Stai per farti fregare da un animale daltonico. Questo è il bello, e insieme l'umiliazione, della pesca alle seppie.

La totanara è quella specie di siluro di plastica irto di aghi che leghi in fondo alla lenza. La seppia lo abbraccia con i tentacoli scambiandolo per un gambero, ci resta impigliata, e tu senti la cannetta appesantirsi. Sembra la cosa più semplice del mondo. Poi scopri con chi hai a che fare, e la semplicità sparisce.

Il mago che non vede i colori

Seppie — Il mago che non vede i colori

La seppia comune (Sepia officinalis) è il camaleonte del Mediterraneo: cambia colore e disegno della pelle in una frazione di secondo grazie ai cromatofori, sacche di pigmento che muscoli minuscoli allargano e stringono a comando. Si mimetizza su una scacchiera, imita un sasso, lampeggia onde ipnotiche verso un gambero. Fa tutto questo a colori, con una precisione che imbarazza un designer.

Il problema? È daltonica. Ha un solo tipo di fotorecettore, cioè in teoria vede il mondo in scala di grigi (studi sulla visione dei cefalopodi). Un animale che non distingue i colori ma li riproduce alla perfezione: per anni è stato uno dei paradossi più fastidiosi della biologia marina.

La spiegazione più elegante è arrivata nel 2016: quella strana pupilla a forma di W sfrutta l'aberrazione cromatica, il difetto per cui una lente mette a fuoco i colori a distanze leggermente diverse. Spostando l'occhio e misurando quale colore va a fuoco, la seppia deduce la tinta senza "vederla" davvero (studio pubblicato su PNAS, Stubbs & Stubbs, 2016). In pratica non legge il colore: lo calcola. Il che, per chi pesca, significa una cosa precisa. Al calare della luce non è il colore sgargiante della totanara a fare la differenza, ma il contrasto e la sagoma: naturali il giorno, marrone e kaki; profili netti e magari glow di notte.

Tutto si gioca nella pausa

Seppie — Tutto si gioca nella pausa

L'errore del principiante è recuperare. La seppia non insegue quasi mai un'esca che scappa: aspetta, valuta, e colpisce qualcosa che sta fermo o affonda piano. Il tuo lavoro è darle quel momento.

Lo schema è sempre lo stesso. Lanci, lasci scendere la totanara fino a toccare il fondo, dai due colpetti secchi di cimino verso l'alto per farla "saltellare" come un gambero spaventato, poi la lasci cadere e aspetti. È nella caduta e nella pausa che la seppia parte all'attacco. Al colpetto dopo non senti una botta: senti un peso molle, gommoso, come se avessi agganciato uno straccio bagnato. Quello straccio è viva ed è arrabbiata.

Qui niente ferrata violenta: gli aghi della totanara non hanno ardiglione e uno strappo la libera. Sollevi progressivo, tieni la tensione sempre costante, e recuperi continuo senza mai mandare la lenza in bandiera. La cannetta serve leggera apposta, con un trecciato sottile dallo 0,10 allo 0,13 che ti trasmette in mano anche il respiro dell'animale. Guadino sotto la preda, sempre: sollevarla a canna è il modo migliore per vederla ricadere in acqua con aria beffarda.

La regola dell'ultima primavera

Seppie — La regola dell'ultima primavera

C'è un motivo se questa pesca funziona tra marzo e giugno, e non è comodità nostra. È che le seppie, in primavera, vengono sotto costa a fare una cosa sola: deporre le uova e poi morire.

La seppia è semelpara: si riproduce una volta sola in tutta la vita. Campa uno o due anni, arriva a maturità intorno ai 18-24 mesi, cerca il fondale giusto tra posidonia e sassi a pochi metri di profondità, attacca i suoi grappoli di uova nere (le chiamano "uva di mare"), e subito dopo comincia a spegnersi. Quelle che peschi dal molo a maggio sono, quasi tutte, alla loro unica e ultima stagione.

Questo cambia il senso del secchio. Ogni femmina che togli prima che deponga sono centinaia di seppie del prossimo anno che non nasceranno. Qualche esemplare per una frittura è la festa che questa pesca è sempre stata. Il secchio colmo "perché abboccavano" è un prestito che chiedi al mare a tuo nome, ma lo ripaga tuo figlio.

Ti sei fatto ingannare da un mollusco cieco ai colori. Ricambia lasciandogliene fare altri.