sono montaggio e smontaggio. La tonnara era soprattutto carpenteria, manutenzione e attesa, e solo per pochi giorni diventava pesca. Chi va a mare lo sa già: quasi tutto il lavoro succede prima che il pesce arrivi.
La mattanza, macchina di braccia

Il giorno buono il rais si piazza al centro del quadrato, il recinto di barche sopra la camera della morte, con due uomini di fiducia, a controllare che i tonni siano entrati davvero. Poi dà l'ordine, e il fondo di rete comincia a salire, issato a forza di braccia da file di uomini allineati sulle barche.
Per tenere il ritmo si canta. Sono i cialomi, canti di lavoro che le fonti fanno risalire, come la tecnica stessa, al mondo arabo: non folklore, un metronomo. Le braccia vanno insieme, o la rete non sale.
Le testimonianze parlano anche di preghiere, prima di cominciare. Il resto è quello che il nome promette, e non te lo addolcisco: era un lavoro di sangue, fatto da gente che ci campava. La parola, da queste parti, non è mai stata una metafora.
I Florio e la scatoletta

Il cognome che cambia la scala di tutto arriva dall'imprenditoria: dal 1841 la tonnara passa nelle mani dei Florio, e nel 1874 Ignazio Florio compra le isole Egadi con i loro diritti di pesca, investendo capitali per modernizzare l'impianto, così le ricostruzioni storiche sull'epoca.
Il colpo di genio, però, non è la pesca: è la dispensa. Il tonno bollito e conservato sott'olio in scatole di latta nasce per superare i dubbi igienici del vecchio tonno sotto sale, e con l'apertura a chiavetta parte per mercati lontani. Favignana smette di vendere pesce a chi passa e comincia a vendere cibo che viaggia.
La targa del 10.159 sta lì a ricordare il 1859 e la scala della faccenda. E la fabbrica non era una parentesi: fino al 1980 lo stabilimento dava lavoro a più di cinquecento persone.
La fine, e cosa ne resta

Le date della chiusura ballano, e te lo dico com'è: per lo stabilimento le fonti oscillano tra il 1977 e il 1982. La tonnara come sistema di cattura, invece, è andata avanti fino al 2007, con i tonni venduti a industrie di lavorazione fuori dall'isola.
L'ultima mattanza è del 2007: meno di cento tonni. Contro i 10.159 della targa non serve un economista, bastano le due cifre messe in fila.
Quel che resta si visita. Nel 1991 la Regione Siciliana ha acquisito l'ex stabilimento Florio delle tonnare di Favignana e Formica; dopo un restauro durato dal 2003 al 2009, oggi è un museo: dentro trovi le reti, le ancore, le barche e le attrezzature della lavorazione, più la storia della famiglia. Se vai a Favignana, mettilo in conto come metti in conto una spiaggia: è l'isola quanto le calette, solo con più ombra.
Diecimila tonni, poi cento, poi nessuno: oggi nella trappola entriamo noi, a passo lento, ed è l'unico finale accettabile per questa storia.



