La prima cosa che ti dicono quando l'orecchio non passa è «spingi più forte». È il consiglio peggiore che esista sott'acqua, e adesso ti spiego perché.

Quasi nessuno di quelli che «non riescono a compensare» ha una tuba rotta: ha un muscolo che non sa ancora comandare al momento giusto. La prima cosa non si aggiusta, la seconda si impara. E il campo di battaglia non è il fondo, sono i primi tre metri.

Il meccanismo

Il meccanismo

L'orecchio medio è una cavità rigida scavata nell'osso, chiusa fuori dal timpano e collegata alla gola da un solo condotto: la tuba di Eustachio, lunga circa 3,5 cm, con una strozzatura di 1-2 mm. Ecco il dettaglio che quasi nessuno ti spiega: quella tuba, a riposo, è chiusa. Non è un tubetto aperto che ogni tanto si tappa, è una fessura schiacciata che si apre solo quando un muscolo la tira. Da sola lo fa appena 1,4 volte al minuto: troppo poco per una capovolta. Il resto è un gesto volontario, da allenare come schioccare la lingua.

Sopra ci lavora la legge di Boyle, cattiva proprio dove ti senti sicuro. Da zero a un metro l'aria dell'orecchio si comprime del 9%; da trenta a trentuno, solo del 2,4%. Il primo metro schiaccia quasi quattro volte più del trentesimo. E il dolore è un allarme che suona tardi: il fastidio comincia già sotto il metro, il dolore poco oltre. Quando «senti qualcosa» sei in ritardo, e il danno è già cominciato.

Poi il punto critico, pura meccanica. Basta poco più di un metro di discesa non compensata, circa 90 mmHg di differenziale, e le pareti molli della tuba si schiacciano una contro l'altra e restano incollate: più spingi, meno si apre. Un metro. Non tre, non cinque: quello che percorri in due secondi di capovolta distratta. Da lì in poi l'unica mossa che funziona è contro ogni istinto: risali di mezzo metro, scarica la pressione, ricompensa lì (Livingstone et al., 2017).

Serve pochissima forza

Serve pochissima forza

Quanta spinta serve per aprire una tuba sana? Pochissima. In camera iperbarica, su undici apneisti esperti, la Frenzel apriva la tuba con una mediana di 13 millibar: tredici centimetri di colonna d'acqua, il peso di un bicchiere rovesciato (Wolber et al., 2021). Chi si fa male non usa poca forza. Ne usa mostruosamente troppa, e nel momento sbagliato.

La Valsalva, quella in cui soffi col naso tappato, spinge coi muscoli del torace, e in apnea diventa inaffidabile già tra i dieci e i venti metri: il polmone si comprime e a un certo punto non c'è più aria da spostare. Ma il problema vero non è che smette di funzionare. È che soffiare forte col naso tappato può rompere la finestra rotonda dell'orecchio interno: un danno che ti costa l'udito e che a volte finisce in sala operatoria (Wolber et al., 2021). Quindi se ti serve forza, fermati. Non aumentare la spinta: hai già sbagliato manovra.

La Marcante-Odaglia, che nel resto del mondo si chiama Frenzel dal nome del medico che la descrisse per primo, è la stessa identica manovra, e usa la lingua come un pistone: funziona anche a polmone quasi vuoto. Chiudi la glottide, tieni il palato neutro, spingi con la lingua. Il petto non c'entra niente, capito?

I miti da smontare

I miti da smontare

«Ho le tube strette, è anatomia mia.» È la scusa che sento più spesso, e quasi sempre è falsa. Nei corsi di apnea i disturbi all'orecchio crollano nel giro di pochi giorni, con le stesse tube di partenza e con le profondità che nel frattempo aumentano. L'anatomia non è cambiata in una settimana. È cambiato il comando.

«I latticini fanno muco.» Leggenda. Sessanta volontari infettati con un raffreddore da laboratorio, da zero a undici bicchieri di latte al giorno: nessun legame né con i sintomi né con il muco pesato (Pinnock et al., 1990). Chi ci crede sente più il naso chiuso, ma non ne produce di più.

«Lo spray al cortisone mi apre le orecchie.» Il rimedio più gettonato nei forum non ha mostrato alcun beneficio: otto studi randomizzati, nessuna differenza vera rispetto al niente.

Cosa provare in acqua

Cosa provare in acqua

La regola numero uno ribalta l'istinto: compensa prima di sentire qualsiasi cosa. Ogni mezzo metro nei primi cinque, poi ogni metro fino a dieci, e pre-compensa già in superficie prima di capovolgerti. Non aspettare il segnale, perché il segnale è già danno. L'81% dei barotraumi ai seni avviene sotto i dieci metri (Lindfors et al., 2021): i metri pericolosi sono quelli in cui ti senti tranquillo.

Se una compensazione non passa, non insistere: risali di mezzo metro, scarica, ricompensa. E se dopo due o tre tentativi l'orecchio ancora non passa, l'immersione è finita: risali e chiudi la battuta. Non esiste una compensazione che si sblocca insistendo. Occhio anche all'assetto: a testa in giù il palato tende a chiudersi e i tessuti collassano sulla tuba, e piegare la testa all'indietro stira e strozza il condotto. Raccogli il mento verso lo sterno, oppure scendi a piedi in giù nei primi metri: è la correzione che sistema più principianti.

Due note. La maschera è aria rubata alle orecchie: ogni soffio dal naso per non schiacciarti il viso è fiato tolto alle orecchie, e per questo chi va profondo usa il tappa-naso. Ma solo insieme agli occhialini a liquido, o senza maschera. Col tappa-naso sotto una maschera normale non puoi più mandarci aria, e a pochi metri ti schiaccia il viso: occhi gonfi e capillari rotti. E col raffreddore o l'allergia in fioritura non scendere: chi ha tre o più infezioni respiratorie l'anno corre quasi il triplo del rischio di barotrauma ai seni (Lindfors et al., 2021). Il muco fa da valvola a senso unico: entra l'aria in discesa, non esce in risalita.

Un'ultima cosa, sulla sicurezza, e questa leggila due volte. Vertigine, giramenti di testa, nausea, un fischio nuovo o la sensazione di sentirci meno da un orecchio sono i segni del barotrauma dell'orecchio interno. Se la vertigine ti prende sott'acqua, risali subito e con calma, aggrappati alla barca e non riscendere: laggiù ti fa perdere il senso di dove sia la superficie, ed è così che si annega. A terra non è roba da «vediamo domani»: pronto soccorso o otorino nel giro di ore, non di giorni. Un intervento tempestivo può salvare l'udito che altrimenti se ne va per sempre.

E se l'orecchio te lo sei già fatto male, cioè dolore che resta, orecchio ovattato o tappato per ore, tracce di sangue, la regola è una sola: niente immersioni finché non è tornato tutto a posto e finché non compensi di nuovo senza sforzo, meglio se dopo che un otorino ti ha guardato il timpano. Non ci sono giorni fissi da contare. Decide la guarigione, non il calendario delle uscite.

Cambia il metro con cui misuri i progressi: non «quanto scendo», ma «quanti metri scendo senza sentire mai niente». Il fondo, poi, se lo prende chi ha smesso di spingere.